L’attacco statunitense in Venezuela, che ha deposto il dittatore Maduro, ha ancora una volta offerto all’opinione pubblica un’amara verità: l’inconsistenza del diritto internazionale ‘ufficiale’, dovuta all’assenza di autorità in grado di farlo rispettare. A regolare i rapporti tra Stati, oggi più che mai, è la legge del più forte. E il futuro potrebbe riservarci sorprese ancora peggiori.
L’attacco statunitense in Venezuela non è un episodio isolato. È l’ennesimo tassello della “terza guerra mondiale a pezzi” di cui tanto parlava Papa Francesco.
Per circa un trentennio, a seguito della caduta dell’URSS, gli USA sembravano tenere sotto il loro controllo le varie dinamiche geopolitiche, e il Medio Oriente era l’unica vera “grana” per la sicurezza e gli interessi a stelle e strisce: difatti, la Russia si stava ancora leccando le ferite del crollo del Muro e la Cina non era ancora giunta ai clamorosi livelli di sviluppo odierni; inoltre, l’estremismo islamista aveva spinto le varie superpotenze a fare fronte comune, contribuendo quindi probabilmente a rapporti più distesi e a un minor spirito competitivo.
Da quattro anni, ormai, tale ‘pax americana’ si è conclusa: tanti conflitti, esplosi in varie parti del mondo, hanno riportato le lancette dell’umanità a un’epoca in cui le armi erano il principale mezzo di risoluzione delle contese. Ciò è ben rappresentato dai dati dell’Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED) e dell’Institute of Economics and Peace (IEP), per i quali nel 2024 erano attivi 56 conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Abbiamo tutte presenti le immagini dell’invasione russa dell’Ucraina e del genocidio di Gaza; meno spazio, invece, hanno avuto sui media l’intricata guerra in Sudan, la prosecuzione di quella tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, il bombardamento statunitense in Nigeria e gli scontri tra Thailandia e Cambogia.
In tanti di questi conflitti emerge la voglia, da parte degli attori principali, di costruire e consolidare il rispettivo impero: un’area geografica di egemonia dove poter dominare il commercio e arraffare le risorse presenti. Tale intento imperialistico è giustificato da intenti ‘nobili’: la “denazificazione” nel caso ucraino, la “difesa dei cristiani” per le bombe in Nigeria, oppure la “lotta al narcotraffico” e, evergreen, la volontà di “esportare democrazia” per l’agguato contro il regime di Maduro.
I perché dell’attacco al Venezuela
E poco importa se il Venezuela non è di certo tra i paesi sudamericani maggiormente coinvolti nel traffico di droga. Proprio per comprendere la pretestuosità di tali accuse, basti ricordare che di recente Trump ha graziato Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato a 45 anni negli Stati Uniti per traffico di cocaina. Il vero motivo dell’operazione giace nelle riserve di greggio di petrolio, le più grandi al mondo, nonché nella volontà di acquisire pedine importanti in America Latina.

Lo stesso presidente americano, nella conferenza stampa immediatamente successiva all’attacco, nulla ha detto per nascondere il reale casus belli: al contrario, ha candidamente annunciato che i giacimenti venezuelani saranno gestiti da compagnie petrolifere statunitensi.
Peraltro, il destino del Venezuela è tutt’altro che chiaro: Trump si è rifiutato di affidare il potere alla leader dell’opposizione al chavismo (e neo Premio Nobel per la pace) Maria Corína Machado, dichiarando invece di voler trattare con la vice di Maduro, Delcy Rodríguez: ciò a riprova del fatto che l’attacco USA ha ragioni tutt’altro che nobili. Ovviamente, le interlocuzioni avverranno sotto le condizioni della Casa Bianca, che ha minacciato un ulteriore offensiva per eliminare totalmente l’apparato maduriano.

