
In un mondo segnato dalla fine dell’universalismo americano e dal ritorno dei conflitti identitari, “Il porcospino d’acciaio” (2025, Laterza) di Luciano Canfora offre una critica radicale del concetto di Occidente. Attraverso una ricostruzione storica che va dall’antichità alla guerra fredda, Canfora smaschera l’uso propagandistico dell’identità occidentale come strumento di dominio.

Il saggio di Canfora
Luciano Canfora, classe 1942, è un autore estremamente prolifico che si serve delle sue conoscenze di storico e filologo per invitare alla riflessione sulle grandi questioni che il nostro Paese sta affrontando. Oltre alle numerose pubblicazioni specialistiche, negli ultimi anni ha realizzato brevi saggi su temi quali i problemi dell’Unione Europea (Europa gigante incatenato, 2020), l’eredità del fascismo (Il fascismo non è mai morto, 2024), la crisi della sinistra (La metamorfosi, 2021) e l’involuzione oligarchica della nostra democrazia (La democrazia dei signori, 2022).
Questo pamphlet sull’Occidente, quindi, è quasi un passaggio obbligato per lo studioso barese che nelle scorse settimane, insieme ai colleghi Angelo d’Orsi e Alessandro Barbero, ha subìto personalmente gli effetti dell’intollerante propaganda occidentalista. Una loro conferenza prevista per lo scorso 9 dicembre a Torino, infatti, è stata annullata a causa di pressioni politiche. L’episodio è solo l’ultimo di una lunga lista di atteggiamenti intolleranti, spesso riconducibili a personalità politiche di opposizione.

Fatti del genere traggono origine dalla frustrazione di una classe dirigente che, dopo essersi lasciata alle spalle la migliore cultura politica autoctona, si sente ora priva di riferimenti a causa della svolta ideologica attuata dalla Casa Bianca.
I politici italiani ed europei cresciuti all’ombra di Washington hanno sempre vissuto convinti che la ‘civiltà occidentale‘ avesse il dovere di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza. Perciò hanno sostenuto guerre neocoloniali e disastrosi interventi di cambio di regime in tutto il mondo. A ben vedere, però, sono essi stessi i più affezionati a questa retorica imperiale, tanto da continuare a ripeterla perfino dopo che il suo principale artefice ha scelto di disfarsene.
Il porcospino d’acciaio di Canfora è diretto soprattutto contro gli orfani dell’imperialismo universalista americano, oggi impegnati nella tragicomica missione di trasformare l’Unione Europea in un Occidente ‘sano‘ senza Stati Uniti.

Il nuovo scenario mondiale
La nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti e le potenze che ne contestano l’egemonia globale è caratterizzata da una scarsa componente ideologica. Durante il trentennio successivo allo scioglimento dell’Unione Sovietica, infatti, l’espansione dell’influenza statunitense si fondava su una variante universalistica del tradizionale eccezionalismo americano.
In sintesi, secondo quella visione, la civiltà occidentale era destinata ad allargarsi in tutto il mondo e a Washington spettava l’onere di guidare i popoli verso tale necessaria metamorfosi. Una lettura ideologica che oggi, a posteriori, ci appare come troppo ottimistica, semplicistica e autocelebrativa.
Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan nel 2021 e le recenti azioni armate contro il Venezuela testimoniano che le guerre ‘per l’esportazione della democrazia‘ non sono più una priorità. Ciò non significa, naturalmente, che l’impero statunitense accetti di buon grado di rinunciare al dominio mondiale. Al contrario, vuol dire che in questa fase storica, per non cadere più vittime della propria stessa propaganda, è meglio muoversi con un maggiore pragmatismo.
Chiamando in causa due politologi tanto influenti quanto fraintesi, si potrebbe affermare che gli Stati Uniti hanno abbandonato Francis Fukuyama per abbracciare Samuel Huntington: dal cieco idealismo della Fine della Storia al realismo nazionalista dello Scontro delle civiltà.
La pretesa di esportare il proprio modello politico, del resto, da tempo non appartiene nemmeno alle altre due superpotenze globali.
La Russia, dopo la caduta del socialismo, ha smesso di rivolgersi al mondo e preferisce occuparsi soprattutto dei russi, filorussi e russofoni presenti intorno ai propri confini nazionali. In Cina, invece, vige ancora il socialismo ma è ‘con caratteristiche cinesi‘, cioè non esportabile. Con grande confusione di alcuni analisti, Pechino fonda la sua politica estera proprio sul pragmatismo anziché sulla vicinanza ideologica.
Il repentino cambio di approccio da parte dell’attuale amministrazione americana, però, ha generato una conseguenza inaspettata: la spaccatura fra Stati Uniti ed Europa intorno all’identità occidentale. Uno scontro identitario che è giunto fino a una sorta di scomunica reciproca tra le due rive dell’Atlantico, ciascuna convinta di rappresentare l’Occidente ‘sano‘ in contrapposizione a un presunto Occidente ‘degenerato‘.

