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Coppa d’Africa: tra riti, superstizioni… e razzismo

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È notizia di qualche giorno fa l’arresto di uno stregone che aveva incassato oltre 30 mila euro per far vincere al Mali la semifinale di Coppa D’Africa, poi persa, contro il Senegal, che domenica 18 gennaio sfiderà in finale il Marocco. Il calcio africano è sempre stato caratterizzato dal ricorso a riti scaramantici, alla magia nera, all’arte del vudù e a figure di stregoni: episodi che spesso riflettono non solo le differenze culturali tra le società, ma il razzismo e il senso di superiorità dell’Occidente.


Sta per concludersi la 35esima edizione della Coppa d’Africa, che vedrà sfidarsi Marocco e Senegal nella finale a Rabat domenica 18 gennaio. Questa competizione è sempre stata caratterizzata da un alto tasso spettacolare: non solo per le prodezze sul campo di gioco, ma anche per la ricorrenza a riti scaramantici, alla magia nera, all’arte del vudù e a figure di stregoni.

Come quello che, in occasione della semifinale tra Mali e Senegal, aveva raccolto oltre 30 mila euro con la promessa di una vittoria del Mali; e che, dopo la sconfitta della nazionale, ha rischiato il linciaggio da parte della folla ed è stato infine arrestato.

La storia di Karamogo Sinayoko non suona certo nuova a chi si interessa di calcio africano. Fra le più recenti, si possono citare almeno due notizie. La prima risale al novembre scorso, durante la pausa nazionali: mentre l’Italia usciva da San Siro con una sconfitta umiliante contro la Norvegia, a Rabat la Nigeria perdeva lo scontro decisivo per l’accesso ai Mondiali 2026 contro la Repubblica Democratica del Congo. 

Tralasciando il ribaltamento dei pronostici – nella nazionale nigeriana militano grandi campioni come Osimhene Lookman – l’episodio più eclatante riguarda le dichiarazioni del CT delle Super Eagles, Eric Chelle, secondo cui la sconfitta ai calci di rigore sarebbe stata causata da pratiche vudù e riti di magia nera.

Più recentemente, il 20 dicembre, in Burundi, Igiraneza Aimé Gueric ha perso la vita in campo. A causare la morte del giocatore è stata, con molta probabilità, una moneta, ingerita accidentalmente.

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Gris-gris (Foto: Wikipedia).

Si tratta di un talismano, chiamato gris-gris, che nella cultura vudù ha lo scopo di proteggere chi lo possiede dalla sfortuna o di attirare su di lui la buona sorte. Molti calciatori africani si affidano a questi amuleticonvinti che possano migliorare le loro prestazioni, proteggerli dagli infortuni o portare sfortuna agli avversari.

Il caso della religione vudù merita di essere approfondito, perché getta uno sguardo illuminante sulla rappresentazione delle culture africane nella nostra società.

La religione vudù

Il vudù è una religione africana, che si è diffusa anche nel continente americano con l’arrivo degli schiavi tra il XVII e il XIX secolo. Nasce dalla fusione tra il cattolicesimo, importato dai colonizzatori europei, e alcune religioni ancestrali africane. 

Si basa sulla venerazione della natura e degli antenati, e sulla credenza che i vivi e i morti coesistano. Secondo la religione vudù, è possibile comunicare con gli spiriti dell’oltretomba attraverso i loa (entità spirituali ndr), che accolgono le richieste dei fedeli. 

Insomma, il vudù non è solo qualcosa legato a superstizioni o magia nera, ma è una religione a tutti gli effetti. Il pregiudizio europeo nei confronti del vudù è frutto di una visione distorta, chee riflette pregiudizi antichi: almeno quanto la teoria evoluzionista di Tylor, secondo cui gli africani sono primitivi, meno evoluti rispetto ai ‘civili europei‘.

Ma contro il vudù ha influito anche la condanna della Chiesa cattolica, che non ha mai apprezzato alcune sfaccettature di questa religione perché ricordavano l’iconografia satanista: sacrifici animali, l’importanza ritualistica del sangue, possessioni e magia nera. 

E le bambole di pezza?

