La nota 15 dei “Quaderni del carcere” di Gramsci (ispiratrice del nuovo episodio della rubrica “Gramsci consiglia”) descrive un modello di università che già anticipa – e per certi versi ricalca – quello attuale. La competizione e la mentalità ‘risultatista’ sembrano ancora avere la meglio sull’ arricchimento spirituale e culturale del singolo. Al giorno d’oggi, il problema si rinnova tra modalità di accesso agli studi sempre più selettive e una totale mancanza di garanzie istituzionali per il mondo della ricerca.
L’università di Gramsci: è davvero cambiato qualcosa?
“Perché non esercitano nel paese quell’influsso di regolatrici della vita culturale che esercitano in altri paesi?” (p.12). Con questa domanda, che ha come soggetto sottinteso le università italiane, si apre la quindicesima nota dei Quaderni di Gramsci. Il tema del brano è il ruolo dell’istruzione accademica, che al tempo – come oggi – più che a un luogo di maturazione intellettuale, assomiglia a un luogo di passaggio.
Il primo motivo è che il rapporto tra insegnanti e studenti non è organizzato. Durante le lezioni la cattedra è nettamente separata dalla massa degli studenti, che entra ed esce dall’aula senza alcun contatto con i professori. Solo in occasione della scrittura della tesi c’è un contatto prolungato tra insegnante e singolo studente per concordare argomento e metodo di ricerca. Per il resto, la relazione è anonima.

“Per la massa degli studenti i corsi non sono altro che una serie di conferenze, ascoltate con maggiore o minore attenzione, tutte o solo una parte: lo studente si affida alle dispense, all’opera che il docente stesso ha scritto sull’argomento o alla bibliografia che ha indicato” (p.12), prosegue Gramsci. E quale frase – se non questa – può descrivere meglio il parallelismo tra l’università dei tempi di Gramsci e la nostra? Basta chiedere allo studente medio: chiunque vive (o ha vissuto almeno una volta) la propria vita d’ateneo così.
L’eccezione – continua l’autore – si verifica quando uno studente vuole specializzarsi in una specifica disciplina. Un contatto perlopiù casuale, questo, che determina la fortuna accademica di una disciplina e la continuità didattica dello studente di turno. Di solito il contatto avviene per motivi religiosi, politici o di amicizia familiare, aggiunge Gramsci, e in questo modo studente e professore diventano degli assidui frequentatori reciproci.
Il rapporto studente-professore: dal paradiso…
Ogni insegnante crea in questo modo la sua ‘scuola’, con le sue ‘teorie’ su determinati punti di una scienza. È in questo modo che si formano giovani ‘distinti’ autori di contributi ‘seri’ alla scienza stessa. Addirittura, Gramsci spiega che, per portare sotto la propria ala alcuni studenti, certi professori entrano in competizione. E chi ci riesce guida lo studente, suggerendogli il tema da sviluppare e il metodo di svolgimento. Con le molte conversazioni accelera la sua formazione scientifica, gli concede saggi su riviste specializzate e lo mette in contatto con altri specialisti.
Salvo “casi sporadici di camorra”, questo sistema è per Gramsci benefico perché “integra la funzione dell’università” (p.13). Da fatto personale, però, dovrebbe diventare “funzione organica”, secondo il modello dei seminari tedeschi. A tal proposito, dice che questi ultimi impediscono il manifestarsi del problema degli studenti che arrivano dai licei di provincia e in università sono spaesati nei primi sei mesi. Una certa timidezza, dunque, connota il rapporto tra docente e discepolo.
In ogni caso, questa struttura generale della vita universitaria non crea gerarchie predefinite tra massa di studenti e professori. Dopo l’università quei rapporti si dissolvono e nel paese “manca ogni struttura culturale che si impernii sull’università” (p.13), elemento di fortuna per il duo Croce-Gentile nel costruire un grande focolaio intellettuale nazionale. Gli stessi filosofi, peraltro, si erano battuti contro le inefficienze dell’università e le carenze pedagogiche e scientifiche di alcuni professori.
…all’inferno dell’attuale precarietà
Il 15 dicembre scorso è stato approvato in Senato un emendamento alla legge di bilancio del governo, che istituisce un ‘piano straordinario’ di reclutamento di ricercatori universitari. Il provvedimento, tuttavia, sembra essere insufficiente nelle risorse, mal disegnato e discriminatorio verso molti precari.
Un rapporto dell’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia) svela infatti che le nuove posizioni nel biennio 2026-2027 sono circa 1600 a fronte di oltre 35.000 contratti precari in scadenza. Il piano, dunque, copre solo il 10% del fabbisogno effettivo. E non risponde all’appello che già il Coordinamento dei ricercatori PNRR aveva chiesto da tempo per rinnovare i contratti in scadenza e avere più finanziamenti per la ricerca.
