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Come (non) essere padri oggi – Intervista a Matteo Bussola e Federico Taddia

Padri Bussola e Taddia

Il 5 marzo 2026 l’Oratorio di San Filippo Neri di Bologna ha ospitato “I Padri eterni”, un dialogo tra Matteo Bussola e Federico Taddia. Attraverso le loro voci, una più “imperfetta” e l’altra più “presente” nella quotidianità familiare, raccontano storie di padri, di figli e di famiglie, esplorando le sfide, i paradossi e le sorprese del diventare grandi e dell’essere genitori oggi. A margine dell’evento, Martina Marzullo ha avuto l’occasione di intervistare gli autori.


Matteo Bussola, scrittore e disegnatore, ha saputo raccontare come pochi altri le fragilità, le relazioni e la vita familiare contemporanea. Scrittore e autore di molti libri per ragazzi, Bussola incentra la sua produzione letteraria sull’intimità delle esperienze personali con riflessioni più ampie sui rapporti umani e sul senso di appartenenza, spesso legato alla crescita personale e al quotidiano (qui una intervista a cura di Alexandra Bastari, qui la recensione di La neve in fondo al mare, Einaudi, 2024). Il suo ultimo romanzo è La luce degli incendi a dicembre (Einaudi, 2025).

Federico Taddia è giornalista, autore e divulgatore, da anni impegnato nel raccontare la scienza, l’educazione e i grandi temi civili. Il suo ultimo libro Fuga dalla meraviglia (Mondadori, 2025) pone al centro della sua riflessione la vita di Albert Einstein “passando per la sua testa e il suo cuore”, con un ritratto che mette in luce non solo il genio scientifico ma anche la curiosità e la ribellione che hanno segnato la sua esistenza.

Amici da anni, sono noti per la loro collaborazione su Radio 24, dove hanno realizzato i programmi Non mi capisci e I Padrieterni, sul ruolo della figura paterna e della crescita personale, temi che affrontano con ironia e profondità. Con loro proveremo a interrogarci su cosa significhi oggi essere padri: tra cambiamenti culturali, nuove sensibilità e un mondo attraversato da forti tensioni e trasformazioni profonde.


Martina Marzullo: Oggi stiamo vivendo un’epoca di profonda trasformazione; se pensiamo alle tensioni e alle proteste a cui stiamo assistendo in Medio Oriente e soprattutto in Iran, vediamo come l’idea di potere imposto dall’alto viene contestato dalle nuove generazioni. Questo riporta alla mente la figura del “capofamiglia” che impone il suo potere dall’alto, soprattutto ai propri figli. Tuttavia oggi non è più così: i padri sono chiamati ad essere emotivamente presenti, vulnerabili, paritari. Vi chiedo: stiamo assistendo solo a un cambiamento della figura paterna o a una trasformazione più radicale del nostro modo di intendere l’autorità stessa?

Matteo Bussola: Direi entrambe le cose: stiamo assistendo a un cambiamento della figura paterna che è assolutamente in linea con i cambiamenti che stanno avvenendo nella società.

Ai padri viene richiesto più tempo, più presenza, più partecipazione ma non solo viene chiesta: sono i padri, per primi, a rendersi conto di essere stati estromessi o più probabilmente di essersi estromessi da soli per anni, per decenni, per secoli da quella zona che ha a che fare con i lavori di cura, con la presenza, con l’affettività.

Padri Bussola Taddia
Matteo Bussola e Federico Taddia all’Oratorio di San Filippo Neri, Bologna.

Oggi credo che sia molto più consueto e frequente, se per esempio entri in una scuola al mattino, vedere i padri che accompagnano i figli; stessa cosa per gli altri luoghi comuni, come per esempio una piscina al pomeriggio: non c’è più un papà e 49 mamme che ti guardano come se ti fossi perso, ma c’è una buona presenza di entrambi i genitori.