Alla luce di tutto questo, è facile comprendere come la visione tipica del vudù da parte del mondo europeo sia spesso, in realtà, una narrazione superata, legata a stereotipi razziali. Come ha scritto giustamente Valerio Moggia, “basta fare una veloce ricerca per venire inondati di notizie, sempre con il solito tono paternalistico di chi guarda gli africani dall’alto in basso e un po’ anche si compiace di trovare conferma delle proprie convinzioni”.

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Bambola di pezza (Foto: Wikipedia).

Tant’è che il simbolo del vudù, le famose bambole di pezza trafitte da spille, in realtà non esiste. La bambola è un mito dell’immaginario occidentale, che si è diffuso con il cinema horror e la letteratura coloniale dell’Ottocento. 

Prima di vedere come queste pratiche siano entrate nel mondo del calcio è bene specificare che, quando si parla di sacrifici di animali, incantesimi e magia nera, non si sta automaticamente parlando di vudù. Queste sono, per lo più, usanze occulte individuali.

Per comprendere meglio, facciamo un paio di esempi più vicini alla nostra cultura: il malocchio e il cornetto napoletano portafortuna. Entrambi sono fenomeni diffusi nel nostro Paese, e nessuno dei due è parte della dottrina cattolica; eppure, visti dall’esterno, potrebbero far pensare diversamente. Per il vudù vale lo stesso discorso.   

Ciò che emerge, per riassumere, è che la percezione occidentale del vudù è completamente distorta rispetto a ciò che esso è in realtà. E un discorso simile vale anche per quanto riguarda il rapporto tra calcio e animali, dove entrano in gioco dinamiche legate al totemismo e alle pratiche apotropaiche

Il calcio e gli animali

Gli animali sono storicamente legati al mondo del calcio, dove (come in molti altri àmbiti) c’è un forte bisogno di identificazione del gruppo in un simbolo, spesso animale.

Per non fare che alcuni esempi, in Italia la Roma è rappresentata dalla lupa, che secondo la leggenda ha accudito Romolo e Remo; il Bari ha il gallo per simboleggiare la tradizione contadina; il Pescara il delfino, simbolo perfetto per ìuna città marinara.

AS Roma (Immagine: Wikipedia).
SSC Bari (Immagine: Wikipedia).
Pescara Calcio (Immagine: Wikipedia).

Un legame del genere è presente anche nel continente africano (basti pensare all’aquila dell’Al-Masry Sporting Club, ai tre coccodrilli dello Stade Malien, ai leopardo dell’AFC Leopards), dove tuttavia gli animali diventano protagonisti anche di vicende scaramantiche. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, si tratta di cerimonie piuttosto cruente, che includono il sacrificio delle bestie. 

Alcune di queste tradizioni prevedono lo spargimento di sangue di pollo sui polpacci dei giocatori per infondere più energie; lo strofinamento di ossa di leone o di zebra sulle cosce per correre più velocemente; o ancora, l’immersione delle divise di gioco nel grasso di maiale per creare uno scudo magico di protezione.  

Un altro esempio è ciò che si è verificato nel 1997, quando una guardia di sicurezza ha preso brutalmente a calci un gatto durante una partita tra due delle squadre più popolari del Sudafrica, Orlando Pirates e Kaizer Chiefs, perché considerato malvagio. Una logica che non avrebbe sfigurato nemmeno in Italia, dove il gatto nero viene considerato colpevole di sciagure che l’essere umano preferisce non attribuirsi.

“Bibbidi-Bobbidi-Bu”: magie e incantesimi

La scaramanzia è diffusa tanto in Africa quanto nel resto del mondo. E anche in Europa si vedono spesso pratiche propiziatorie, spesso legate alla religione: basti pensare al segno della croce all’ingresso in campo. Eppure, c’è un’enorme differenza nel modo in cui questi gesti sono stati percepiti e giudicati dal pubblico.

