Professoressa di Istituzioni di diritto romano e Storia del diritto romano all’Università di Milano-Bicocca, Barbara Biscotti ha recentemente pubblicato “Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto” (Solferino, 2025). Dopo la presentazione del 20 gennaio alle Librerie.coop Zanichelli di Bologna, Francesco Faccioli e Davide Lamandini hanno avuto l’occasione di incontrarla e intervistarla.
Francesco Faccioli: Buongiorno Professoressa, grazie per questa intervista. Vorrei partire, anzitutto, dal titolo di questo libro, Dictatura, un termine che ancora oggi risuona nel dibattito politico di tutto il mondo (e il fascio littorio disegnato in copertina è lì a ricordarcelo), ma che affonda le proprie radici storiche nel sistema giuridico romano. Quali sono le differenze, gli elementi di continuità e di discontinuità fra la dictatura del mondo antico e il significato contemporaneo di ‘dittatura’?
Barbara Biscotti: Anzitutto, la prima differenza che salta all’occhio è che la dittatura, a Roma, è una magistratura prevista dall’ordinamento civile; e questo crea una distanza abissale rispetto all’idea di dittatura che abbiamo noi oggi.
Il termine, quindi, aveva in origine un’accezione positiva, che conserverà a lungo: basti pensare a Machiavelli, quando scrive che il dittatore ha sempre fatto bene alle città (il riferimento è ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I 34, ndr.).
Certo, poi: ci sono casi e casi. E infatti lo stesso Machiavelli distingue attentamente tra il dittatore che viene eletto e quello che, invece, prende il potere da sé. Si rende perfettamente conto che dittature come quelle di Silla e di Cesare incarnano un potere completamente diverso dalle dittature di età precedente.

La riflessione sul potere dittatoriale proseguirà per tutta l’età moderna – si pensi ad autori come Jean Bodin e Jean Jacques Rousseau – per arrivare, nel Novecento, a Carl Schmitt (1888-1985), autore del fondamentale Die Diktatur (1921), famoso per la distinzione tra dittatura commissaria e dittatura sovrana e per la celebre definizione della sovranità: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Intanto, però, negli anni ‘20 del Novecento la parola dittatura ha già assunto il significato prevalentemente negativo che ci è così familiare.
Ma torniamo a noi – o meglio a loro, ai Romani. A Roma la dittatura coincide con l’ordinamento repubblicano, di cui costituisce un elemento cardine: è un po’ come la chiave di volta che tiene in piedi l’edificio della res publica. La dictatura regge il peso dell’intera costruzione istituzionale, e la difende nel momento in cui questa è in pericolo.
Francesco Faccioli: Abbiamo parlato delle due facce della dittatura nel pensiero politico europeo, ma anche all’interno di Roma si possono distinguere due fasi. Tra la fine del secondo e l’inizio del primo secolo avanti Cristo, la dittatura cambia faccia. Per quali ragioni avviene questo cambiamento? E come viene giustificato?
Barbara Biscotti: Diciamo che la dittatura, quando Silla la riporta in vita (82-79 a.C. ndr.), è un’istituzione morta da tempo: non la si utilizzava più dai tempi della Seconda guerra punica (218-202 a.C. ndr.).
Quando, con Silla, la dittatura viene ‘riesumata’, la cosa appare quanto meno anomala agli occhi del popolo romano. E lo è ancora di più la ragione per cui questa carica viene attribuita: le fonti parlano di una dittatura legibus scribundis, ovvero “per consentire la scrittura delle leggi”, e soprattutto rei publicae constituendae, cioè “per riordinare la res publica”.
Si tratta di motivazioni eccezionali rispetto a quelle che, nei secoli precedenti, avevano determinato il ricorso alla dittatura.

Ma eccezionale, dopotutto, era anche la crisi repubblicana del I secolo a.C., di fronte a cui Silla si pone con l’attitudine di un restauratore, di ‘uomo della Provvidenza’.