Martina Marzullo: Il padre non è più una figura che “sa già” ma una persona che impara insieme ai figli. Il lavoro dei genitori è, come si suol dire, quello più difficile al mondo perché non esistono regole scritte, nessun manuale dell’uso. Essere padri oggi significa accettare di non avere tutte le risposte? È una perdita di autorevolezza o rappresenta una nuova forma di forza?

Matteo Bussola: Anche qui, rispondo che sono entrambe le cose. La figura paterna avanza superando i limiti del ruolo che per decenni gli è stato assegnato dalla società ma c’è chi la saluta come se fosse una novità attesa e chi la critica perché viene vista come una perdita di autorità o di autorevolezza.

Per citare Massimo Recalcati, che citeremo anche nell’evento di questa sera, la figura del “padre evaporato” ci aiuta a intendere meglio questo aspetto. Il padre evaporato è quel padre che ha ceduto il dominio o il “patriarcato” per diventare invece un padre più premuroso, più attento, un padre che ascolta, un padre che non ha paura di manifestare la propria emotività. Io lo saluto come un cambiamento positivo.

Dovremmo smetterla con questa mitologia del “padre-supereroe” e dei genitori che “tutto sanno”, piuttosto ricordarci più spesso che ogni volta che viene al mondo un figlio, in quello stesso momento viene alla luce anche un genitore. Ciascuno di noi fa il meglio che può con il poco che ha, e si spera di cavarsela. Per questo sono un grande fan del padre evaporato”.

Federico Taddia: Massimo Recalcati, prima del padre evaporato, inserisce la figura del “padre bollito” che a me piace tantissimo.

È una figura molto attuale e contemporanea: il “padre bollito” è un padre senza nerbo, che ha perso la sua funzione di limite e di orientamento, evaporando appunto; fautore di questo è il volontario allungamento dell’adolescenza: molti adulti sono ancora adolescenti e quindi si dimenticano di essere padri.

Tuttavia, ciò non è da intendere in senso negativo poiché noi siamo grandi fattori dell’adolescenza e sosteniamo che ci sono elementi della gioventù che andrebbero mantenuti anche da adulti, anche se non tutti.

Federico Taddia
Federico Taddia, via Pianeta Terra Festival.

L’Italia è sicuramente un Paese molto diversificato dove la città è molto diversa dalla provincia, il nord è molto diverso dal sud; quindi, è difficile dare una risposta generalizzante. Purtroppo, in Italia ci sono ancora molte situazioni in cui il padre è il “padre-padrone”. Nella precedente domanda hai usato il termine “capofamiglia” ma io da padre non mi sono mai sentito tale, è una dimensione che non sento mia.

Per citare una recente polemica accaduta al Festival di Sanremo 2026 durante la conferenza stampa, le Bambole di Pezza e un giornalista si sono ritrovati in un acceso dibattito: il giornalista ha sostenuto che il femminismo sia obsoleto e che la parità esista, citando il proprio contesto familiare (qui il video della polemica). La band ha però risposto con fermezza, rivendicando la necessità di lottare per il potere e la sicurezza delle donne fuori dalle proprie mura domestiche.

Matteo Bussola: il ruolo paritario in casa aiuta anche a liberare energie, risorse e tempo fuori di casa.

Per esempio, prima dicevo che saluto con gioia i nuovi padri che accudiscono i propri figli e si dedicano alle mansioni domestiche perché liberano tempo alla propria compagna.

C’è una grande mistificazione in atto riguardo alle donne: le donne guadagnano mediamente, a parità di bravura e a parità di competenze, l’80% rispetto agli uomini, il che è verissimo.

Però, guardando i dati, scopri che spesso, non sempre, guadagnano il 20% in meno gli uomini perché lavorano il 20% in meno. Come mai? Perché le donne chiedono spessissimo il part-time.

Matteo Bussola
Matteo Bussola, via Pordenone Legge.

E perché lo chiedono? Perché ha a che fare con la nostra cultura familiare in cui i figli sono considerati ancora prevalentemente a prerogativa delle madri. È questo che bisogna cambiare.


