Cultura

Dentro il “mare del colore del vino”: un viaggio nel Mediterraneo centrale con Luca Misculin e il suo “Mare aperto”

Mare aperto Misculin

“Per gran parte della storia umana il mare ha suscitato una sensazione precisa: la paura”: si apre così “Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale” (Einaudi, 2025), il primo libro di Luca Misculin, giornalista del Post e autore, tra gli altri, dei podcast L’invasione e Una mattina. Il punto di osservazione è il Canale di Sicilia, laddove si può vedere un “über-Mediterraneo” che in un qualche modo riflette nel suo piccolo le caratteristiche di quel “grande mare” che è sempre stato il nostro orizzonte culturale.


ὥσπερ περὶ τέλμα μύρμηκας ἢ βατράχους περὶ τὴν θάλατταν οἰκοῦντας
“E noi ci affolliamo come formiche o rane intorno a una pozza di fango”
Platone, Fedone, 109b

In principio, la paura

Per i Greci è passato alla storia come oinóps póntos, cioè “mare del colore del vino”, come compare in diversi passi dell’Odissea.

Il più bello si trova nel sesto canto, quando Ulisse si rivolge per la prima volta alla principessa dei Feaci Nausicaa, che è tanto bella che sembra un miraggio – può essere donna, dea, ma anche chimera, ultima insidia dell’eroe in viaggio verso Itaca (lo ricorda Giorgio Ieranò) –: “ho una grande paura al solo sfiorarti le ginocchia, ma mi incalza un dolore aspro e terribile; solo ieri, dopo venti giorni, sono scampato a questo mare del colore del vino” (Od. 6.168-170).

Ulisse Nausicaa Gleyre.
Charles Gleyre, Ulisse e Nausicaa (1853 ca.), collezione privata.

L’orizzonte culturale, sociale, geografico dei poemi omerici è, indubitabilmente, il Mediterraneo. Un mare di scontri, e si pensi ai vari mostri che hanno popolato le sue leggende – i più famosi: Polifemo, Circe, Scilla, Cariddi, le Sirene –, come tutti i mari che si rispettino, ma anche un mare di incontri: un mare di commerci e un mare di guerre. Un mare che fin dalle epoche più antiche è stato crocevia di popoli, di culture, di religioni; anche, soprattutto, teatro di migrazioni.

La paura che prova Ulisse al cospetto di Nausicaa è quella che sente tutte le volte che si ritrova davanti qualcuno che può essere mortale come immortale, quando sente che il margine è slabbrato e riesce a intravedere qualcosa al di là del tangibile: è la paura del divino.

Ma, prima ancora, è la paura di chi è abituato a guardare ogni giorno quella distesa scura e ignota, densa e dalle sfumature violacee, che è il Mediterraneo antico e a cui i Greci hanno dato dignità (e nome) di dio: Poseidone.

Un passo indietro e uno avanti

Per molte migliaia d’anni prima della composizione dell’Odissea – che datiamo, grosso modo, nella versione che ci è giunta, alla seconda metà del VI secolo a.C. (anche se i canti che la compongono sono molto precedenti a questo torno d’anni) – il Mediterraneo era stato una barriera insormontabile, anche nei punti in cui le propaggini più estreme dei due continenti che oggi chiamiamo Europa e Africa venivano quasi a toccarsi, cioè all’altezza dello Stretto di Gibilterra e nel Canale di Sicilia.

Questo almeno per quanto riguarda il discorso ‘verticale’ (da sud a nord, e viceversa); per il discorso ‘orizzontale’ (da est a ovest, e viceversa), la storia è diversa e, se altrove il mare era barriera, qui è ponte: lo possiamo leggere in filigrana dietro il mito di Leandro, il giovane che ogni notte attraversava a nuoto l’Ellesponto per vedere l’amata Ero, e dunque nel gorgo delle sue braccia riusciva a unire Oriente e Occidente.