L’emendamento sembra essere criticabile anche per i fondi troppo esigui e mal distribuiti per il biennio 2026-2027. Il cofinanziamento statuale al solo 50% rischia di impedire a molte università di usare davvero le risorse, e c’è la possibilità che buona parte dei fondi possa essere assorbita nelle spese ordinarie e non in nuove assunzioni. E le università hanno già subito tagli e compressione del Fondo di Finanziamento Ordinario, motivo per cui molti atenei non potranno partecipare al piano.
Si riscontrano inoltre gravi disparità tra diverse figure precarie, non per merito e competenze, ma per l’inquadramento contrattuale. Infatti, i provvedimenti sono limitati solo ai Ricercatori a Tempo Determinato di tipo A in scadenza nel 2025-2026, mentre si escludono assegnisti di ricerca, precari con contratti PNRR o analoghi scaduti nel 2024 e chi ha avuto proroghe e contratti in altri strumenti (come il Piano Nazionale Ricerca). In questo modo si creerebbe una gerarchia tra ‘precari di serie A’ (stabilizzabili) e ‘precari di serie B’ (sacrificabili).
Il piano, allo stato attuale, rischia di causare solo ulteriore precarietà, fuga di competenze e impoverimento del sistema universitario. Insomma: siamo di fronte all’ennesima operazione di facciata del nostro governo? Perché la situazione in cui versa la ricerca italiana da diversi anni necessiterebbe di ben altri interventi strutturali.
L’università del merito… ma quale?
“Siete dei poveri comunisti”: queste le parole che Anna Maria Bernini – attuale ministra dell’Università e della ricerca – ha rivolto agli studenti di Medicina che durante il raduno di Atreju dello scorso dicembre hanno contestato la politica del ‘semestre filtro’. Un provvedimento – frutto del decreto legislativo n. 263 collegato alla legge n.26 del 14 marzo 2025 – nato per essere ‘inclusivo’, ma che da subito ha mostrato tutte le sue criticità.

Questo sistema di selezione – aggiornato e corretto in alcune interviste e dichiarazioni di dicembre – prevede l’abolizione del tradizionale test d’ingresso e l’accesso diretto al primo semestre. Gli studenti vengono poi valutati in base ai risultati ottenuti durante le lezioni e gli esami curriculari svolti nei primi mesi. Nel ‘semestre filtro’, infatti, gli iscritti seguono corsi di discipline di base (come biologia, chimica e anatomia), accumulano crediti (18 totali) e affrontano prove scritte nazionali, elementi che concorrono alla definizione di una graduatoria unica. Solo i ‘vincitori’ (trattandosi di una competizione, devono essere chiamati così) accedono al secondo semestre.
Raccontata così, potrebbe sembrare una proposta ragionevole. “La vita non è un quiz”, ha detto la Ministra. Non ci si gioca più tutto nell’arco di cento minuti. Le aspirazioni di uno studente non vengono limitate ‘brutalmente’ da un test a crocette. Ma siamo sicuri che la toppa non sia peggio del buco? Perché a ben vedere, il ‘semestre filtro’ rischia di essere solo un incentivo a una – già piuttosto invadente – pressione sugli studenti, che si ritrovano a scambiare i risultati universitari con l’apprendimento e la formazione personale, importante almeno quanto quella nozionistica.
Per non parlare delle onnipresenti argomentazioni sul merito. Studiare tanto, impegnarsi e passare gli esami sono certo sintomo di preparazione e propensione a un certo percorso universitario. Ma non tutti hanno le stesse opportunità di partenza per dimostrarlo. Il lavoro e le difficoltà logistiche per seguire le lezioni sono infatti solo alcuni dei fattori esogeni che possono inficiare la costanza della frequentazione di uno studente (e quindi il suo rendimento agli esami). E un’università che vuole essere inclusiva per tutti e rispecchiare il merito reale deve tenere conto di questi fattori.
Chiedere più garanzie è essere ‘comunisti’?
In questa riflessione, lo stesso appellativo ‘poveri comunisti’ non deve passare in secondo piano. Certo, non siamo nuovi a quest’arcinota formula di berlusconiana memoria, spesso utilizzata indiscriminatamente dal panorama di destra per criticare posizioni di dissenso. Ma, innanzitutto, fa scalpore sentire queste parole da un Ministro, che dovrebbe rappresentare l’interesse della cittadinanza italiana tutta e non solo della sua fazione. Bernini, invece, parla proprio e solo alla sua parte politica, saldando quella polarizzazione del dibattito pubblico che lei in primis (come gli altri governanti) dovrebbe provare a contrastare.
Ma non finisce qui: questa risposta non è solo ‘istintuale’ e grezza. Rappresenta un preciso modo di intendere la realtà. Chiedere garanzie e diritti diventa sinonimo di ‘comunismo’, termine che perde il suo significato originario (un paradigma economico…), per intendere una costellazione di valori ‘buonisti’ se non addirittura ingenui. Eppure, sembra più vero il contrario: appare molto più naïf credere che il merito dipenda solo dall’impegno e dalla ‘mentalità vincente’ piuttosto che – anche – dai contesti di partenza.
