Il 17 febbraio 2026 Claudio Cumani ha presentato, presso la biblioteca Salaborsa di Bologna, il suo romanzo di esordio “Ultima pagina. Volevo fare il giornalista” (Pendragon 2026). Giornalista e curatore della pagina culturale del Resto del Carlino, e docente del master di Giornalismo dell’Università di Bologna, l’autore racconta un libro che parla di giornalisti e di giornalismo. Al termine dell’evento, Federica Ciminari ha avuto l’occasione di intervistare l’autore.
Fra passato e presente
Bologna, 1980. Un anno difficile da dimenticare, una ferita aperta nel cuore di un’intera generazione. Questa generazione è quella di Millo – protagonista del romanzo – che, nel pieno dei suoi venticinque anni e della sua carriera da giornalista, si ritrova a fare i conti con un “disagio diffuso e nascosto” (p. 55), lo stesso che avrebbe poi caratterizzato gli Anni di Piombo.

Quarant’anni dopo nostalgia e ricordo riaffiorano in un Millo ormai anziano, seduto al bar Non ho l’età, e permettono di rivivere un mondo ormai – professionalmente e socialmente – distante.
Marcello Fois e Roberto Grandi hanno moderato la presentazione del primo romanzo del giornalista Claudio Cumani Ultima pagina. Volevo fare il giornalista. Un’ analisi, quella tenuta in Salaborsa il17 febbraio 2026, che ha interessato i problemi del giornalismo attuale: dalla nascita della rete al crollo inesorabile della lingua, passando per gli stipendi sempre più bassi, i tempi sempre più frenetici, le redazioni svuotate e la ‘fretta ossessiva’.
Tutto, ovviamente, a scapito dell’elemento centrale di ogni giornalismo che si rispetti: la cura.
Nei giorni successivi all’evento abbiamo scambiato alcune parole con l’autore. Le sue risposte hanno permesso di comprendere meglio i cambiamenti del “mestiere più bello del mondo” (p. 5) e fornito alcuni spunti su come svolgere questa professione, nonostante le numerose difficoltà che sta attraversando.
Federica Ciminari: A un certo punto del libro parla di una “perdita di rispetto” (p. 16) nei confronti del mondo giornalistico. A cosa crede possa essere dovuta questa perdita di rispetto e, soprattutto, come pensa che i giovani potrebbero approcciarsi a questa situazione che il giornalismo sta vivendo?
Claudio Cumani: Più che di rispetto parlerei di credibilità. Il giornalismo ha subito una perdita di credibilità molto forte ed è un po’ per le ragioni che ho detto prima durante la presentazione: rispetto all’ epoca mitologica che racconto, il giornalismo ha attraversato due grandi scossoni.
Il primo è stato l’arrivo delle televisioni commerciali di Berlusconi. Lì è cambiato completamente il linguaggio dell’informazione: la notizia è diventata spettacolo, si è fatta show.
Da quegli anni è uscita Striscia la Notizia e tutto quel tipo di giornalismo aggressivo – non più investigativo – che ben conosciamo, dove giornalismo è andare addosso a una persona e cercare di strappargli una parola. Onestamente, non è questo il lavoro del giornalista

Il secondo fattore, molto più deflagrante, è stato la rete. Internet è stata una grande fonte di democrazia, perché online tutti possono dire tutto, ma allo stesso tempo una grande fonte di disinformazione e di, potremmo dire, confusione.
Dov’è l’affidabilità, la credibilità dei giornalisti, dov’è la fiducia nei confronti di quei professionisti che ogni giorno portano e che raccontano le notizie?
Federica Ciminari: A seguito dell’omicidio di Walter Tobagi, Millo è colto da una presa di consapevolezza nei confronti della professione giornalistica. Si tratta di un elemento autobiografico? Anche nella sua carriera c’è stato un evento che le ha fatto percepire il peso della sua professione?
Claudio Cumani: Io, l’omicidio di Tobagi, l’ho vissuto da lontano: per ragioni generazionali, ovviamente non conoscevo Tobagi di persona. Lo racconto, però, perché trovo che sia emblematico di un periodo e di una storia nazionale: quella di un’Italia che esce dai tragici anni Settanta, fatti di terrorismo, violenza, contrapposizioni politiche molto accentuate.
Quando facevo ancora il cronista, negli anni Ottanta, sono capitato in una redazione esterna a Rovigo. A Padova c’era una cellula di terrorismo molto forte, e gli echi si avvertivano fin da noi. Anche lì c’erano atti di terrorismo – spesso non gravi: incendi, piccoli segnali di violenza con annesse rivendicazioni. Capitava di tirare su il telefono e ascoltare la rivendicazione della famigerata ‘Brigata Armata Polesana’. E sapevo anche di molti colleghi a cui avevano bruciato lo stuoino di casa, o che avevano avuto minacce.
Federica Ciminari: Veniamo ai recenti casi di violenza contro i professionisti dell’informazione, come l’assalto alla redazione della Stampa: crede che il giornalismo e la politica abbiano contribuito a creare la tensione che poi è sfociata in violenza?
Non saprei, la questione è un po’ confusa. Certamente credo che un linguaggio di continua contrapposizione ovviamente non aiuti: è quello, per esempio, che succede in tanti talk show televisivi, in cui non sbuca mai nessuna idea se non una sorta di tifo calcistico per una delle due parti. E questo è lo specchio di un Paese che – forse per populismo? – si limita a questo tipo di contrapposizione.
La politica, com’è ovvio, è la prima ad ancorarsi a questo tipo di scontro diretto, e il giornalismo ne risente. Ma, prima ancora che un problema dei giornalisti, dovrebbe essere un problema di chi ha la responsabilità politica e sociale del Paese. Non si può giocare più al conflitto continuo su qualunque tema. Non giova, non è utile, e come arma di distrazione di massa, alla fine, ormai non è neanche così efficace.

Federica Ciminari: La descrizione dello stato della figura femminile rispecchia quella dell’epoca in cui è ambientato il romanzo. Lo stesso Millo, ad un certo punto del libro, sembra analizzare razionalmente la situazione. Quand’è che lei si è reso conto che, anche nelle redazioni, qualcosa ha cominciato a cambiare?
Claudio Cumani: Personalmente, l’ho capito anche io ai tempi di Millo. Racconto, non a caso, che lui viene salvato da questa sua confusione mentale da una donna. Ed è proprio questa ragazza che, a un certo punto, lo rende più consapevole, anche se magari in maniera un po’ naïf.
Appartengo a una generazione che ha conosciuto le lotte femministe, che ha avuto come Millo delle fidanzate femministe: questo tema ha accompagnato la mia maturità, e non è stata una presa di coscienza graduale, ma piuttosto una questione che mi ha sempre accompagnato. Forse su altre cose non ho avuto altrettanta lucidità, ma su questa sì.
Federica Ciminari
(In copertina immagine di iniesta44/Pixabay).
“Ultima pagina. Volevo fare il giornalista”. Una professione a confronto con Claudio Cumani è un articolo di Federica Ciminari. Si ringrazia Claudio Cumani. Clicca qui per leggere tutte le interviste!