Stando invece alla storia, i Sapiens camminano sulla terra da circa 300.000 anni; la loro diffusione, di pari passo con la progressiva scomparsa dei Neanderthal, avviene tra il 50.000 e il 40.000 a.C.; la scoperta della navigazione risale a molto più tardi: circa 10.000 anni fa. E questo significa che per circa 290.000 anni l’uomo è rimasto fermo al di qua della distesa del mare, spaventato dai suoi moti e dalle sue tempeste (e, del resto, è nel corso di una tempesta furiosa che morirà Leandro, durante una delle sue traversate notturne).

Proprio intorno al 10.000 a.C. viene datata la diffusione del cosiddetto “pacchetto neolitico”, un insieme di innovazioni e scoperte che cambiarono per sempre la storia dell’umanità – e dunque quella del pianeta Terra –: la scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento portò alla nascita di comunità stanziali organizzate in modo complesso; l’invenzione della navigazione permise loro di raggiungere – e quindi colonizzare – terre ‘vergini’ che mai avevano visto essere umano; la creazione di oggetti e utensili in ossidiana rese possibili lavori complessi ben prima della scoperta dei metalli.

Così, iniziarono a svilupparsi i commerci, e proprio grazie all’ossidiana di Pantelleria, probabilmente, entrarono in contatto le persone che abitavano in Europa e quelle che vivevano in Africa. Insomma, la barriera era stata finalmente abbattuta.

Storie e leggende in “mare aperto”

“Ma misi me per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna / picciola da la qual non fui diserto”, dice l’Ulisse di Dante, nel racconto del drammatico epilogo della sua odissea, che leggiamo nel Canto XXVI dell’Inferno (vv. 100-102), dove descrive quel tratto di mare che in primo luogo era paura e fascino.

Poco più avanti, appena la nave supera le Colonne d’Ercole: “[…] della nova terra un turbo nacque / e percosse del legno il primo canto. / Tre volte il fé girar con tutte l’acque; / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com’altrui piacque, / infin che ’l mar fu sovra noi richiuso” (vv. 137-142).

Gustave Doré Ulisse e Diomede Commedia
Gustave Doré, Gli spiriti di Ulisse e Diomede, da Inferno (1861).

Il teatro di questa drammatica tempesta è appena oltre lo stretto di Gibilterra, ma ci serve a introdurre adeguatamente l’atmosfera che si doveva respirare nel Mediterraneo – da sempre “uno spazio frammentato, politicamente e culturalmente”, come scrive David Abulafia –, e ancora di più nel Canale di Sicilia: e le acque tra l’Europa e l’Africa, tutto un punteggiare di coste e di isole, raccontano di confini mutevoli, pronti a spostarsi insieme alle correnti e alle stagioni.

Per collegare queste isole e le terre del Mediterraneo, si è resa presto necessaria la creazione di vie di comunicazione e rotte commerciali sicure, attraverso le quali spostare merci di ogni tipo: ossidiana di Pantelleria e porpora di Malta, e poi vasi, spezie, stoffe, vestiti, gioielli, bevande, profumi, ma anche tecniche di produzione, idee, perfino miti e racconti che attraversano le acque e contaminano culture e stili di vita; una vera e propria globalizzazione – o Bronzization, per usare un’espressione coniata dall’archeologa Helle Vandkilde, più volte citata da Misculin, crasi tra le parole inglesi bronze e globalization: la prima della storia avviene nel corso dell’età del bronzo.

Proprio a partire da queste considerazioni, superato l’ostacolo del mare, Misculin ci conduce in un viaggio vertiginoso al largo, esplorando le terre che fanno parte del Mediterraneo centrale – quasi tutte isole, a dire la verità.

Tra di esse Linosa, che per molte migliaia di anni ha visto soltanto da animali, Pantelleria e Lampedusa, che invece hanno alternato momenti di grande centralità a momenti di estrema marginalità, luoghi che in Mare aperto sono esplorati senza il dettaglio dell’accademico, senza lo stupore della guida turistica.

