Cinema

“Avatar: Fuoco e cenere” tra reiterazione e rigenerazione

Avatar: Fuoco e cenere

Con “Avatar: Fuoco e cenere”, James Cameron segna un passo inedito nella sua filmografia. Il magico equilibrio che ha sempre sostenuto il suo cinema, ovvero il principio di reiterazione e rigenerazione, sembra essersi rotto. In questo articolo esamineremo le cause di questo squilibrio e il futuro della saga alla luce di questo nuovo capitolo ‘di mezzo’, tra pregi e difetti.


La poetica di James Cameron

James Cameron è un visionario, un pioniere della Settima Arte. Sin dalla prima inquadratura del suo primo film, Terminator (1981), sanciva quella che sarebbe stata la sua poetica dal 1981 a oggi: creare nuove immagini mai viste prima, nuovi immaginari, nuovi mondi in cui far immergere gli spettatori in sala.

Al centro della cinematografia cameroniana c’è, dunque, la meraviglia per l’immagine e il pionierismo nella creazione di nuovi effetti speciali. Lo sguardo di Cameron, quindi, è sempre rivolto al futuro, verso nuovi orizzonti inesplorati per far evolvere il cinema nella maniera più spettacolare possibile. L’obiettivo più ambizioso di Cameron è rendere quella fantascienza di cui si ciba – e che caratterizza gran parte della sua filmografia – ‘scienza’ e non più solo ‘fantasia’.

Per il regista canadese, prima ancora delle sue tematiche ecologiste, antibelliciste e familiari, o dello stesso intreccio narrativo, c’è la pura sperimentazione visiva, l’ingegneria del cinema. Questo suo aspetto, non a caso, è criticato dai suoi detrattori, che definiscono i suoi film banali, ipercommerciali, di pura forma e, addirittura, sopravvalutati.

James Cameron sul set di Avatar fuoco e cenere
James Cameron sul set di Avatar: La via dell’acqua (Bluewin)

Eppure, è proprio grazie a questa singolarità che è riuscito a creare le basi del suo cinema – e del suo impero commerciale –, in cui ha sempre inseguito una semplice, ma efficace, formula di successo: reiterazione e rigenerazione.

Reiterazione e rigenerazione

La filmografia di Cameron è caratterizzata da questi due concetti basilari che si mescolano in modo costante e sinergico.

Le sue storie ruotano più o meno sugli stessi temi, canovacci, strutture narrative; eppure, ogni suo film, anche all’interno della saga di Avatar, appare differente dal precedente. Il segreto sta nella costante rivoluzione estetica dei suoi lungometraggi unita a un rimescolamento dei temi che più gli stanno a cuore.

La peculiarità del cinema di Cameron sta, quindi, nel reinventarsi in modo costante pur rimanendo sempre sé stesso. Il regista, non a caso, è sempre rimasto fedele alla narrazione classica hollywoodiana novecentesca di Titanic (1997) e Terminator, anche durante la sua smaterializzazione digitale nella saga 3D di Avatar.

L’applicazione più evidente del principio di reiterazione e rigenerazione lo si può osservare tra il primo capitolo di Avatar e il secondo.

Avatar: La via dell’acqua (2022) ripresenta le medesime battaglie tra Navii e umani e l’identico eterno conflitto tra uomo e natura. Ma, con l’introduzione della famigliadi Jake Sully e Neytiri, e di un nuovo bioma di Pandora, ecco che si aggiungono nuove tematiche e ramificazioni narrative: il razzismo tra Navii, le difficoltà nel tenere unita una famiglia eterogenea, il peso dell’ibridazione e dell’integrazione in un nuovo ambiente culturale e geografico.

Avatar la via dell'acqua
Le diverse tribù Navii si incontrano per la prima volta in Avatar: La via dell’acqua (Dasscinemamag)

Non importa se è di nuovo il colonnello Quaritch il villain principale della pellicola. Ciò che importa sono le novità che portano alla sua clonazione Navii, al rapporto travagliato con il figlio umano Spider, al suo viaggio per vendicarsi di Jake Sully nel nuovo scenario marino e insulare di Pandora.