È vero, diventa dittatore perché ha vinto una guerra civile contro i seguaci di Mario; dall’altra parte, però, Silla è ancora un uomo profondamente repubblicano, e sente quindi il dovere di creare, attorno allo ‘stato di eccezione’ che ha imposto, una cornice legalitaria.
Francesco Faccioli: Una cornice costituzionale, diremmo noi.
Barbara Biscotti: Sì… e no. Noi storici del diritto evitiamo di utilizzare concetti come ‘Stato’ o ‘costituzione’: in parte perché questi termini sono anacronistici – Roma, ad esempio, non ha mai avuto nulla di paragonabile a una costituzione –, in parte perché creano l’illusione di una vicinanza solo apparente col mondo antico.
Quando oggi parliamo di cittadinanza, ad esempio, ci riferiamo a un sistema completamente diverso rispetto a quello della civitas romana.
Francesco Faccioli: Grazie della precisazione, e su questo punto avremo modo di tornare alla fine. Fra le pagine di Dictaturasi incontrano spesso le storie di individui dalla personalità straordinaria, dalle capacità magnetiche. Quali sono le doti che accomunano la maggior parte dei dittatori? E come cambia, nel corso dei secoli, la figura del ‘dittatore-tipo’?
Barbara Biscotti: Rispondo anzitutto alla prima domanda.
Le doti che selezionano i dittatori sono tendenzialmente le stesse che selezionano i boni cives: il dittatore è un uomo dalla reputazione impeccabile, che ha fatto carriera politica, che ha impiegato per la res publica le proprie disponibilità finanziarie – notate la distanza fra questo modo di pensare e la mentalità contemporanea –; insomma, un cittadino modello.
Un’altra importante caratteristica che mi sembra giusto aggiungere a questo ritratto, poi, è la capacità di conciliare gli animi. L’elemento comune che troviamo in tutte le figure dittatorie è proprio questo: sanno generare concordia civica.

Per rispondere alla seconda domanda, invece, è necessario per prima cosa chiedersi in quali radici culturali affonda la visione individualistica dell’uomo solo al comando. E la risposta è che si tratta di radici greche: è anzitutto nei Regni ellenistici, eredi dell’impero di Alessandro Magno, che si sviluppano grandi monarchie con un sistema di potere centralizzato. L’uomo romano, al contrario, per lungo tempo – almeno fino al II secolo a.C. – continuerà a pensarsi civis romanus, all’interno di una prospettiva collettivistica. Eppure, possiamo scorgere i segnali del cambiamento già molto prima.
Vorrei tornare ora all’ultima dittatura prima di Silla, ai tempi della Seconda guerra punica.
Siamo nel 217 a.C., uno dei periodi di massimo pericolo per Roma, quando la minaccia di Annibale ha messo in discussione l’esistenza stessa di una civitas romana.
Per risollevare la situazione, il Senato si affida a Quinto Fabio Massimo Verrucoso detto il Temporeggiatore. In questa dittatura, la personalità individuale del dictator emerge con una potenza inedita. E a questo proposito ci sono alcuni episodi significativi.

Quando, ad esempio, uno dei consoli in carica (Marco Minucio Rufo ndr.) si reca da Quinto Fabio Massimo, il dictator gli invia un messo perché dismetta le insegne e i littori, i simboli del potere magistratuale, e si presenti a lui da privato cittadino.
Questo episodio racchiude in sé un potenziale inedito: l’entrata in carica di un dittatore non aveva mai significato la dismissione delle altre magistrature, che si mettevano semplicemente ‘al servizio’ del potere dittatorio.
Un altro episodio significativo riguarda la procedura di designazione alla dittatura di Quinto Fabio Massimo e di colui che ricoprirà di nuovo la carica l’anno successivo, Marco Giunio Pera. Le fonti sono un po’ ambigue, ma quello che sembra di capire è che la nomina, anziché passare attraverso il Senato, sia popolare, cioè votata dalle assemblee. E anche in questo caso il cambiamento è molto significativo: la dictatura fino ad allora era stato, nel bene e nel male, un dispositivo di emergenza nelle mani del ceto senatorio.