Al contrario, il modello di accademia proposto da Bernini sembra sempre di più un luogo di selezione aziendale – basata oltretutto su evidenti privilegi – che di formazione generale. Ed è così che l’università diventa un luogo spersonalizzante, una grigia arena dove a colpi di prove e graduatorie si cerca di scalzare l’altro, dimenticando la crescita culturale di ciascuno.
Anche perché prima, ancora una volta, vengono il governo e la sua immagine: a parole votato all’efficienza e attento ai giovani; nei fatti irremovibile nelle sue decisioni – e le opposizioni vengono zittite con arroganza e imbarazzanti accuse di comunismo.
I risultati prima del sapere
Oggi l’università è un luogo diverso da quello descritto (e comunque criticato) da Gramsci. L’ennesimo banco di prova di una società che ci vuole produttivi, ma meno ricchi interiormente. Schiavi di una mentalità aziendalisticaormai onnipresente, si è sacrificato sull’altare del profitto anche il luogo che, per eccellenza, dovrebbe stimolare lo sviluppo del pensiero critico e della cittadinanza.
E così gli studenti saltano – passivi e demotivati – da un esame all’altro, perdendo la passione per corsi che pure hanno scelto, e che – in partenza – rispecchierebbero i loro maggiori interessi. Ma è la modalità con cui sono proposti che li allontana. Il carico di studio spesso eccessivo – soprattutto per chi, oltre a studiare, lavora – limita drasticamente l’entusiasmo per le materie studiate.

Oltre a questo, le sessioni spesso piene d’esami incentivano la fretta piuttosto che l’approfondimento, rendendo le prove delle gare di memoria anziché un’occasione per migliorare i ragionamenti sottostanti alle proprie conoscenze.
Il rischio è rendere le università non più un luogo di emancipazione personale, ma l’ennesima, snervante, partita da vincere a ogni costo, nel quadro di un futuro già incerto. Al punto che viene da chiedersi, giustamente, quanto gli sforzi – economici, mentali e di tempo – profusi nell’apprendimento accademico siano o meno ricompensati. E le istituzioni, da questo punto di vista, non fanno altro che scoraggiarci.
Il ‘paradosso aziendalista’
Il rapporto dell’ADI di cui sopra illustra bene come l’università non sia una priorità per lo Stato. Com’è possibile migliorare la rendita delle carriere accademiche in un Paese che investe solo tra lo 0,4% e lo 0,5% del PIL nazionale nell’università pubblica contro una media UE dello 0,7%?
E quale futuro si prevede per i dottorandi che dopo notti insonni e sacrifici economici rischiano un grigio futuro di disoccupazione o – ulteriore – precarietà? Lo stesso rapporto dell’ADI spiega come sarebbe necessaria una strategia di riconoscimento del dottorato stesso come titolo qualificante, anche a livello professionale e non solo accademico. Tenendo conto del fatto che, peraltro, affrontare una carriera accademica in Italia è sempre più difficile, dato che l’accesso alle cattedre è reso più ostico a fronte dell’età di pensionamento sempre più alta per professori ordinari (70 anni), associati o ricercatori (67 anni circa).
In termini pratici, ciò implicherebbe riconoscere questo diploma come titolo preferenziale o abilitante in molti concorsi pubblici e in alcuni profili professionali, così come a fini contributivi o professionistici: un dottorato deve valere come ‘tempo di lavoro altamente qualificato’.
D’altra parte, alle aziende dovrebbero essere riservati degli incentivi per l’assunzione di queste figure, in modo da creare un proficuo ‘corridoio’ tra lavoro e università. Perché, in alternativa, il paradosso è creare un sistema già di per sé inutilmente ‘aziendalista’ e competitivo per poi non preparare alla vita ‘aziendale’.
E allora è chiaro che lo scenario dipinto da Gramsci torna attuale, aggiungiamo pure rinnovato. Il rapporto trastudente e professore non è improntato a creare alcuna ‘scuola’, ed è evidente che il progresso culturale del Paese non sia il fine primo di un’università che privilegia l’accesso al titolo per fini individualistici.
Pur anche non giudicando moralmente quest’esito, che almeno si guardi in faccia alla realtà: l’università, allo stato attuale, rischia di essere inutile anche per le vocazioni ‘di carriera’. E a perderci saremo così tutti, su due fronti: milioni di studenti – sempre più precari e disoccupati – e cittadini, meno acculturati e spiritualmente più poveri, in tempi che si preannunciano difficili.
Martino Giannone
(In copertina foto di Unsplash)
“Gramsci consiglia” – La triste parabola dell’università italiana è un articolo di Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!