Se il secondo capitolo di Avatar ha incassato più di due miliardi di dollari è perché il pubblico ha premiato un’altra volta la messa in scena di Cameron. Il regista, variando di un poco lo schema narrativo, ha portato di nuovo gli spettatori a meravigliarsi di fronte alla bellezza di Pandora con la sua sola forza estetica rigenerata.

Con l’uscita in sala di Avatar: Fuoco e cenere, però, questo rimpallo tra reiterazione e rigenerazione comincia a diventare meno efficace del solito e a mostrare le prime crepe. Lo testimonia il minor incasso di questo terzo capitolo – 1.3 miliardi dollari – rispetto ai capitoli precedenti, con un calo di quasi un miliardo di dollari rispetto al prequel Avatar: La via dell’acqua di tre anni fa.

Reiterazione: i difetti di Avatar: Fuoco e cenere

Il difetto più evidente di questo terzo capitolo è la mancanza di quel senso di meraviglia – e di novità – che aveva caratterizzato Avatar: La via dell’acqua, ovvero l’esplorazione meticolosa e spirituale di una nuova tribù Navii in tutte le sue sfumature.

Il ‘fuoco e cenere’ promesso dal titolo del film – insieme ai trailer – sembrava prospettare una vera e propria analisi antropologica e geografica di una nuova tribù Navii, questa volta nemica. Ciò che si è visto nel film, però, è stato uno scarso approfondimento dei Mangkwan e della loro leader, Varang, che era a tutti gli effetti la vera potenziale novità dell’ennesima rigenerazione cameroniana.

Se nel secondo capitolo, chiamato La via dell’acqua, l’elemento liquido veniva esplorato in tutti i suoi aspetti fisici e spirituali, in Fuoco e cenere l’elemento incandescente non risulta altrettanto incisivo. Il ‘fuoco e cenere’ di Varang è più un travaglio interiore che una vera e propria connessione fisica e spirituale con l’elemento. Anche l’ambiente morfologico, tribale e spirituale che circonda la nuova villain riflette questo ‘vuoto’ iconografico e spirituale.

Varang e Quaritch in Avatar Fuoco e cenere
Varang e Quaritch in Avatar: Fuoco e cenere (Los Angeles Times)

Giocare con la semantica del titolo del film poteva essere comunque un interessante spunto su cui costruire una grande villain contrapposta al colonello Quaritch e alla famiglia di Jake Sully. Purtroppo, però, Varang rimane solo un personaggio magnetico per la sua estetica e nient’altro. Per giunta, nel corso del film, finisce col diventare l’anonima spalla di Quaritch, a cui offre il suo clan come milizia privata per rafforzare l’esercito degli esseri umani.

La struttura narrativa di Avatar: Fuoco e cenere, inoltre, non aiuta a sopperire le lacune estetiche e il mancato approfondimento psico-antropologico dei Mangkwan. Sulla falsa riga del capitolo precedente, Avatar 3 è costellato dagli stessi rapimenti, ricatti, esplorazioni ambientali, scontri fra eserciti e duelli all’ultimo sangue. Addirittura, la reiterazione cameroniana insiste nel ricreare le medesime scene del capitolo precedente e del capostipite con piccolissime variazioni, che, però, non riescono a togliere una costante e fastidiosa sensazione di déjà-vu.

Due reiterazioni a confronto

Le reiterazioni che erano presenti in Avatar: La via dell’acqua avevano un loro senso drammaturgico e simbolico che non intaccava il flusso narrativo; anzi, il film omaggiava in modo sagace il passato della saga e la filmografia di Cameron. La ‘pausa di riflessione’ rappresentata dal secondo capitolo, inoltre, aveva un suo senso perché voleva riconciliarsi con il pubblico dopo 13 anni dall’uscita del primo Avatar.

E, nonostante la sua natura statica e nostalgica, quasi meditativa, Avatar: La via dell’acqua rinvigoriva la saga con un’iniezione estetica sbalorditiva senza precedenti, in cui si rifletteva, inoltre, in maniera autentica e catartica, sui benefici e sui danni dell’escapismo.