Da questi sviluppi Luciano Canfora ha tratto l’ispirazione per il suo ultimo pamphlet, Il porcospino d’acciaio.

L’origine dell’identità occidentale
Il concetto di Occidente ha origini antiche e ha avuto diversi momenti fondativi nel corso della storia, dall’antica Grecia fino alla metà del Novecento.
Come ha sostenuto lo studioso palestinese Edward Said, si tratta di un concetto che nasce in opposizione all’Oriente e racchiude al suo interno una serie di tratti politici e culturali scelti in modo arbitrario. In poche parole, all’Occidente sono associati solo i tratti della propria storia ritenuti migliori mentre all’Oriente solo i tratti considerati peggiori, veri o presunti che siano. Così, l’Occidente è sinonimo di libertà, democrazia, diritti della persona, tolleranza e progresso tecnico-scientifico mentre l’Oriente simboleggia la schiavitù, la tirannia, la mentalità di gregge, l’intolleranza e l’arretratezza.
Questo concetto, che Canfora definisce “prescientifico”, ha uno scopo propagandistico. La sua diffusione è servita a costruire un velo di superiorità morale che potesse giustificare le mire espansionistiche delle potenze coloniali europee e, in seguito, il dominio globale degli USA.
Come ha evidenziato in maniera provocatoria l’antropologo David Graeber, infatti, compilando una lista corretta ma altrettanto arbitraria degli elementi caratteristici della storia dell’Occidente (industrializzazione, nazionalismo, spinte espansionistiche, teorie razziali) si potrebbe concludere che il culmine della civiltà occidentale sia stato il Terzo Reich.

Il saggio di Canfora ricostruisce la storia dell’identità occidentale a partire dall’Antichità, con particolare attenzione per le sue contraddizioni interne. Il caso della Grecia è il più significativo perché nel pensiero comune viene ritenuta la culla dell’Occidente moderno. Eppure, la storia della civiltà ellenica presenta una serie di ambiguità difficilmente conciliabili con le letture binarie successive.
La vera origine dello scontro di civiltà fra Oriente barbaro e Occidente civile viene fatta risalire alle guerre fra le città greche e l’Impero persiano raccontate nel V secolo a.C. dallo storico Erodoto.
Il racconto di Erodoto, pur contenendo alcuni giudizi poco lusinghieri sul nemico asiatico, dimostra una straordinaria volontà di comprenderne a fondo la storia e i costumi, riconoscendo ai persiani la stessa dignità attribuita ai greci. Per il suo atteggiamento, quindi, può essere considerato un precursore dell’odierno relativismo culturale. Perciò, come ricorda Canfora, nei secoli successivi il padre della Storia è stato accusato di essere un “filobarbaro” (oggi si direbbe filoputiniano).

In realtà, lo scontro esistenziale con la Persia è più un’eccezione che una regola per le poleis greche, in genere ben liete di stringere accordi e alleanze con il Gran Re. Poi, l’ascesa di Roma cambia completamente la situazione trasformando all’improvviso la Grecia stessa in un paese barbaro e orientale. Tale classificazione permane per tutta la durata dell’Impero romano d’oriente, compresi i secoli dell’Alto medioevo (476-1000), durante i quali lo sviluppo e la ricchezza di Costantinopoli fanno impallidire ciò che resta dell’Europa occidentale.

