Politica

Le ‘Culture wars’ in America – Gli Stati Dis-Uniti

culture wars america

Gli Stati Uniti oggigiorno sono profondamente divisi. Le radici economiche della crisi hanno lasciato il passo alle battaglie culturali, con un linguaggio sempre più aggressivo. La vera sfida, ormai, resta provare a ricucire le due Americhe prima che la frattura diventi irreversibile.


Due Americhe che non si parlano

Fino a pochi anni fa, parlare degli Stati Uniti come di un Paese profondamente polarizzato sarebbe sembrato, ai più, difficilmente credibile. Gli USA sono infatti tradizionalmente noti per la forte coesione nazionale, il patriottismo diffuso e la tendenza, almeno formale, a fare quadrato attorno al presidente una volta eletto, indipendentemente dall’appartenenza politica. Ad oggi sembra che sia lo stesso tessuto sociale americano ad essere lacerato.

Ma il problema dell’estremizzazione negli USA non riguarda solo la ‘sostanza’ dei temi trattati ma anche la ‘forma’ e dunque il linguaggio del confronto, tanto che le due ‘fazioni’ sembrano non parlare più nemmeno la stessa ‘lingua’. I democratici, soprattutto tra le generazioni più giovani, hanno fatto loro i valori che pongono al centro temi come i diritti di genere, il linguaggio inclusivo e il politically correct, arrivando talvolta a esprimere un senso di disagio o vergogna rispetto a ciò che significa essere americani.

I repubblicani più vicini al movimento MAGA di Trump sembrano invece essersi mossi nella direzione opposta: patriottismo radicale, nazionalismo, chiusura identitaria, con toni che negli ambienti più estremisti spesso sconfinano nella xenofobia e nel razzismo.

Già vent’anni fa, un tempo che in politica equivale ad un’era geologica, Thomas Frank, analista politico e giornalista americano, nel libro What’s the Matter with Kansas? (2004) affrontava il tema di come le “culture wars” (i dibattiti su aborto, armi, identità di genere ecc.…) fossero diventate  il vero centro dei dibattiti della politica americana, ignorando il problema economico del paese e in particolare delle classi più povere.

“By stoking cultural fears and anxieties, conservative politicians have successfully diverted attention away from the real causes of economic hardship” (Alimentando paure e ansie culturali, i politici conservatori sono riusciti a distogliere l’attenzione dalle vere cause delle difficoltà economiche) scriveva Thomas Frank nel 2004, ma oggi questa affermazione ci appare più attuale che mai.

Culture Wars
A sinistra il simbolo del Partito Repubblicano, a destra del Partito Democratico (Via Unsplash)

Le radici economiche della frattura

Il collasso della base industriale nazionale è passato largamente inosservato sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Questo vuoto economico, e in seconda battuta politico, contribuisce a spiegare il successo del populismo trumpiano.

La ex spina dorsale dell’industria americana, la Rust Belt (l’area industriale degli Stati Uniti nord-orientali e del Midwest che, dopo il declino manifatturiero del XX secolo, ha subito deindustrializzazione, crisi economica e spopolamento) è ridotta da decenni ad un fossile senza vita, il simbolo più evidente del declino industriale degli Stati Uniti. Città un tempo prospere, costruite attorno ad acciaierie e industrie manifatturiere, sono oggi segnate da disoccupazione e degrado.

Non a caso, l’agenda di Trump insiste con forza sul concetto di reshoring,  un tentativo di riportare sul suolo nazionale quelle industrie che, negli ultimi cinquant’anni, le imprese hanno delocalizzato in Paesi emergenti con costi di produzione decisamente più bassi. Questo processo ha trasformato profondamente l’economia americana.

Gli Stati Uniti del dopoguerra erano grandi produttori di macchinari, mezzi agricoli, acciaio, grano e beni alimentari. Furono il grano, l’acciaio e le tecnologie americane a contribuire in modo decisivo alla ricostruzione dell’Europa post-bellica. Oggi, invece, l’America è sempre più un compratore di ultima istanza: produce i propri iPhone in Cina, acquista tecnologie dal Giappone, importa grano dal Canada e dalla Polonia mentre compra automobili tedesche.

