Dopo la “guerra dei 12 giorni” di giugno 2025, si riapre lo scontro tra Iran, Israele e Stati Uniti. L’attacco all’Iran dei giorni scorsi sta creando una profonda spaccatura tra le opinioni dei leader mondiali: oltre alla preoccupazione per la rapida espansione del conflitto, ad allarmare è l’imprevedibilità di azione del presidente Trump, che ha agito congiuntamente a Israele, senza preavviso per gli altri membri NATO. Si aprono interrogativi sempre più urgenti sulla reale natura delle alleanze occidentali e sul ruolo del diritto internazionale.
La strada verso il conflitto
Tra dicembre e gennaio, a Teheran e in altre città iraniane, sono scoppiate diverse proteste contro il regime degli ayatollah, che nel loro complesso hanno preso il nome di “Rivoluzione iraniana del 2026”. Queste manifestazioni popolari contro la Repubblica islamica si sono presto trasformate nella più grande rivolta dal 1979.

La repressione violenta e sistematica delle proteste, unita a una crisi economica sempre più grave, ha reso evidente l’instabilità interna del regime. È proprio in questo contesto che l’intervento statunitense non si è fatto attendere: il presidente Donald Trump ha minacciato l’Iran di intervenire militarmente, ha cercato di sfruttare le tensioni nel Paese per riaprire un negoziato sul programma nucleare e ottenere nuove concessioni diplomatiche dall’Iran.
Nelle settimane successive, Washington e Tel Aviv hanno accusato Teheran di aver accelerato lo sviluppo del programma atomico e di aver rafforzato gli armamenti missilistici. Questi elementi, considerati una minaccia diretta, hanno portato all’avvio degli interventi militari.
La rapida escalation
Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno avviato un’azione militare congiunta contro l’Iran, presentata come un attacco preventivo. La finalità dell’attacco era colpire e rovesciare il vertice del regime islamico, obiettivo in parte raggiunto con la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, confermata il 1° marzo dalle autorità iraniane.

L’offensiva statunitense, denominata dal Dipartimento della Guerra Epic Fury, di concerto con l’operazione israeliana Ruggito del Leone, ha preso di mira diverse infrastrutture strategiche iraniane. Tra queste, è stata colpita anche la scuola elementare femminile di Minab. L’attacco è avvenuto durante l’orario scolastico e ha causato tra le 140 e le 180 vittime, tra bambine e insegnanti.
L’episodio solleva una domanda inevitabile: quanto può essere definita preventiva un’operazione militare che colpisce i civili?
La risposta iraniana non ha tardato ad arrivare, in forma di ondate di missili e droni inviati verso Israele e verso basi statunitensi in vari Paesi del Golfo, in particolare negli Emirati Arabi Uniti, in Giordania, in Bahrain, in Kuwait e in Qatar. La tensione internazionale è rapidamente salita, così come il timore di un conflitto regionale su larga scala.
Le reazioni internazionali
Le Nazioni Unite hanno convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza. Il segretario generale António Guterres ha condannato l’escalation militare e ha invitato tutte le parti a fermare gli attacchi e tornare al dialogo diplomatico.
In particolare, si è condannato il raid sull’istituto e si è richiesta un’indagine immediata e indipendente. La portavoce dell’agenzia Onu, Ravina Shamdasani, ha dichiarato:
Gli attacchi diretti contro civili o beni civili, così come gli attacchi indiscriminati, costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e possono essere qualificati come crimini di guerra.
Ravina Shamdasani
Altri attori internazionali hanno espresso la loro opinione in merito. Tra queste la Cina ha dichiarato forte preoccupazione e ha chiesto un immediato cessate il fuoco. Anche il leader corano Kim Jong-un ha condannato l‘azione Israele-statunitense, inoltre, ha espresso supporto all’Iran e si è dichiarato pronto a intervenire qualora fosse necessario.
Arriva anche la condanna della Russia, che ha definito quanto accaduto come: un atto di aggressione armata non provocato, contro uno stato sovrano e accusando Usa e Israele di violazione del diritto internazionale.
Per quanto possa sembrare paradossale il commento del presidente Putin, tuttora impegnato nella guerra con l’Ucraina, non si può di certo ritenere che le sue accuse siano infondate. È evidente, ancora una volta, il doppio standard occidentale, che condanna immediatamente le azioni di un Paese, mentre cambia completamente l’atteggiamento se si tratta di un alleato.
L’Europa divisa
Per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea, stiamo assistendo a una sempre più marcata spaccatura ideologica chi sostiene la linea di azione statunitense e chi invece, pur facendo parte della Nato, inizia a prenderne le distanze: tra questi ultimi c’è la Spagna. Il primo ministro, Pedro Sánchez, ha dichiarato:
La posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: No alla guerra. No al fallimento del diritto internazionale. No ad assumere che il mondo possa risolvere i suoi problemi a base di conflitti. No a ripetere gli errori del passato.
Pedro Sánchez