L’Occidente europeo ed euro-atlantico
Un ampio rinnovamento dell’identità occidentale avviene durante l’età moderna quando gli europei entrano in contatto con i popoli delle Americhe e degli altri continenti ancora non ‘scoperti‘. Il colonialismo riesce a imprimere la missione civilizzatrice dell’Occidente nelle menti di tutti gli europei, senza alcuna distinzione ideologica. Perfino i padri fondatori dell’ideologia comunista non sono esenti da un pregiudizio paternalistico riguardo l’arretratezza degli orientali.
Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, i secoli di riferimento per l’opera di Said, il colonialismo si intensifica fino a occupare quasi tutto il pianeta. In questo periodo la diade Occidente-Oriente diventa a tutti gli effetti un dispositivo di controllo culturale volto a interpretare la colonizzazione come opera filantropica.

L’ultima svolta avviene con la fine della Seconda guerra mondiale e il mutamento dei rapporti di forza tra Occidente americano e Occidente europeo. In quella fase storica nasce l’Occidente euro-atlantico oggi in crisi. Tra i suoi nemici, oltre all’Oriente sovietico, c’è anche il mondo colonizzato in rivolta, spesso infiammato proprio dall’ideale socialista promosso da Mosca.
Così, secondo la ricostruzione impietosa di Canfora, l’Occidente viene a coincidere con i Paesi dell’Alleanza atlantica (1949), uniti per mantenere il dominio militare sugli altri continenti. Le maggiori novità sono le parole d’ordine, libertà e democrazia, e la mentalità da fortezza sotto assedio.
Oggi come ieri, infatti, l’Occidente aggredisce continuamente il resto del mondo ma continua a raccontarsi come vittima, alternando tra i complotti russi e la costante minaccia del nemico interno anti-occidentale. Nasce così l’espressione “porcospino d’acciaio”, coniata dalla Presidente della Commissione Europea prendendo spunto dal celebre discorso sulla “cortina di ferro” pronunciato da Winston Churchill nel 1946.
La metafora del porcospino rappresenta quindi la funzione dell’Ucraina nell’ottica degli odierni vertici dell’Unione Europea: una fortezza impenetrabile in grado di difendere sé stessa e l’Europa da qualsiasi minaccia provenga da oriente. Una metafora che, come sostiene Canfora, potrebbe descrivere la funzione strategica anticinese di Taiwan e della Corea del Sud, e potrebbe essere applicata all’intero Occidente in fase di riarmo.

Un saggio coraggioso e patriottico
Canfora critica con fermezza l’uso propagandistico del concetto di Occidente ma non rifiuta affatto i cosiddetti valori occidentali impressi nelle costituzioni del dopoguerra. Ne riconosce l’origine conflittuale, segnata da intense lotte sociali e da conquiste precarie.
Se tali valori sono diventati un patrimonio condiviso, infatti, non è per gentile concessione di qualche governante, né tantomeno per l’abilità argomentativa di qualche filosofo. A conquistare i valori ‘occidentali‘ sono stati tutti coloro che hanno contestato senza paura l’Occidente in cui erano nati, non curandosi di chi li bollava come utopisti, demagoghi, terroristi e traditori.
Il breve saggio di Canfora, perciò, è innanzitutto una lettura patriottica nell’accezione risorgimentale del termine, quella che invita alla fratellanza tra i popoli e rigetta la mentalità imperiale.
Il porcospino d’acciaio rappresenta un coraggioso invito ad approfondire una branca di studi ancora poco diffusa in Italia, quella riguardante gli effetti culturali dell’imperialismo e del neocolonialismo. Una mancanza incomprensibile dal momento che il nostro Paese rappresenta un caso di studio esemplare.
Federico Speme
(in copertina, foto di Eurofocus – Adnkronos)
“Il porcospino d’acciaio” – Luciano Canfora e il concetto di Occidente è il diciassettesimo articolo di Caffè Scorretto, una rubrica di Federico Speme.