Inoltre, in queste ore ambienti vicini al Tycoon rilanciano un vecchio pallino: la Groenlandia. Su X infatti Katie Miller, moglie del vicecapo gabinetto di Trump, ha postato una mappa dell’isola, che è un’area amministrativa autonoma del Regno di Danimarca (più precisamente, la Groenlandia è parte del Rigsfællesskabet, una sorta di Commonwealth danese comprendente anche le isole Fær Øer: gli Stati membri sono legati da speciali rapporti politici, economici ed amministrativi), con bandiera a stelle e strisce. Non è una novità che il presidente americano sia allettato dall’isola artica, in particolare dai suoi giacimenti di terre rare (fondamentali per l’hi-tech) e uranio, oltre a ritenerla essenziale per la sicurezza nazionale, e sia disposto a prendersela con la forza.
Per giunta, Trump, sempre nella conferenza stampa post-agguato, ha inviato avvertimenti a governi latinoamericani considerati ‘ostili’ quali Messico, Cuba e Colombia. Chissà che in futuro tiri fuori dal cassetto anche la vecchia idea di annettere il Canada. Si torna insomma alla dottrina Monroe (ribattezzata DonRoe): il continente americano è di nuovo il cortile statunitense, e chiunque si opponga a tale disegno verrà stroncato con la forza.

La fine del diritto internazionale
Il grande sconfitto di tutti questi rivolgimenti è il diritto internazionale, che si è rivelato essere un mero compendio di buone intenzioni a cui nessuno è realmente obbligato ad attenersi. Gli organi internazionali che dovrebbero farlo rispettare, tra i quali l’ONU e la Corte Penale Internazionale, non hanno la forza né gli strumenti per far valere la loro autorità.
Anche i singoli Stati lo richiamano solo quando è più conveniente: basti vedere le reazioni deboli e di circostanza dell’Unione Europea e dei vari stati alleati degli USA, incapaci di rispondere a tono alla prepotenza trumpiana, confermando la sostanziale irrilevanza europea nello scacchiere geopolitico.

Nel caso dell’Italia, si arriva persino alla giustificazione dell’attacco, definito “intervento di natura difensiva” contro il narcotraffico. Del resto, il nostro ministro degli Esteri è lo stesso Antonio Tajani che, in riferimento alla questione palestinese, ebbe a dire che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Sarebbe più corretto dire che non vale affatto: ormai il vero diritto internazionale è l’inesorabile legge del più forte, per cui chi ha maggior potere politico, economico e militare fa valere la propria ingerenza sugli altri Stati e, se necessario, li attacca, come accaduto appunto al Venezuela.
Il diritto internazionale ‘ufficiale‘, al massimo, può servire come motivo per contestare le azioni delle potenze avversarie: lo ha fatto la Russia sabato mattina, la stessa Russia che sistematicamente calpesta tali norme in Ucraina da quasi quattro anni.
Un futuro a tinte fosche
Il mondo, quindi, è in uno stato di escalation continua. L’epoca del multilateralismo, delle relazioni diplomatiche come strumento per risolvere le controversie internazionali, sembra avviata sulla via del tramonto. Rischiamo di rivedere un mappamondo con confini mutevoli, frutto di incursioni militari sempre più frequenti.
E se i fronti già aperti angosciano le cancellerie e l’opinione pubblica, a spaventare di più sono le bombe a orologeria: un attacco cinese a Taiwan sembra ormai solo questione di tempo; al contempo, vari paesi dell’est Europa (anche membri della NATO) sono da tempo nel mirino di Putin, che potrebbe in futuro ripetere un’operazione in stile Ucraina per assoggettarli.
In tutto questo l’Unione Europea paga il fatto di essere una confederazione di stati molto eterogenea, con interessi internazionali divergenti. Gli autocrati del XXI secolo desiderano proprio questo: un’Europa divisa, ininfluente nei giochi geopolitici.
Lo stesso Trump preferisce interfacciarsi con i singoli stati membri, invece che con le istituzioni di Bruxelles; ciò è ben evidenziato dalla recente Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense, che accusa l’UE di praticare “censura della libertà di parola e soppressione dell’opposizione politica” (riferendosi in particolare al Digital Services Act) e una “spinta fallita al soffocamento normativo”, definendo al contrario i singoli stati-nazione come “l’unità politica fondamentale del mondo”.
Gli ingredienti affinché la situazione precipiti, insomma, ci sono tutti. Inclusa una certa sciatteria di gran parte della classe politica italiana, che non riesce a cogliere la gravità della situazione e a porsi come guida credibile in mezzo alla tempesta. E i cittadini appaiono disorientati, quasi impotenti – e talvolta distratti – dinnanzi a un futuro potenzialmente nero.
Riccardo Minichella
(In copertina, immagine foto di Amnesty International)
Il vero diritto internazionale – La crisi venezuelana è un articolo di Riccardo Minichella. Clicca qui per altri articolo di Politica!