I democratici hanno sottovalutato la reazione disperata della classe media impoverita, reazione che Trump invece ha saputo abilmente cavalcare. Sono diventate note frasi come “The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer” (Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati) pronunciata durante il suo  insediamento dopo la vittoria elettorale nella notte dell’8 novembre 2016. Il concetto di “forgotten man” ha origini lontane nella cultura politica americana e la sua ripresa è sicuramente significativa.

Il primo a farne uso fu Franklin D. Roosevelt nel 1932 in un messaggio radiofonico per riferirsi all’enorme massa di persone trascurata durante la Grande Depressione. E’ dunque capace di toccare corde identitarie profonde.

La politica del non-dialogo

La scelta delle parole e il linguaggio adottato dal presidente Trump, raramente conciliante e il più delle volte esplicitamente divisivo, hanno contribuito ad alimentare ulteriormente la frattura interna al Paese. I suoi attacchi non si rivolgono soltanto agli avversari politici, ma anche ai giornali, alle televisioni e ai media considerati ostili, frequentemente liquidati con espressioni derisorie e decisamente poco presidenziali come “CNN fake news”, o definendo una giornalista “piggy” (maiale).

Sembra che le due Americhe non solo non riescano più a parlarsi ma che la rabbia reciproca accechi ogni tentativo di costruire un dibattito utile. All’interno dello stesso Partito Repubblicano però si sta delineando una frattura sempre più netta tra la corrente trumpiana–MAGA e quella di orientamento più tradizionalmente conservatore e istituzionale.

La prima tende a privilegiare una visione fortemente nazionalista, cinica in materia di politica estera, improntata al disimpegno militare e al graduale ridimensionamento del ruolo degli USA come egemone globale, anche se le operazioni degli ultimi mesi (Venezuela e Iran) volute dal presidente Trump sembrano indicare il contrario.

I MAGA pongono gli interessi interni al centro del loro credo politico. La corrente più tradizionale del partito repubblicano, invece, mantiene un’impostazione più classica di leadership globale, fondata su alleanze strategiche, multilateralismo e continuità del ruolo guida degli USA nell’ordine internazionale. Anche, e soprattutto, nelle ‘forme’ della politica e nel linguaggio adottato si nota una differenza abissale tra i nuovi repubblicani e la ‘vecchia guardia’: basta osservare i dibattiti presidenziali di Mitt Romney o John McCain paragonandoli a Trump.

A ciò si aggiungono gesti simbolici che hanno ulteriormente indebolito la fiducia nelle istituzioni. Nel 2020 Trump non ha riconosciuto per mesi la sconfitta elettorale contro Biden, fatto rarissimo nella politica americana e, nel 2025, ha persino sostituito la foto ufficiale di Biden nei corridoi della Casa Bianca con un’immagine della firma dell’ex presidente, in un gesto dal forte valore politico.

Oggi, invece, la situazione sembra essersi quasi ribaltata. Negli USA l’odio politico ha già prodotto vittime vere, che hanno volti e nomi. Il 10 settembre 2025 Charlie Kirk è stato assassinato durante un dibattito in università alla Utah Valley University, ucciso da un colpo di cecchino al collo.

Il 13 luglio 2024 si è verificato un tentativo di assassinio ai danni di Donald Trump. Il 14 giugno scorso un estremista di destra ha ucciso Melissa Hortman, politica democratica del Minnesota, insieme al marito. Nel 2021, durante l’attacco a Capitol Hill, sono morti tre manifestanti e l’agente di polizia Brian Sicknick.

Melissa Hortman
Melissa Hortman (Via Wikipedia)

Il 7 gennaio un agente dell’ICE ha ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good, mentre il 24 gennaio è stato ucciso l’infermiere Alex Pretti mentre era sdraiato di schiena a terra, entrambi episodi che hanno scatenato proteste di massa in numerose città americane. Questa escalation di violenza politica, inimmaginabile fino a poco tempo fa, oggi colpisce, sfortunatamente, anche l’Europa. Il 12 febbraio, infatti, un gruppo di giovani estremisti di sinistra hanno ucciso a Lione il militante nazionalista Quentin Deranque.