A ben vedere, è più la pazienza di chi sa ascoltare le correnti, le rocce erose dal vento, la memoria dell’acqua che ha visto passare popoli e culture, navi mercantili e piccole imbarcazioni cariche di speranza e di paura – che è poi il cuore di ogni viaggio, dall’alba dei tempi ai giorni d’oggi.

Mare aperto di Luca Misculin copertina Einaudi.

Due strade all’orizzonte

Dopo aver esplorato la Storia e le storie del Mediterraneo centrale, Luca Misculin sposta la sua attenzione sul presente delle migrazioni – e soprattutto sul futuro del Canale di Sicilia. Due le strade che prospetta e che in un qualche modo ci ritroveremo a scegliere nei prossimi anni.

Il Canale non è destinato a essere un luogo di scontro permanente – come accade a tutte le zone di confine, in equilibrio precario, sempre irrisolto, tra contatti e conflitti –, eppure le comunità che vivono al suo interno mai riporranno mai autonomamente le loro armi, reali o metaforiche che siano.

La tensione è connaturata alla geografia stessa di questi luoghi, stretti tra due continenti, tra due rive che si guardano da sempre con diffidenza e curiosità insieme, fin dai tempi in cui da una parte stavano i Sapiens e dall’altra i Neanderthal. Il Mediterraneo centrale, nel corso della sua storia accidentata, ha alternato due volti soprattutto: “un luogo di scontri violentissimi ma anche di slanci di inclusione e di progetti condivisi” (Mare aperto, p. 278).

E qui si giocherà la partita: quale strada vogliamo seguire? Vogliamo che il Canale di Sicilia sia un ponte o una barriera, un confine che divide o una via che unisce? La risposta, suggerisce Misculin, non è scritta da nessuna parte: sta nelle scelte politiche e umane che faremo negli anni a venire.

Mediterraneo: fine e principio

Siamo partiti dalla formula omerica oinóps póntos, “mare del colore del vino”, e ora ci torniamo, perché la parola póntos rappresenta uno dei tanti modi che ha il greco antico per esprimere l’idea di mare (in questo caso specifica il ‘mare aperto’, l’‘alto mare’), ma in origine è legata alla radice indoeuropea del “passaggio” (da cui anche il latino pons, ‘ponte’) ed è figlia di una cultura che guardava alla grande distesa scura, spaventosa e violacea all’orizzonte come a uno spazio di passaggio, un ponte tra due rive, un collegamento tra diversi popoli (come, tra gli altri, l’Ellesponto): una cultura di naviganti, viaggiatori e colonizzatori – come quella, appunto, che si auto-celebra nell’Odissea.

E, dunque, in quella “pozza di fango” che è il Mediterraneo centrale possiamo leggere prima di tutto una storia di popoli: dai primi esemplari di Sapiens alle civiltà dell’età del bronzo, dai Greci ai Bizantini, dai Romani ai fascisti, passando per cartaginesi e arabi, ma anche corsari ottomani e mercanti anonimi, pescatori, schiavi e viaggiatori, ciascuno con le proprie speranze e paure, con i propri sogni e rituali quotidiani. È una storia di contatti, e quindi talvolta di guerre, talvolta di colonizzazioni, più spesso di commerci.

È una storia di luoghi, di approdi nello specifico, in particolare Linosa, Pantelleria, Malta e la tristemente nota Lampedusa, e una storia di persone, che sono poi il centro di tutto. Tra queste, è anche, drammaticamente, la storia di chi negli ultimi anni ha attraversato quel “mare del colore del vino” come migrante, in cerca di un futuro, talvolta su barche più fragili e precarie di quelle utilizzate dai primi esploratori antichi che anche loro hanno preso il largo in cerca di un futuro diverso.

In definitiva, la zona del Canale di Sicilia è un “mare aperto”, un piccolo teatro che riproduce in miniatura le vicende travagliate, i momenti di gloria e i periodi di crisi del resto di quel “grande mare” che è il Mediterraneo: del resto, anche questa è una storia umana, e come tutte le storie umane è in movimento – ce lo ricorda Luca Misculin.