Martina Marzullo: Parlando di emotività maschile, per molti uomini mostrarsi fragili davanti ai figli è ancora un tabù. Quanto pesa ancora oggi l’educazione sentimentale ricevuta dai padri delle generazioni precedenti?

Matteo Bussola: Il peso che ha ancora oggi è sicuramente ancora tanto. Posso citare un esempio personale: mio nonno, poco prima di morire, mi ha detto che uno dei rimpianti più grossi della sua vita è che lui non ha mai potuto abbracciare i suoi figli.

Perché un tempo il luogo dell’affettività non era il padre. Il padre era l’uomo delle regole.

L’affettività veniva abdicata e veniva concessa alle madri e quindi i padri venivano tenuti distanti. Addirittura si diceva che se tu avessi abbracciato i tuoi figli “sarebbero stati su storti”. Io che vengo in parte da quel tipo di educazione lì, nel senso che non ho nessun rapporto fisico con i miei genitori, sono un padre affettuoso e premuroso tanto che i miei figli mi dicono “papà smettila”.

Io faccio parte di quegli illusi che non considerano la fragilità sinonimo di debolezza ma che la intende come una delle più grandi forme di forza che l’essere umano custodisce. Perché quando mostri la tua verità non è mai un male. Nemmeno, ma direi soprattutto, quando la mostri ai tuoi figli.

Matteo Bussola

Federico Taddia: Un padre completo è quello che non nega le proprie emozioni ma al contrario, è colui che le accoglie e le insegue. Un padre fragile è colui che scappa, un padre assente e chi ha paura di dire sì o “no”. Personalmente non ho mai visto mio padre piangere o stringermi in un abbraccio perché noi siamo discendenti di quel modo di pensare: modo che per fortuna si è notevolmente allontanato dal nostro quotidiano.

Parlando della mia esperienza da padre però posso affermare che i miei figli mi hanno visto piangere, cadere, mi hanno visto stare male e anche chiedere aiuto. I miei figli sanno che ho delle debolezze ma non mi considerano un padre fragile.


Martina Marzullo: “Padri eterni” può significare sia presenza costante sia immaturità protratta. C’è il rischio che alcuni uomini restino “figli” troppo a lungo? Oppure questa sospensione è il prezzo della trasformazione?

Matteo Bussola: Questo è esattamente l’intento con cui Federico e io abbiamo pensato questo titolo: era proprio la prima questione che ci siamo posti. “Padrieterni” ci dava la possibilità di evocare l’idea che nel momento in cui diventi padre lo resti per sempre.

Fa parte di quelle esperienze nella vita di un uomo che non sono reversibili. Puoi cambiare casa, compagna, città, lavoro ma l’unica cosa certa che arriva nella tua vita per restare per sempre sono i figli. Quindi, questo titolo non era un tentativo di egomania ma era un tentativo per identificare questa strada senza ritorno.

Federico Taddia: Un gioco di parole che nasconde una grande verità: io sono diventato padre a 23 anni; sono quindi stato un giovane padre e ti accorgi che è una dimensione che non ti molla più, per fortuna.

Nella parola “padre eterno” c’era un parallelismo: la tentazione di sentirti un grande Dio e quindi un grande manipolatore (che è esattamente quello in cui non devi cadere, anche perché poi l’adolescenza lo disinnesca immediatamente), e poi il fatto che diventare padre è l’esperienza terrena più bella che ti possa capitare e anche quella che non ti lascia più.

Intervista a cura di Martina Marzullo, con la collaborazione di Davide Lamandini.

(In copertina, Matteo Bussola e Federico Taddia; foto di Valentina Celeste)


L’intervista a Matteo Bussola e Federico Taddia, a margine dell’evento intitolato I Padri eterni, è stata realizzata in collaborazione con l’Oratorio di San Filippo Neri e Mismaonda.
Leggi tutte le interviste di Giovani Reporter al LabOratorio di San Filippo Neri.

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