Francesco Faccioli: Abbiamo appena parlato del Senato, perciò Le chiedo: come si comporta il senato nei rapporti con il dittatore? Come collaborano questi due poteri?
Barbara Biscotti: Innanzitutto, ricordiamoci che la Repubblica romana, a dispetto del nome, è un regime oligarchico governato dal Senato. Il Senato, infatti, è l’organo di governo e di indirizzo politico; per tornare a Schmitt, potremmo dire che è l’organo che a Roma decide dello stato d’eccezione.
Quando circostanze eccezionali lo rendono necessario, il senato decide di ricorrere alla dittatura, di far convergere nelle mani di un uomo solo il potere che altrimenti è gestito collegialmente dai consoli. Dalle fonti sembra di capire che sia sempre il Senato a individuare la persona da incaricare: il console non farebbe altro che istituire il dittatore per conto del Senato.
Sull’esatta posizione politica del dittatore in età più antica si discute molto: ad alcuni questa magistratura sembra uno strumento nelle mani del patriziato contro la plebe, mentre io credo che il dittatore fosse piuttosto una figura mediatrice. E non sarebbe allora un caso che, quando nei momenti di conflitto sociale più esacerbato viene nominato un dittatore, alla fine si arrivi a una legge che introduce provvedimenti filo-plebei.
Alla fine del III secolo a.C., però, la situazione è completamente diversa: come ho detto prima, emergono alcuni segnali che la dittatura non è più uno strumento controllabile per il Senato. E probabilmente è per questo che nel corso del II secolo a.C. viene fatta cadere in disuso.
Davide Lamandini: Su questo punto vorrei fare una considerazione.
Mi sembra che questa crisi dell’istituzione della dittatura vada un po’ di pari passo con almeno altri tre elementi.
Il primo è l’assenza, dopo la Seconda guerra punica, di vere e proprie minacce esterne che possano minare la sicurezza di Roma; il secondo è l’inasprirsi di un nuovo conflitto sociale che forse impedisce la nomina di una persona capace di conciliare le parti senza creare conflitti ulteriori; e il terzo è la graduale crisi del Senato stesso, che porterà col tempo prima a Cesare, e poi – naturalmente – ad Augusto e all’Impero.

Barbara Biscotti: Sono osservazioni molto puntuali. Certo, con la fine del III secolo terminano anche le minacce esterne realmente preoccupanti per Roma; ma è anche vero che allora la dittatura si era sganciata da molto tempo dalla presenza di una minaccia esterna.
Anzi: per buona parte del IV e tutto il III secolo a.C. la dittatura interviene spesso in circostanze di crisi interna, di crisi politica. In quei frangenti, il dictator è un individuo di mediazione, sì, ma strettamente legato all’egemonia senatoria.
E quando poi la dittatura, nel II secolo, viene meno, ecco che il Senato comincia a servirsi, in sostituzione di essa, del Senatus consultum ultimum: si tratta di provvedimenti d’urgenza di carattere esecutivo, efficacissimi, estremamente più sicuri della dittatura perché in essi non c’è alcuna possibilità di intromissione popolare.
Quando Silla riesumerà, nel I secolo a.C., la dittatura, siamo già nella logica del personalismo politico. Un personalismo che, oltretutto, il Senato aveva molto incautamente favorito appoggiandosi, a partire dal III secolo, alle grandi famiglie e ai grandi generali militari, come ad esempio gli Scipioni e Gaio Mario.
Francesco Faccioli: Dopotutto, durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo anche quest’ultimo rappresentava una personalità militare altrettanto pericolosa per il Senato…
Barbara Biscotti: È verissimo.