Davide Lamandini

(In copertina Flavio Coelho/Moment/Getty Images)


Qualche coordinata

  • Il libro da cui queste riflessioni muovono i passi è Luca Misculin, Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale, Torino (Einaudi) 2025. Uno sguardo più ampio in Cyprian Broodbank, Il Mediterraneo. Dalla preistoria alla nascita del mondo classico, Torino (Einaudi) 2018, e in José Enrique Ruiz-Domènec, Il sogno di Ulisse. Storia umana del Mediterraneo dalla guerra di Troia all’emergenza degli sbarchi, Milano (UTET) 2023.
  • Per Platone in esergo: Platone, Fedone, a cura di Franco Trabattoni, Torino (Einaudi) 2011, ma la traduzione proposta è originale.
  • Dell’Odissea si segue qui la versione curata da Rosa Calzecchi Onesti (Omero, Odissea, Torino, Einaudi, 1963, ma variamente ristampata), anche se le traduzioni proposte sono originali; per una lettura narratologica dell’episodio di Ulisse e Nausicaa si veda il recente Giorgio Ieranò, Omero, Nausicaa e l’idillio mancato, Bologna (il Mulino) 2023 (qui la nostra intervista); come commento più ampio quello curato da John Bryan Hainsworth in Omero, Odissea, vol. II (libri V-VIII), Milano (Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori) 1982; per una lettura narratologica dell’intero poema: Irene J.F. de Jong, A Narratological Commentary on the Odyssey, Cambridge (Cambridge University Press) 2001; per la definizione di “idillio mancato”, si veda G. Burzacchini, La rapsodia di Nausicaa: osservazioni su un idillio mancato, in Lia De Finis, Vittorio Citti e Luigi Belloni (a cura di), Odisseo dal Mediterraneo all’Europa, Amsterdam (Hakkert) 2002, pp. 167-193.
  • Per il mito di Ero e Leandro, si rimanda a Ovidio, Lettere di eroine XVIII-XIX, a cura di Gianpiero Rosati, Milano (Rizzoli) 1989, pp. 348-383; per lo stretto dei Dardanelli come “ponte” e non come “barriera”, C.W. Ceram, Il libro delle rupi. Alla scoperta dell’impero degli Ittiti, Einaudi (Torino) 1955, p. 25.
  • Sull’epilogo dantesco dell’Odissea, si veda Il volo di Ulisse. Variazioni sul mito, a cura di Maria Grazia Ciani, Venezia (Marsilio) 2014; come commento all’Inferno valga l’edizione curata da Anna Maria Chiavacci Leonardi, Inferno di Dante, Bologna (Zanichelli) 1999, pp. 445-464. La citazione di David Abulafia (autore di Il grande mare. Storia del Mediterraneo, Milano, Mondadori, 2013) è tratta dall’articolo Il mare tra le terre, collocato in apertura al volume Mediterraneo della rivista The Passenger, Milano (Iperborea) 2023 (si veda sul tema anche questo articolo di Jon Mucogllava).
  • Sui naufragi nel Mediterraneo la bibliografia è sterminata, ma valgano come punto di partenza Annalisa Camilli, La legge del mare. Cronache dei soccorsi nel Mediterraneo, Milano (Rizzoli) 2019, e Caterina Bonvicini, Mediterraneo a bordo delle navi umanitarie, con le foto di Valerio Nicolosi, Torino (Einaudi) 2022.
Sull'autore

Classe 2000. Mi piacciono le storie, qualsiasi sia il mezzo che le fa circolare o la persona che le racconta. Credo nella letteratura, nel tempo che passa e nelle torte al cioccolato per le giornate più tristi. Aspetto con impazienza domani e, nel frattempo, leggo, scrivo e traduco qualche lingua morta persa in un passato lontanissimo.
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