Il gesto di Giovanni Trapattoni, che al Mondiale del 2002 ha versato acqua santa sul campo, è stato accolto come un episodio bizzarro, ma ‘innocuo’. Allo stesso modo, a Euro 2020, l’Italia inaugura il proprio ‘rito del pullman’: una tradizione che nasce quasi per caso nella seconda partita degli Azzurri. Con il bus già pronto a partire verso lo Stadio Olimpico, la squadra si accorge solo all’ultimo dell’assenza di Gianluca Vialli.

La partita si chiude con una vittoria per 3-0 e, da quel momento, l’episodio si trasforma in rituale: per tutte le gare successive del torneo, Vialli insegue simbolicamente il pullman in partenza. Nulla di strano o divertente, ma un atto considerato necessario per vincere.

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Vialli e il ‘rito del pullman’ (Foto: Fanpage).

Nel 2015, André Ayew viene ripreso mentre sparge una sostanza biancastra in polvere sul campo prima della finale di Coppa d’Africa contro la Costa d’Avorio, in un rito legato a convinzioni personali e tradizioni spirituali di buona sorte. Questo gesto, però, non viene considerato innocuo: i media locali parlano di magia nera, quelli europei di stranezza.

Stregoni e accuse di manipolazione

Oltre a magie, incantesimi e riti, un ulteriore elemento si lega al calcio africano: gli stregoni. Storie legate a volti anche molto noti hanno suscitato numerose polemiche in Europa, arrivando anche davanti alla magistratura. Si tratta di vicende che si legano strettamente a episodi di razzismo o di pretesa superiorità culturale.

Alcuni casi sono connessi con la figura del marabutto: nella religione musulmana è un santone con poteri profetici, ma da occhi esterni viene spesso etichettato come un mago. Asamoah Gyan, visto in Italia con la maglia dell’Udinese, ha detto: “La gente usava semplicemente la parola marabutti per significare qualcosa fuori dal mondo. Come i pastori guidano i cristiani nella preghiera, i marabutti guidano i musulmani nella preghiera. Quindi non c’è niente di sbagliato”. 

Paul Pogba (Foto: UEFA Champions League).

C’è un precedente che riguarda anche Paul Pogba, ex stella della Juventus, finito addirittura in tribunale. Accusato dal fratello, il giocatore francese di origine guineana ha ammesso di aver pagato uno stregone, smentendo però l’insinuazione di usarlo per “tarpare le ali ai colleghi più abili ed emergere come la grande star della squadra”. Solo in seguito si è scoperto che lo ‘stregone’ era in realtà un semplice marabutto, a cui Pogba si era affidato per beneficenza.

Un altro caso coinvolge il calciatore Renato Sanches, portoghese con varie origini africane. Durante la sua avventura giallorossa, le telecamere lo intercettano mentre parla con un compagno dei suoi infortuni ricorrenti. Sanches, in tono scherzoso, afferma di sentirsi vittima di una maledizione. La Repubblica travisa la vicenda e pubblica immediatamente un articolo dove accusa il calciatore di affidarsi alla stregoneria – una notizia poi rivelatasi falsa.

Renato Sanches (Foto: Repubblica).

A questo punto la domanda è lecita: se Sanches avesse avuto la pelle bianca, la vicenda sarebbe stata raccontata allo stesso modo, o sarebbe stato evidente a tutti che si trattava di una battuta?

Lukaku vs Ibrahimovic: litigio per… il vudù

La battaglia tra Lukaku e Ibrahimovic risale al 2021, quando Milan e Inter erano le squadre più in forma della Serie A, e i due attaccanti erano il volto delle rispettivi compagini. In uno scontro di Coppa Italia, i due discutono e arrivano muso a muso, dando vita all’immagine simbolo della rivalità milanese. Ibra viene espulso e scoppia la polemica. Il motivo della sanzione sembra essere un insulto razzista

Nei giorni successivi, Zlatan e il Milan si appellano all’equivoco, ma una frase emerge con chiarezza: “Chiama tua madre, andate a fare il vudù”. Questa storia ha origini nel 2017, quando Lukaku era uno degli attaccanti più corteggiati del mondo. Il presidente dell’Everton, Farhad Moshiri, voleva trattenerlo a ogni costo, ma alla fine il calciatore si è trasferito al Manchester United.