A questo proposito, Cicerone – che era chiaramente un pompeiano, e poteva permettersi di chiamare Pompeo Gneus Noster, “il mio caro Gneo” – scrive, in una lettera lucidissima ad Attico (IX 10,6 ndr.), che l’animo di Pompeo ‘silleggiava’, cioè tendeva a imitare l’atteggiamento di Silla, esattamente come Cesare.
A questo punto del I secolo a.C., insomma, il Senato si era già scavato la fossa da solo, perché non aveva più la forza di opporsi ai personalismi militari da lui stesso promossi. Piuttosto, era questione di capire chi, tra i tanti pretendenti, si sarebbe aggiudicato un potere sovrano.

Francesco Faccioli: Solo un’ultima domanda, Professoressa. Ieri ha confessato che ha fatto molta più fatica a scrivere questo libro rispetto ai testi scientifici. Da dove deriva questa difficoltà? E come si lega a questo tema la decisione di inserire, in coda al libro, un glossario di termini giuridici latini?
Barbara Biscotti: Questa è una difficoltà che riguarda nello specifico non solo me, ma tutti gli storici del diritto romano. Perché il giurista, nel suo lavoro, è come un orafo della parola: deve pesare i singoli termini sul bilancino, valutare al microgrammo le sfere di applicazione di una procedura o di un istituto, sapendo che – come una minima impurità altera la lega di un metallo prezioso – anche la più impercettibile variazione lessicale può stravolgere il valore giuridico di un termine.
In più, comunicare il mondo antico è un’operazione difficile: bisogna entrare nella mente di questi uomini, percepire gli odori e i colori che trovavano camminando per strada o nelle proprie case, vedere il mondo con il loro stesso sguardo, calati nello stesso sistema di valori. Ed è una fatica immane.
È per questo che a volte mi arrabbio quando leggo un libro che parla di mondo antico in modo superficiale. Certo, così è facile! E invece non lo è affatto: rendere, per esempio, con fedeltà il sistema di valori di un mondo politeista, per cui la schiavitù è un fatto naturale, totalmente centrato sulla figura del pater familias, è un’operazione intellettuale difficilissima.
Le difficoltà poi, come spiegavo prima, sono anche dentro la lingua. Quando si parla di concetti che hanno una dimensione giuridico-istituzionale dobbiamo essere molto precisi: non posso dire ‘lo Stato romano’ come se l’antica Roma fosse paragonabile a uno Stato in senso moderno. Per tradurre quel concetto, non posso che dire ‘civitas romana’. Per non parlare del problema dei nomi: il sistema ristrettissimo dei tria nomina fa sì che Lucio Emilio Paolo sia il nome di almeno quattro persone diverse; e si contano non meno di undici consoli di nome Quinto Fabio Massimo…
Insomma: tutto questo rende estremamente difficile fare della divulgazione seria sull’antichità. Per questa ragione, ho deciso di non tradurre alcuni concetti giuridici specificamente romani, ma di metterli in latino nel testo.
Naturalmente, però, era necessario dare un supporto che permettesse al lettore di orientarsi all’interno di questo sistema; e, così, è stato inserito in fondo al libro un glossario di termini giuridici romani. Ed è stata una scommessa azzeccata: molte persone mi hanno detto che leggere il glossario è stato come guardare la fotografia di una società intera, di un mondo. Devo dire, poi, che è stato un esercizio interessante anche per me: scrivere in poche righe che cosa significa civitas o qual è la funzione del consul è stata una vera sfida!
Intervista a cura di Francesco Faccioli e Davide Lamandini
(In copertina La morte di Cesare di Jean-Léon Gérôme, 1867)
L’intervista a Barbara Biscotti per la presentazione di Dictatura è stata realizzata in collaborazione con Librerie.coop Zanichelli; un ringraziamento particolare a Barbara Biscotti, Federico Parmeggiani e a Giuditta Bonfiglioli.