Quando un giornalista ha chiesto a una portavoce della Casa Bianca cosa ne pensasse della morte di Renee Good, la risposta è stata una difesa cieca dell’operato dell’ICE e la giornalista è stata attaccata e definita “biased” e di parte. Il vicepresidente Vance ha addirittura etichettato Good come una “deranged leftist” e una “tragedy of her own making”, nonostante le immagini e i resoconti mettano in dubbio la giustificazione dell’uso letale della forza.

Casi come quello di Renee Good non sono semplicemente incidenti isolati: sono diventati simboli di una lotta culturale e politica che attraversa la società americana, esacerbata da un linguaggio politico sempre meno aperto al confronto e percorso da narrative opposte che non sembrano avere punti di incontro.

Il linguaggio politico del mondo MAGA si caratterizza per una forte componente identitaria e conflittuale, costruita attorno a una netta distinzione tra ‘noi’ e ‘loro’. Spesso descrivono l’immigrazione attraverso un lessico aggressivo, che richiama minacce, invasioni e perdita di controllo, alimentando una percezione di assedio culturale e sociale.

Spesso ricorrono a immagini macabre e scioccanti come quella del “they’re eating the dogs, the cats” (stanno mangiando i cani, i gatti) usata da Trump nel dibattito presidenziale con Kamala Harris, notizia oltretutto finta.

Alex Pretti
Alex Pretti (Via Wikipedia)

Allo stesso tempo, la comunicazione MAGA privilegia uno stile diretto, da show televisivo, puntando a parlare solo ed esclusivamente al loro pubblico, mostrando un totale disinteresse ad avvicinare a sé elettori non allineati alla loro politica. Trasformano così il confronto politico in spettacolo e rafforzando al contempo il legame emotivo con la loro base elettorale. La sfida per il futuro del Paese resta quella di ricostruire uno spazio di dibattito in cui sia possibile confrontarsi sui fatti senza che ogni avvenimento diventi un’ulteriore prova della presunta colpevolezza degli avversari.

‘L’America profonda’, quella che per anni si è sentita esclusa, derisa dalle élite del Paese e da queste liquidata con l’etichetta di “redneck”, vede oggi in Trump una voce e un simbolo di riscatto. Stupirsi o condannare in toto questa reazione scaturita dal profondo del Paese sarebbe ipocrita quanto inutile e poco produttiva. Se si volesse davvero costruire un’alternativa a Trump servirebbe innanzitutto affrontare senza comode bugie e giustificazioni il problema economico dell’America.  

Perché le parole pesano

Ad oggi, uno dei temi che più polarizzano e ‘scaldano’ l’opinione pubblica americana è l’immigrazione, al centro di dibattiti intensi e spesso carichi di un linguaggio incendiario. L’amministrazione Trump e il vicepresidente Vance hanno ripetutamente descritto gli immigrati irregolari con espressioni come “illegal aliens”, un epiteto che critici e analisti definiscono apertamente disumanizzante e che alimenta le procedure aggressive dell’ICE.

In questo clima di Culture Wars permanenti, come osserva Mario del Pero, docente a Sciences Po Paris nel suo saggio Buio americano (2025), la vera sfida non è soltanto americana ma dell’Occidente tutto. Sono le democrazie liberali, anche europee, a dover dimostrare che un’altra strada è possibile. Una strada fondata su coesione sociale, equità economica, rispetto delle pluralità e delle istituzioni.

Nel 2026, a 250 anni dall’Indipendenza, gli USA appaiono attraversati da tensioni profonde e da un linguaggio politico che erode i fondamenti stessi del confronto democratico. Eppure, nella loro storia, hanno più volte mostrato una straordinaria capacità di rigenerazione. Il popolo americano ha dimostrato diverse volte di saper prendere in mano le redini del proprio destino per volgerlo in direzioni più promettenti. Resta comunque l’interrogativo: sarà possibile ricucire le due Americhe prima che il divario diventi incolmabile?

Alessandro Donati

(In copertina foto di Unsplash)


Le “Culture Wars” in America è un articolo scritto da Alessandro Donati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore!

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