Con queste parole il premier non solo prende le distanze dalla condotta statunitense, ma ricorda alla Comunità Europea che è possibile condannare azioni ingiustificate, seppur compiute da alleati come in questo caso.
Tuttavia, l’opposizione spagnola era evidente anche prima di questa dichiarazione. Solo due giorni prima, il 2 marzo, il governo non ha accordato il permesso all’utilizzo delle basi militari spagnole – in particolare Rota e Morón de la Frontera – per sostenere operazioni legate alla guerra in Iran. In seguito a questo rifiuto, decine di aerei statunitensi sono decollati dalle basi spagnole verso altre installazioni in Europa.
Sánchez ha sottolineato che le basi rimangono sotto la sovranità spagnola e possono essere usate solo entro i confini degli accordi bilaterali con gli Stati Uniti e nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite.
Come conseguenza diretta Trump ha minacciato l’interruzione del commercio con la Spagna. Madrid ha però mantenuto la sua posizione, sottolineando l’importanza di rispettare il diritto internazionale e la sovranità nazionale, e diventando ufficialmente l’unico Paese europeo apertamente schierato contro Trump.
Diversa la reazione del Governo Meloni che, dopo giorni di attesa, dichiara preoccupazione per la ‘spropositata reazione’ dell’Iran e attribuisce la colpa della delicata situazione del Golfo all’invasione russa dell’Ucraina. Una lettura che, oltre a essere molto fantasiosa, non convince tutti all’interno dello stesso governo.
In disaccordo il ministro Crosetto, con una posizione molto più vicina a quella del leader spagnolo, dichiara:
Gli Usa hanno agito fuori dal diritto internazionale.
Guido Crosetto
Questa spaccatura interna al governo ci porta a riflettere su quanto spazio di autonomia politica resti oggi ai Paesi europei nei confronti degli USA.
Prospettive future
È chiara la strategia iraniana: trasformare il conflitto in uno scontro regionale, rendendo l’offensiva più impegnativa possibile per gli avversari. Sicuramente non si giungerà a una pace imminente, ma a un allargamento del conflitto, che più che una prospettiva futura è una realtà.
Ma è davvero l’unica strategia di cui dovremmo preoccuparci?
La questione della difesa preventiva, nel diritto internazionale, è piuttosto complessa. Nella maggior parte dei casi viene utilizzata più come una formula standard che come una vera e propria base giuridica.
Innanzitutto, l’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce un divieto generale di uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. Basta questo semplice articolo per capire che la strategia statunitense non è conforme alla Carta.
Ma se analizziamo l’articolo 51, emerge chiaramente che la legittima difesa può essere invocata solo in risposta a un attacco armato già avvenuto.
In questo contesto, la questione centrale non è solo quella della legittimità degli interventi, ma della capacità della comunità internazionale di imporre vincoli effettivi e di prevenire l’escalation dei conflitti. Ci si chiede, a questo punto, se il diritto internazionale abbia ancora un valore vincolante, o meglio, se per alcuni Stati lo abbia mai avuto.
Negli ultimi anni, infatti, è sempre più evidente il progressivo allontanamento dei Paesi occidentali dal rispetto della diplomazia e dal sistema giuridico internazionale. Di fatto, la diplomazia sta lasciando sempre più spazio alla logica di potenza e le regole che dovrebbero guidare le relazioni internazionali stanno diventando sempre di più strumenti opzionali, piuttosto che vincolanti.
La strategia più realistica, per placare la situazione, sarebbe quella di bloccare il circolo vizioso di azione americana. Quindi, richiederebbe un doppio approccio: frenare Israele e allo stesso tempo offrire all’Iran la possibilità di trovare un equilibrio interno allo Stato, magari evitando di forzare l’insediamento di un leader filo-occidentale, come fatto in passato con i Pahlavi, quando l’allineamento esterno non favorì la stabilità interna.
Ma gli interessi in gioco sono troppi e le tensioni troppo radicate perché venga intrapresa la via più razionale ed efficace.
Alice D’Alessandro
(In copertina un immagine di cittànuova.com)
Attacco all’Iran e tensione globale: il mondo si divide sulla guerra è un articolo di Alice D’Alessandro. Clicca qui per altri articoli di Politica!