Jake Sully non può scappare dalle sue responsabilità come leader e non può salvare la sua famiglia da solo. Deve combattere, fino all’ultimo respiro, con una nuova comunità di Navii. Tutto ciò veniva sottolineato – con la solita reiterazione autocitazionista cameroniana – dall’inquadratura finale sul viso del protagonista, proprio come succedeva in maniera identica nel primo Avatar una volta trasmigrato nel corpo di un Navii.

Jake Sully nell'ultima inquadratura di Avatar la via dell'acqua
Jake Sully nell’inquadratura finale di Avatar: La via dell’acqua (YouTube)

L’enfasi e la potenza drammaturgica sono le stesse del primo Avatar. Tuttavia, nel nuovo scenario della tribù dei Metkayina e con un leggero rimescolamento delle carte, la pellicola creava qualcosa di nuovo, di fresco: una base solida per rilanciare una saga che non ha mai smesso di stregare gli spettatori di tutto il mondo.

Il finale di Avatar 2 suggeriva, quindi, un sequel molto più dinamico, frenetico e ricco di nuove direzioni narrative capaci di portare la saga verso scenari inediti nel ciclico scontro tra esseri umani e Navii.

La sensazione dopo aver visto l’intero arco narrativo di Avatar 3, invece, è di aver assisto all’opposto, ovvero a un’opera attendista senza motivazione, con un’estetica pressoché identica al suo prequel e con tematiche che non variano quanto era avvenuto tra Avatar 1 e 2. Il risultato finale, perciò, sembra quasi una mescolatura tra il primo e il secondo Avatar, in un unico film di tre ore e un quarto.

L’equilibrio tra reiterazione e rigenerazione viene dunque meno per la prima volta nel cinema di Cameron che, pur coi suoi sequel Aliens (1986) e Terminator 2 (1991), aveva saputo rinnovare immaginari reiterati, grazie alla sua eccezionale forza visiva rigenerativa.

La saga di Avatar è giunta a un punto di non ritorno?

Il motivo di questa impasse può sicuramente essere legato alla natura ancillare e produttiva di Avatar 3 nei confronti del 2, in quanto entrambi sono stati girati insieme per abbattere i costi del budget complessivo. Avatar: Fuoco e cenere, quindi, è stato pensato come una ‘parte 2’ di Avatar: La via dell’acqua e, di conseguenza, ha portato al riciclo dello stesso immaginario visivo.

Tuttavia, ciò non giustifica la pigrizia narrativa e la ridondanza estetica di una Pandora che comincia a non stupire più.

Il critico Roy Menarini, detrattore di Avatar: Fuoco e cenere, afferma come Cameron sia ormai diventato il dittatore della sua stessa estetica da ‘screen saver’. Il regista, secondo il noto critico bolognese, dovrebbe lasciare la saga e darla in mano a qualcuno più capace di lui nel proseguire il suo universo. Il rischio, sempre secondo Menarini, è che Cameron potrebbe rimanere imprigionato in una sorta di ‘gabbia di Pandora’, in cui il suo cinema non evolve, ma si atrofizza, fino a distruggere la sua autorialità come cineasta.

La stroncatura del critico cinematografico, seppur troppo severa, evidenzia un problema oggettivo nel progetto editoriale di Cameron per la saga di Avatar. Dov’è che il regista di Terminator vuole andare a parare con la sua epopea? Avatar è una pura contemplazione estetica naïve con sfumature new age di Pandora? Vuole essere un’allegoria fuori tempo massimo del nostro mondo? È una saga che necessitava veramente di cinque capitoli?

Avatar Fuoco e cenere mercanti dell'aria
Le navi dei Navii dell’Aria in Avatar: Fuoco e cenere (National Geographic)

I dubbi sorgono spontanei quando un lungometraggio non riesce ad avere quello stesso magico equilibrio che aveva tenuto in piedi i capitoli precedenti. Pure il finale sbrigativo di Avatar: Fuoco cenere – nonostante la sua durata di più di tre ore – non soddisfa come conclusione di un’ipotetica trilogia. Se non dovesse andare in porto la produzione congiunta di Avatar 4 e 5, il rischio è di ritrovarsi in mano una saga interrotta a metà.

