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“Gramsci consiglia” – Comunismo e cattolicesimo: quando l’utopismo diventa trasversale

gramsci

Per Gramsci cattolicesimo e comunismo possono convergere nell’utopismo? Ne parla la nota 49 del secondo dei “Quaderni del carcere”, che ha ispirato il nuovo episodio della rubrica “Gramsci consiglia”. Due ideologie apparentemente opposte condividono infatti un medesimo impianto dogmatico. Ciò testimonia come l’utopismo cambi – e abbia cambiato nel tempo – forma e contenuti, rimanendo però un’attrazione costante. Oggi, nell’era del predominio del mercato e del riformismo da un lato, e di crescente polarizzazione ideologica dall’altro, il discorso si è fatto più attuale e complicato di prima.


La chiamavano (o chiamano) Salvezza, altri Sol dell’Avvenire. L’avverarsi di un futuro migliore è sempre stato una grande speranza per il genere umano. Specialmente nel Novecento, il secolo che per l’utopismo è stato un’epoca d’oro. Nonostante l’affermazione di alcune delle dottrine politiche – in apparenza – più laiche in assoluto.

Nazismofascismocomunismo: sono stati questi i tre volti utopici del fenomeno totalitario. Sia ben chiaro: come ha sottolineato già Barbero, è bene scindere nettamente tra nazifascismo e comunismo. Mentre il primo è sempre stato legato alla violenza antidemocratica, il secondo non sempre ha avuto esiti storici assimilabili allo stalinismo o alle altre dittature comuniste. Tuttavia, non è errato riconoscere nelle applicazioni totalitarie della dottrina comunista alcuni elementi comuni con altre ‘religioni laiche’ (quali, appunto, fascismo e nazismo).

La trasformazione dalle fondamenta della società, insieme alla nascita di un ‘uomo nuovo’, è un concetto fondamentale e comune alle dottrine politiche integraliste del secolo scorso. Paradigmi che, in fondo, non hanno fatto che sostituire il dominio ideologico della Chiesa. Un’istituzione che nel Novecento ha vissuto una ‘transitoria’ crisi di consenso, precedente a quella (più definitiva?) che sta vivendo attualmente.

In ogni caso, l’impianto alla base del dogmatismo religioso non è mai morto. Gramsci lo osserva nella nota 49 del secondo dei Quaderni del carcere, dove commenta una parte di impressioni e pensieri (Interpretazioni, a cura di Alessandro Mariani) usciti sulla rivista Nuova Antologia il 1° ottobre 1927.

Comunismo e cattolicesimo: così simili, così diversi

I paragrafi dei brani in questione sono definiti da Gramsci “molto pretenziosi e confusi”, ma comunque curiosi per “la decisa avversione al luogo comune e al pregiudizio banale” (p. 203). Inoltre, spiega che nella sezione dei contributi intitolata Arte politica, la rivista riporta tre paragrafi sulle “Tre potenze”: La Chiesa di Roma, l’Internazionale Rossa e l’Internazionale ebraica. 

L’articolo inizia in maniera eloquente. La Chiesa cattolica è “la più possente forza conservatrice governante sotto la specie del divino, salvezza ultima ove la decadenza dei valori mette a repentaglio la struttura sociale” (p. 203). L’Internazionale Rossa è “deviazione dell’ideologia cristiana”, ed è attiva soprattutto nelle società che economicamente si sono evolute secondo il modello occidentale.

Sovvertitrice dei valori, è forza rivoluzionaria ed espansiva”. Nega l’ordine imposto dalle gerarchie esistenti ma ne impone uno nuovo, “più ferreo ed imperioso dell’antico per necessità di conquista” (p. 204). Pur negando formalmente lo Spirito e il divino, inconsciamente vi ubbidisce, “affermando un’inesausta sete di giustizia pur sotto il fallace miraggio dell’Utopia”.

Quest’ideologia si basa certo su interessi materiali, ma risponde a pulsioni profonde “che hanno le più profonde radici nell’anima umana. È mistica. È assoluta. È spietata. È religione, è dogma”. In comune con la Chiesa, l’Internazionale Rossa ha una rete di credenti che la sostengono, si alimenta con un sistema mondiale di informazione, e ha le sue aristocrazie. Tutte le energie intellettuali delle nazioni si rivolgono al suo progetto, a fronte di innumerevoli insoddisfatti “che aguzzano l’ingegno verso la possibilità di un loro migliore domani”.

