La notte fra il 2 e il 3 gennaio, le truppe della Delta Force, un’unità speciale dell’esercito statunitense, hanno prelevato a Caracas Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores. Il presidente venezuelano è stato trasportato a New York, dove è iniziato il processo per associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, cospirazione per il traffico di cocaina e reati legati alle armi.
L’operazione militare statunitense si è svolta in netto contrasto con le norme di diritto internazionale consuetudinarie e pattizie di divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati, a meno che autorizzate dal Consiglio di Sicurezza ONU o compiute su base di legittima autodifesa, condizioni che non sussistevano in questa circostanza.
La popolazione venezuelana si è divisa tra la ferma condanna dell’attacco e chi invece lo ha addirittura accolto favorevolmente.
Perché un’azione compiuta in violazione della sovranità del Paese è addirittura festeggiata da una parte della popolazione venezuelana? Perché gli Stati Uniti hanno rapito Maduro? Quali evoluzioni politiche ci possiamo aspettare in Venezuela?


Dalla Revolución bolivariana a Maduro
Nicolás Maduro, da autista della metropolitana di Caracas e sindacalista nell’azienda pubblica di trasporti, si avvicina alla scena politica venezuelana negli anni Novanta, quando Hugo Chávez si prepara a candidarsi alla presidenza del Paese.
Entrato nel Movimiento Quinta República (MVR), nel 1999, dopo l’insediamento di Chávez alla presidenza, diventa deputato dell’Assemblea Nazionale Costituente, incaricata di redigere il nuovo testo costituzionale, approvato poi con referendum: sono gli anni della Revolución bolivariana, un processo di rinnovamento politico, ideologico e sociale di stampo socialista promosso dal MVR ed elaborato dai circulos bolivarianos, assemblee di partito locali.
Il programma di Chávez – ex militare che, prima di candidarsi alle presidenziali, aveva tentato senza successo un golpe – è incentrato sulla lotta alla corruzione e alla povertà, e combina elementi di socialismo democratico, anti-imperialismo, teologia della liberazione e nazionalismo, riaccendendo le speranze di molti settori della sinistra latino-americana. Chávez rimane presidente dal 1999 fino al 2013, con un’unica breve interruzione nel 2002, in seguito a un tentativo di golpe.
Durante gli anni del suo governo, aumenta la spesa sociale e contribuisce effettivamente a ridurre le diseguaglianze e la povertà. In politica estera, prende le distanze dagli USA, giudicati imperialisti e aggressivi, per stringere alleanze con Paesi come Cuba, la Russia e l’Iran. Il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere, da cui era sorta la PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A.) – iniziato negli anni Settanta e portato a termine durante la sua presidenza – mette definitivamente in fuga i capitali stranieri: tra le compagnie statunitensi, solo Chevron è rimasta operativa nel Paese, mentre Exxon Mobil e ConocoPhilips se ne sono ritirate).
Tuttavia, nonostante gli intenti ambiziosi, non si sono attuate molte delle riforme strutturali che avrebbero potuto diversificare l’economia: le nazionalizzazioni non sono accompagnate né da investimenti nell’industria estrattiva – con il risultato che da quasi quattro milioni di barili estratti nel 1970 si è arrivati oggi a un’estrazione giornaliera di poco più di 1 milione di barili – né da un impegno nella diversificazione della produzione.
“Chávez non rese i poveri meno poveri, ma li rese più felici, allo scopo di prolungare la propria permanenza al potere” ha scritto la giornalista venezuelana Maye Primera.
Malato di cancro, Chávez nomina Maduro, allora Ministro degli Esteri, suo successore politico: eletto presidente nel 2013, proprio quando il prezzo del petrolio greggio crolla, fa precipitare il Paese in una tragica crisi economica e sociale.