I limiti dell’epopea cameroniana su Pandora, sottolineati velatamente dallo stesso Cameron quando afferma che vorrebbe anche concentrarsi su altri progetti, sono dunque evidenti sia nel testo filmico, sia in quello extra filmico. Il problema alla base, che va anche a inficiare in modo retroattivo il giudizio su Avatar: La via dell’acqua, è l’essersi impuntati a estendere la durata di una storia che forse poteva concludersi con una più ‘secca’ trilogia.

Rigenerazione: i pregi di Avatar: Fuoco e cenere

Al netto dei suoi evidenti difetti, che pongono l’ultima fatica di Cameron tra i suoi film peggiori – il che non significa che sia un’opera insufficiente, anzi – Avatar: Fuoco e cenere rimane comunque un ottimo blockbusterd’intrattenimento ricco di spunti di riflessione sul nostro presente.

Tralasciando le solite tematiche della mitologia di Pandora come l’ecologismo, l’animismo, il pacifismo, il razzismo, l’integrazione e la guerra, il film funziona di più nei suoi aspetti micronarrativi piuttosto che macronarrativi.

Se Varang e la sua banda di predoni sono scritti superficialmente (salvo una scena), la famiglia di Jake Sully acquisisce maggior spessore dopo il lutto devastante subito alla fine di Avatar: La via dell’acqua. Fuoco e cenere sono le anime dei protagonisti devastate dai sensi di colpa, logorate dalla ciclicità della guerra e consumate dalla rabbia che offusca il giudizio anche dei più virtuosi come Jake Sully e Neytiri.

Avatar Fuoco e cenere battaglia finale
Neytiri e Jake Sully in Avatar: Fuoco e cenere (D23)

Avatar: Fuoco e cenere è di sicuro il capitolo più oscuro della saga, in cui vengono messi alla prova i limiti etici e morali dei protagonisti in uno scenario bellico sempre più violento e disperato. Il giovane Spider è, a mani basse, il personaggio meglio scritto del lungometraggio, in cui il suo ruolo, insieme a quello di Kiri, diventa sempre più centrale per le sorti di Pandora, alla stregua di un Adamo ed Eva.

In un mondo segnato da un odio sempre più marcato da ambo gli schieramenti, in cui da una parte c’è il razzismo di Neytiri e dall’altra il suprematismo degli esseri umani, i figli della famiglia Sully, privi di pregiudizi e preconcetti, sono gli unici in grado di riportare un sano equilibrio in un pianeta segnato dal fuoco e dalla cenere.

Il finale del film, a fronte della celebrazione di Spider come Navii, si chiude con la massima celebrazione dell’integrazione e dell’ibridazione culturale. Il rituale finale, però, è anche un’esaltazione del fuoco interiore che guida chi è oppresso a combattere, con qualsiasi mezzo possibile, chi lo opprime. L’interconnessione del rito finale, inoltre, sottolinea come non sia Eywa, la divinità dei Navii, la salvezza di Pandora, ma l’unità planetaria degli individui che la abitano.

Che siano giovani, adulti, anziani, Navii o esseri umani poco importa. Di fronte alle avversità, al potere che corrompe al di là delle razze, è solo grazie a quell’onnicomprensivo ed empatico “io ti vedo” che l’individuo e la società possono continuare a vivere, a prosperare, a evolvere. Da qui l’inquadratura finale sull’intero pianeta, che segnala come la resa dei conti finale è ormai dietro l’angolo e che l’esito della partita è ancora tutto da decidere.

Il futuro della saga

Il finale del film sembra promettere un prossimo capitolo più ambizioso, globale, ampio, pronto a sondare nuovi terreni di una saga che rischia di avvitarsi su stessa. Ma, dato lo storico di James Cameron, che non si ferma nemmeno di fronte alla Fossa della Marianne, è probabile che l’incertezza di questo terzo capitolo sia propedeutica per collegarsi a due capitoli finali più esplosivi e sperimentali.

Sicuramente una cosa è certa dopo Avatar: Fuoco e cenere: non basta più la rigenerazione visiva per mitigare la reiterazione narrativa. Per ritornare a fare la storia del cinema, com’è accaduto con Titanic e Avatar, Cameron dovrà elaborare una scrittura in grado di sorprendere un pubblico che, ormai, non si sorprende più di niente.

Giorgio Burani

(In copertina, una foto di Avatar: Fuoco e cenere da The New Yorker)


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