Comunicando la stessa parola a tutti i credenti, mina dal profondo le fondamenta della costruzione sociale. La sua politica non ha tradizione ma è intelligente e abile, dato che si piega ai suoi scopi e agisce con determinazione

Propaganda comunista su francobollo rosso (Via IStock)
crocifisso gramsci
(Via IStock)

Le radici comuni in passato

Socialismo e ‘cristianesimo sociale’ condividono i medesimi punti di partenza. Specialmente nelle prime utopie socialiste di Saint Simon, Fourier e Owen, è facile riscontrare una certa avversione al materialismo industriale (per l’alienazione indotta nell’uomo) e un’attenzione alla causa umanitaria. In Italia, Filippo Buonarroti porta avanti l’egualitarismo umanitario in chiave rivoluzionaria, ricercando un nesso tra giacobinismo e cristianesimo delle origini. 

Scevro da ogni elemento di ‘socialismo scientifico’ (per cui bisognerà aspettare Marx), le utopie tardo-ottocentesche non criticano tanto il concetto di ‘proprietà privata’ e ‘padrone’; semmai, quello di sfruttamento dell’‘uomo sull’uomo’. Circostanza che un ‘imprenditore illuminato’ avrebbe potuto benissimo evitare, senza dover abbattere necessariamente le strutture del capitalismo.

Ma in realtà queste considerazioni valgono anche per il comunismo. Prima della lettura storico-materialista di Marx, esistono utopie comunistiche che talvolta innervano lo stesso Cristianesimo, senza rifuggire la spiritualità. Ne parla l’interessante manuale di storia delle ideologie politiche a cura di Angelo D’Orsi, Gli ismi della politica (Viella, 2010). Nelle Sacre Scritture e nei Vangeli si parla di ‘uguaglianza sostanziale tra gli uomini’ attraverso la liberazione degli schiavi, l’equità del possesso dei beni e, in alcuni casi, la proprietà comune a scapito di quella privata (ad esempio tra gli Esseni). È così che, talvolta, la ‘comunione’ diventa non più solo misticismo, ma possibilità di ordine politico. 

Tra il Seicento e il Settecento le riduzioni gesuitiche nel Paraguay – piccoli nuclei cittadini su cui erano strutturate le missioni della Compagnia di Gesù – sono un esperimento comunistico. Così come lo è, nel Cinquecento, il fenomeno delle ribellioni eretiche degli anabattisti e dei moravi. Nell’Ottocento, invece, prosperano le letture comuniste e proletarie dei Vangeli, per esempio con Wilhelm Weitling, che nel Vangelo del povero peccatore (1843-1845) sottolinea il tema della povertà come fattore di uguaglianza umana. 

Questi sono chiari esempi di come due dottrine apparentemente distanti si siano in realtà più volte incontrate nel corso della storia. Nonostante le divida un rapporto speculare con il materialismo, il loro impianto dogmatico parte da premesse analoghe. Da un lato, il cattolicesimo rifiuta il materialismo socialista, dall’altro il comunismo marxista ritiene la religione ‘oppio dei popoli’; ma in entrambi i casi l’uomo va riformato. Per comunisti e cattolici, l’umanità deve essere meno egoista e deve costruire, all’interno di una comunità omogenea e fraterna, un domani migliore.

L’Utopismo, tra speranza…

Per spiegare la connessione di due mondi così diversi torna d’aiuto un termine usato nello stesso articolo della Nuova Antologia: ‘utopia’. E anche in questo caso sono utili le nozioni fornite dal manuale a cura di D’Orsi, che con ‘utopismo’ si riferisce all’applicazione politica di questo concetto. Ossia un’ideologia incentrata su un “progetto di mutamento sociale e politico integrale, concepito come tendenzialmente perfetto e definitivo” (Gli ismi della politica, p. 475).