Moshiri, cercando vendetta, pubblica una versione dei fatti secondo cui Lukaku era deciso a rinnovare il contratto, salvo poi cambiare idea dopo una telefonata con la madre, che lo avrebbe spinto ad andare via in seguito a un rito vudù. Anche in questo caso, le accuse si sono rivelate totalmente infondate.

Il tentativo, da parte del proprietario dei Toffees, di attaccare Lukaku con una connessione tra un calciatore di origini africane e il vudù appare non solo una pratica poco intelligente – l’attaccante belga è profondamente cattolico – ma anche intrisa di stereotipi razzisti.

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Lukaky vs Ibrahimovic (Foto: La Gazzetta dello Sport).

Tornando allo scontro con Ibrahimovic, dunque, sembra che lo svedese non conoscesse a fondo la vicenda. Ed è anche difficile sostenere che nelle sue parole non ci sia niente di razzista.

Riti e talismani: funzionano davvero?

Ci sono storie legate a riti e talismani che, a distanza di decenni, vengono ancora ricordate per la loro incredibile eccezionalità. Che sia per una pura casualità o per l’effettivo funzionamento di questi trucchi, il destino di questi eventi è stato segnato dalla presenza di juju (amuleti o oggetti rituali) africani

Nel 2000, durante il quarto di finale di Coppa d’Africa tra Nigeria e Senegal, un collaboratore delle Super Eagles è corso in campo al 75’, con i senegalesi avanti 1-0, per rimuovere un amuleto dalla porta nigeriana. L’episodio diventa leggenda: nei quindici minuti successivi la Nigeria segna due reti e ribalta il risultato, assicurandosi la vittoria.

Nel 1992, poche settimane dopo il trionfo della Costa d’Avorio in Coppa d’Africa, alcuni stregoni dichiarano di essere stati ingaggiati dalla federazione per compiere rituali propiziatori, senza però essere mai stati pagati. Lo stato ivoriano ha respinto le accuse, negando qualsiasi coinvolgimento. La risposta degli stregoni è una maledizione sulla nazionale, che nel decennio successivo incassa solo fallimenti. Solo nel 2002 il Ministero dello Sport ha ammesso le proprie responsabilità, supplicandoli di rimuoverla.

Anche in Europa si parla di maledizioni, ma il ruolo che esse hanno all’interno della società è profondamente diverso. Prendiamo il caso della ‘maledizione‘ che incomberebbe sul Benfica. L’allenatore Béla Guttmann, dopo aver vinto due Coppe dei Campioni consecutive (1961, 1962), lascia il club a causa dei pessimi rapporti con la società e lancia una profezia: “Da qui a cento anni il Benfica non vincerà più una Coppa dei Campioni”.

Da allora, la squadra portoghese ha perso tutte le 8 finali europee giocate; eppure, al netto di una certa popolarità in blog e discussioni, nessuno ha mai pensato seriamente di chiedere a Béla Guttmann di rimuovere la maledizione dalla squadra.

Il confronto tra il caso della Costa d’Avorio e il Benfica fa emergere come le pratiche sociali elementari (propiziazione, apotropè, maledizione etc. ) siano, in fondo, molto simili; ma che la particolare configurazione, il particolare ‘posto‘ che essi assumono all’interno della società li porti a differenziarsi notevolmente.

Béla Guttmann (Foto: The Untold Game).

Non è possibile giudicare l’efficacia dei juju o di rincorrere pullman prima della partita, ma una cosa è certa: etichettare altri popoli come folli per le loro credenze e ridurre tradizioni spirituali e religiose a folklore grottesco significa raccontare i nostri pregiudizi più che comprendere realmente il contesto culturale di cui fanno parte. 

Mattia Pallotta

(In copertina, un marabutto senegalese. Foto: Africarivista).


Coppa d’africa: tra riti, superstizioni… e razzismo è un articolo di Mattia Pallotta. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

Sull'autore

Sono uno studente di Comunicazione a Bologna, classe 2003, orgogliosamente fuorisede. Vengo da Castel di Sangro, un paesino di montagna in Abruzzo. La mia passione? Sport, sport e.... SPORT
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