La crisi venezuelana: la trappola del petrolio
Più che in crisi, negli ultimi anni il Venezuela è sull’orlo del collasso: il 56% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà, gli scaffali dei supermercati sono sprovvisti dei beni indispensabili, gli ospedali mancano di farmaci e strumenti sanitari di base, avvengono continuamente black-out elettrici, e la violenza è ai massimi storici (ogni anno vengono assassinate circa 28 mila persone).
La situazione umanitaria si riflette anche nell’esodo migratorio: 7,9 milioni di cittadini (quasi il 30% della popolazione) sono fuggiti dal Paese negli ultimi anni. Lascia stupefatti che il Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo, fino a pochi decenni fa tra i più ricchi dell’America Latina, versi oggi in queste tragiche condizioni.
Le condizioni di vita drammatiche erodono il consenso del governo in carica, che reagisce diventando sempre più repressivo e antidemocratico, esautorando progressivamente l’Assemblea Legislativa.
Secondo fonti autorevoli, il regime sarebbe responsabile di gravi irregolarità nelle elezioni presidenziali del 2024, che l’opposizione guidata da Edmundo González Urrutia e María Corina Machado (vincitrice del Nobel per la Pace 2025) sostiene di aver vinto.

Le tensioni con gli USA
L’operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela arriva dopo mesi di pressione militare, economica e politica, attraverso cui Washington ha cercato di ottenere le dimissioni di Maduro: in autunno le forze militari statunitensi hanno iniziato a bombardare piccole imbarcazioni venezuelane accusate di trasportare stupefacenti, ad ammassare navi da guerra al largo del Venezuela e ad abbordare e sequestrare le petroliere in entrata e in uscita dai porti del Paese.
Formalmente, Trump aveva dichiarato che gli obiettivi statunitensi in Venezuela si inserivano nel quadro della lotta al narcotraffico: nei capi d’accusa del 2020 e nella loro riedizione del luglio scorso, si sosteneva che Maduro fosse a capo del Cartel de los Soles, (elemento che tuttavia scompare nell’atto d’accusa pubblicato sabato 3 gennaio, riferendosi questo a un più vago “sistema di clientelismo” e a una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro proveniente dal traffico di droga).
In realtà, la maggior parte della droga (incluso il Fentanyl) che arriva negli USA transita attraverso il Messico, dunque risulta difficile giustificare un impegno militare di tale portata sulla base della sola lotta al narcotraffico. L’intervento statunitense mirerebbe in effetti a indirizzare il vicino Venezuela verso gli interessi di Washington, in un Paese oggi sotto influenza russo-cinese e, forse soprattutto, ad assumere il controllo delle risorse petrolifere venezuelane, come lo stesso Trump ha dichiarato in conferenza stampa.
Il futuro politico del Venezuela
Venerdì 9 gennaio si è tenuto un incontro fra rappresentanti governativi statunitensi e i manager di circa venti delle maggiori compagnie petrolifere al mondo, fra cui tra l’altro figura anche l’italiana Eni.
Le società non si sono tuttavia mostrate particolarmente convinte di investire in Venezuela, dato che non c’è alcuna garanzia che i loro interessi saranno tutelati da eventuali nazionalizzazioni future dell’industria petrolifera: nonostante la rimozione forzata di Maduro, Trump non vuole impegnarsi in un cambio completo di regime.
Lunedì 5 gennaio si è quindi insediato in Venezuela un nuovo governo, guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente nel governo Maduro, nominata ora presidente ad interim, mentre Trump dichiarava che l’opposizione guidata da “Machado non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela”.
La leader dell’opposizione di centro-destra ha dichiarato che “il 3 gennaio passerà alla storia come il giorno in cui la giustizia ha sconfitto la tirannia” e ha tentato l’ultima mossa offrendo a Trump il Premio Nobel per la Pace assegnatole l’ottobre scorso, sperando in questo modo di convincere il presidente statunitense.

Si tratta di una rivendicazione di validità democratica che passa attraverso il sostegno di uno Stato straniero che, senza la legittimazione del diritto internazionale, ha appena violato la sovranità del Venezuela.
Come osserva il giornalista argentino Pablo Stefanoni, “stiamo assistendo a una specie di caduta del muro di Berlino per le sinistre latinoamericane e per alcune sinistre europee. Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le risposte al più grave intervento imperialista degli ultimi tempi, che resta impunito”: il Paese che, alla fine del secolo scorso, era il simbolo della realizzabilità del sogno socialista, si trova oggi in bilico tra collasso interno e serie interferenze esterne, con un futuro che sembra sarà determinato da attori sprovvisti di alcun mandato legittimo.
Arianna Pero
(In copertina Maduro insieme alla moglie arrivati a New York; foto: Keystone)
Venezuela in bilico: l’attacco statunitense a un Paese vicino al collasso è un articolo di Arianna Pero. Clicca qui per altri articolo di Politica!