Il pensiero utopico trova espressione compiuta nel libro Utopia di Thomas More, che con questo termine realizza un gioco di parole tra ‘eu-topos’ (luogo felice) e ‘ou-topos’ (luogo inesistente). Su queste basi inventa un genere letterario caratterizzato da una pars destruens – critica al mondo esistente – e una pars construens, ovvero il viaggio in un ipotetico mondo ideale. In principio lontano nello spazio e poi, dal XVIII secolo, nel tempo (in quanto situato nel futuro), si tratta di una nuova destinazione caratterizzata da un governo saggio e giusto. Che non esiste, dunque, ma che potrebbe esistere. Ed è qui la chiave di volta per comprendere l’utopismo.

Incisione per l’edizione del 1518 dell’Utopia di Thomas More (Via Wikipedia)

L’utopia si distingue dal sogno perché vive e si nutre costantemente di possibile. Che, paradossalmente, più tarda ad arrivare, più alimenta il desiderio dell’avvenire. La società immaginata è su misura dell’uomo e risultato dei suoi sforzi. Ogni provvidenza e la stessa storia sono sconfitte, insieme a gerarchie millenarie e tradizioni obsolete. Esistono solo la sicurezza e una legge giusta a tutela di chi vive in quella società.

…e manipolazione

Com’è possibile raggiungere un simile paradiso? Non è dato saperlo. Anzi, proprio occupandosi solo dei fini e non dei mezzi – magari nascondendosi proprio dietro alla finzione letteraria –, l’utopia può continuare a vivere e nutrirsi di illusioni, come quella della fiducia sconfinata nell’uomo, che sarebbe così possibile cambiare radicalmente, rendendolo perfetto. Senza però considerare che non solo l’uomo è corruttibile, ma che una simile società annulla l’uomo stesso, lo riduce all’ubbidienza e, come seconda conseguenza, al conformismo totalitario

Le distopie – su tutte 1984 di George Orwell e Il Mondo nuovo di Aldous Huxley – nascono proprio dalla constatazione di queste possibili deviazioni. Ma gli esiti perversi delle più belle intenzioni utopiche sono stati studiati ancor prima da Karl Popper, che nel secondo dopoguerra ha scritto opere molto importanti a riguardo come La società aperta e i suoi nemici (1945). Nell’opera, Popper spiega che il collettivismo economico e il progresso sfrenato annullano l’individuo o ne alterano la sua naturale armonia. Il risultato è il prevalere della società dirigistica, talvolta capillarmente violenta.

Karl popper gramsci
Karl Popper (Via Wikipedia)

Prima di arrivare a un simile risultato, però, c’è la manipolazione. A differenza del riformismo, basato sulla conquista progressiva dei miglioramenti del reale, l’utopismo critica alla radice la società: ne promette una nuova, ma senza considerare oneri e costi. Il messaggio salvifico e la propaganda prevalgono sui risultati reali e la massa, con il suo potere livellatore, non fa che rafforzarli.

Gli esiti perversi delle ‘religioni laiche’

Da simili riflessioni prende le mosse un filone di pensatori che ha letto la nascita dei totalitarismi come conseguenza dell’ateismo nichilista. Di simile avviso, ad esempio, è Eric Voegelin, pensatore conservatore che imputa alla ‘rivoluzione gnostica’ della modernità il sorgere di nazismo e comunismo. La volontà di abbatterne una (il Cristianesimo) ha portato alla nascita di un’altra utopia.

eric vogelen gramsci
Eric Voegelin (Via Wikipedia)

Infatti, quando l’idea cristiana di un ordine trascendente viene abbandonata, l’uomo non riesce ad essere completamente ateo. Tutt’altro. Comincia a cercare nuovi paradigmi per spiegare il mondo e dargli un senso. Ed è così che i suoi nuovi dogmi mistici diventano quelli delle ‘religioni politiche’. La nuova salvezza è riposta nella storia, invece che in Dio, come accade nel socialismo.

L’immanentizzazione dell’escatologia, ovvero l’idea del paradiso in terra, diventa la nuova via per espiare ogni peccato e sofferenza. Il modo per compensare il vuoto dell’esistenza. Per Voegelin, l’ateismo pratico e l’esclusione categorica del trascendente dalla vita umana rendono possibile la costruzione di ideologie assolute, incapaci di tollerare il dissenso. In altre parole, l’incapacità di pensare orizzonti trascendenti porta l’uomo a trasformare la politica in via per ricercare la salvezza.

