Il legame che intercorre tra economia e abitudini alimentari è più forte di ciò che sembra. Anche se non ce ne accorgiamo, l’ impatto economico sulla vita individuale di ognuno di noi inizia proprio dall’alimentazione. Ha-Joon Chan, studioso e divulgatore di scienze economiche, nel libro Economia Commestibile (Il Saggiatore 2023) racconta l’economia – scienza spesso bistrattata – in dialogo con l’altra sua grande passione: la cucina. Può il cibo diventare una metafora efficace dell’economia globale?
Un’insolita lista della spesa
L’indice di questo libro si trasforma in una lista della spesa che contiene i cibi più variegati: dall’aglio nell’introduzione, la ghianda, i noodles, fino alla coca-cola, al cioccolato e al segale. Si tratta di cibi familiari e diffusi: chi non ha mai bevuto una lattina di coca cola, comprato del pane di segale, assaggiato del cioccolato, oppure cucinato dei noodles istantanei? In realtà, l’autore prende subito le distanze da tutto ciò che si considera “tradizionale”.
Pensiamo solo, parlando di alimentazione, a quanti cibi che fanno parte della nostra alimentazione quotidiana sono in realtà importati, come i pomodori, il caffè o le spezie
Ho-Joon Chang, in un colloquio con “Il fatto alimentare”.

Nell’introduzione – intitolata Aglio – Ha-Joon Chang fa riferimento ad una leggenda coreana che racconta come Hwanoong, principe del regno celeste, promise ad una tigre e un orso di diventare umani solo se avessero mangiato per cento giorni aglio e bulbi. Ha-Joon Chang spiega come l’economia globale non si limiti solo a influenzare delle variabili di mercato, ma anche la nostra identità (alimentare).
Ogni capitolo è un racconto che ha come input un eccitante protagonista, ovvero un alimento reso “più gustoso del solito, più variegato e complesso nel sapore” proprio grazie alla sua storia economica.
Gamberi e gamberetti, banane e fragole, pollo e tacchino, peperoncino e spezie diventano, grazie alla loro storia, metafore per parlare di Economia, una disciplina che ci riguarda in molti più aspetti fondamentali della vita quotidiana di quanto si pensi, spesso spersonalizzata ad una materia “per esperti”.
Tra tradizione culinaria e rivoluzione gastronomica
In ogni paese è presente una tradizione culinaria che caratterizza le coltivazioni del territorio, le ricette, le tecniche di preparazione, l’identità. Chang spiega come l’ingrediente protagonista del capitolo venga prodotto, importato, distribuito, preparato e mangiato, per poi condurre il lettore, attraverso una narrazione lineare, alla lezione economica che esso simboleggia.
Non è soltanto una lezione di storia e di mercato: si parla anche di cultura e di identità, e di come questa si presenti solo in parte sulla nostra tavola, a causa di scambi, dazi, ma anche religioni e credenze locali.
Ho-joon Chang nell’introduzione racconta il suo primo viaggio in Inghilterra negli anni ‘80: qualsiasi piatto che non fosse rigorosamente inglese veniva visto “con scetticismo quasi religioso”; tipici piatti indiani, italiani o cinesi, venivano inglicizzati e visti con viscerale avversione.
Ha-Joon Chang definisce paesi come l’Inghilterra e la Corea, come “gastronomicamente isolati” e dalla “cucina conservatrice”. Con l’avvento di un’economia sempre più interconnessa, molti paesi hanno sradicato le loro radici culinarie e le hanno ampliate sempre di più in previsione di quella che l’autore definisce una “rivoluzione gastronomica”.

La ghianda: come la cultura pregiudica un sistema economico
Uno dei primissimi capitoli del libro si intitola Ghianda e l’autore utilizza questo alimento come espediente narrativo per catapultare il lettore in due diverse parti del mondo e della storia: quello dell’impero ottomano e quello confuciano cinese.
Nonostante infatti queste due religioni siano estremamente radicate nei due territori, esse sono, in maniera completamente opposta, usate come pregiudizio culturale per inquadrare la storia economica e lo sviluppo di un paese. In che modo però la ghianda diventa ponte per parlare di un’economia così lontana nel tempo e nello spazio?
Questo frutto di bosco, un cibo povero ma una anche una risorsa spontanea, mostra come entrambe le società affrontassero gli stessi vincoli materiali tipici delle economie agrarie preindustriali, smentendo l’idea che lo sviluppo economico dipenda da presunte predisposizioni religiose o culturali.
Nei discorsi comuni, infatti, l’Islam ottomano viene spesso accusato di aver frenato l’innovazione e la crescita dei suoi paesi, mentre lo Stato confuciano cinese è celebrato come motore di dinamicità ed efficienza.
La realtà è arbitrariamente opposta: il confucianesimo, con le sue classi rigide, risultava una religione che portava alla rigidità sociale, al contrario dell’islam, vista la dinamicità dei commerci che l’impero possedeva.
L’uso della ghianda e delle risorse naturali non rifletteva “mentalità” religiose, bensì risposte pratiche a condizioni ecologiche, demografiche e istituzionali specifiche. Così, un ingrediente minuscolo diventa strumento per smontare narrazioni storiche rigide e per raccontare, con concretezza materiale, come le economie si sviluppino non per cultura, ma per i vincoli e le opportunità del loro ambiente.
Mangiare è un atto politico
Sì, non mi sono sbagliata a scrivere: mangiare è un atto politico! Ogni scelta alimentare, dal tipo di caffè che acquistiamo al piatto che portiamo in tavola, riflette e allo stesso tempo alimenta dinamiche economiche, sociali e ambientali.
Dietro la moda del biologico o del chilometro zero si intrecciano questioni di filiere produttive, condizioni di lavoro e impatti ecologici. Allo stesso modo, il successo globale di alcuni ingredienti racconta la storia di conquiste coloniali, scambi commerciali e squilibri di potere ancora attuali.
Prendiamo, ad esempio, il pollo arrosto a cui Chang dedica un capitolo: non è solo un piatto comune, ma una metafora delle disuguaglianze globali. Il prezzo del pollo, la sua disponibilità, le condizioni con cui viene allevato rivelano catene di produzione che coinvolgono regolamenti, costi ambientali, lavoro a basso reddito.
Mangiare non è dunque solo consumare: è scegliere tra diversi modi di produrre, di distribuire ricchezza, di preservare ambiente e tradizioni. Ogni scelta di consumo determina chi beneficia e chi subisce, quale ecosistema resiste e quale cultura sopravvive.
Chang ci invita a capire che la nostra “dieta economica”, ovvero tutte le politiche economiche che accettiamo o rifiutiamo attraverso una semplice spesa, influisce tanto quanto ciò che mettiamo nel piatto.
Il cibo è già una metafora economica, Economia commestibile ci invita così a guardare alla nostra dispensa e cucina non solo come spazi domestici, ma come specchi del mondo: luoghi in cui si riflettono potere, conflitto, sostenibilità e identità. Capire il cibo, allora, significa anche capire l’economia; e riconoscere questa connessione è il primo passo per immaginare un futuro più consapevole e condiviso.
Ludovica Accardi
(Immagine di copertina da Yandex Photo)
Il piatto come specchio del mondo – Il pensiero di Ha-Joon Chang è un articolo di Ludovica Accardi. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