Non si può certo dire che le ‘religioni laiche’ in generale siano necessariamente foriere di derive immorali. Scambiare il laicismo – atteggiamento critico e antidogmatico nei confronti della realtà – con il nichilismo è decisamente fuorviante. Semmai, appare più saggio chiedersi quanto i rigidi criteri morali possano essere sacrificati in nome del relativismo assoluto, quanto il pragmatismo possa soppiantare le visioni di lungo periodo. E farlo non vuol dire per forza essere dogmaticamente religiosi.

Dall’utopia alla ‘dittatura del presente’?

Pur riconoscendone con chiarezza tutti i limiti, risulta quindi sbagliata una lettura esclusivamente accusatoria del pensiero utopico. L’utopia, infatti, in origine nasce come forza immaginativa per andare incontro al Bene, dopo aver conosciuto i mali del mondo. L’antropologo Marc Augé, a tal proposito, in Prendere tempo. Un’utopia dell’educazione (Castelvecchi, 2016) parla di ‘onnipotenza del presente’, una condizione che porterebbe a considerare inutili le lezioni del passato e il desiderio di immaginare il futuro

Il rischio, così facendo, è però quello di non saper più immaginare un domani migliore, rassegnandosi o conformandosi agli ordini costituiti. In termini pratici, vuol dire privilegiare i risultati di oggi e dimenticare quelli di domani. Significa conservazione dell’esistente, o tutt’al più cambiamento moderato, strumentale al mantenimento degli assetti attuali.

Aggiungo io che nel presente – non a caso – dominano da un lato il liberismo, dall’altro il riformismo. Negli ultimi decenni di storia occidentale, dopo la caduta del Muro di Berlino, mercato e riforme hanno regolato la vita politica. Il primo, la mano invisibile, giorno dopo giorno garantirebbe l’equilibrio e soddisfarebbe le esigenze immediate, con il meccanismo domanda-offerta. Il riformismo, invece, è il progresso graduale, moderato, quello che esclude rivoluzioni strutturali per adeguare il cambiamento alla stabilità.

Il risultato, però, in entrambi i casi è spesso l’immobilismo. Il liberismo è ripetizione di un modus operandi fisso e schiavo del presente: vive di interessi senza memoria e si basa su decisioni immediate, prese nel minor tempo possibile. Il riformismo ‘organico’, invece, pretende di risolvere la complessità con provvedimenti a breve termine, escludendo a priori la messa in discussione profonda dello status quo. Il realismo, quindi, vince sempre. Anche se le utopie affascinano ancora oggi.

Eterni schiavi del dogmatismo?

La ‘dittatura del presente’ – come ogni dittatura – ha i suoi paradossi. Al giorno d’oggi i politici non tendono a proposte politiche di lungo corso, ma a queste si appellano per guadagnare consenso. Il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione e le logiche della rete hanno abituato al presente infinito, alla ‘notizia dell’ultima ora’ che diventa priorità. Rispondere alle novità emerse in giornata occupa la mente di tutti, chi ci governa compreso. Eppure, (far)sognare un avvenire migliore rimane essenziale.

Il paradosso della – a suo dirsi – più grande società post-ideologica è che le ideologie dogmatiche si sono rafforzate, cambiando soltanto faccia. Non esiste più il duopolio capitalismo-comunismo. Gli algoritmi personalizzano in maniera sempre più precisa le posizioni politiche di ciascuno. Il risultato è una grande eterogeneità di posizioni. Tuttavia, molto spesso, queste si agglomerano attorno a due grandi paradigmi identitari: il grande polo ‘conservatore tradizionalista’ – patriota, strumentalmente cattolico e patriarcale – e quello ‘progressista liberal’, focalizzato sui diritti civili, l’ambientalismo e l’uguaglianza sociale. 

Al netto dei contenuti ideologici si formano così due mondi, ancora una volta caratterizzati dalle strutture ravvisate da Gramsci per comunismo e cattolicesimo. L’enfasi delle ideologie rimane concentrata sulla trasformazione del mondo in un posto migliore, senza proporre i mezzi razionali per realizzarlo. Il nemico va sicuramente sconfitto. La complessità del reale, intanto, scompare. E insieme a essa ogni tentativo per comprenderlo più lucidamente.

Martino Giannone

(In copertina foto di GiornalelaVoce)


“Gramsci consiglia” – Comunismo e cattolicesimo: quando l’utopismo diventa trasversale è un articolo scritto da Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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