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Dal Venezuela alla Groenlandia – La resa dei conti della morale occidentale

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Dall’intervento statunitense in Venezuela alle rivendicazioni sulla Groenlandia, l’Occidente si trova di fronte a una frattura sempre più evidente tra i princìpi che proclama e le pratiche che in realtà adotta. In un panorama mediatico in cui si teme il progressivo decadimento del diritto internazionale, ci si dovrebbe forse iniziare a chiedere se qualcosa del genere sia mai esistita, e quali siano realmente gli argini che separano la pace europea dal caos.


Operazione Absolute Resolve

La recente incursione statunitense in Venezuela che ha portato alla destituzione e al sequestro del Presidente Nicolas Maduro, esfiltrato poi in territorio americano e posto sotto processo per, sembrerebbe, rispondere delle accuse di narcotraffico, ha destato grande scalpore.

Non è stata tanto la tempestività o il mancato preavviso (ormai da mesi gli Stati Uniti ammassavano forze navali davanti alle coste del Paese), quanto la noncuranza con cui il presidente Donald Trump e i suoi ministri hanno condotto un’operazione di tale portata contro un Paese sovrano.

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Lo staff del presidente Trump in posa durante l’operazione per rapire il presidente venezuelano Maduro (sul monitor alle spalle del Segretario della Guerra Hegseth si può notare la ricerca ‘Venezuela’ su Twitter) (fonte: Truth Social).

Non è sicuramente la prima volta che gli Stati Uniti intervengono militarmente contro Stati indipendenti, ma ogni volta che la dottrina di sostegno economico e logistico alla fazione prediletta è stata sostituita da un unilaterale attacco militare, ciò ha inevitabilmente generato sgomento e incredulità: dalla guerra in Vietnam all’invasione di Panama e a quella dell’Iraq per arrivare al recente sequestro da parte delle forze speciali americane del dittatore venezuelano Maduro, ci si è spesso interrogati su quanto senso avesse fare appello al rispetto del diritto internazionale. Soprattutto se il principale attore geopolitico dal collasso dell’Unione Sovietica è il primo a far valere la legge del più forte per risolvere le crisi diplomatiche.

Eppure, non è ancora questo ciò che desta maggiore apprensione: il mondo occidentale, dopotutto, non ha mai avuto particolari problemi con l’interventismo americano, purché gli Stati Uniti mantenessero il proprio ruolo di garante della sicurezza e ‘poliziotto del mondo’.

Il diritto internazionale è rimasto qualcosa a cui appellarsi nei casi in cui a sconfinare fossero altri attori, antagonisti, che potessero costituire in qualche forma una minaccia all’egemonia statunitense: sono chiari gli esempi recenti a tale proposito, con la guerra di Gaza da un lato e l’aggressione russa dell’Ucraina dall’altro.

Le (non) nuove pretese di Washington

Ciò che sta destando grande apprensione è invece il timore che queste esplicite violazioni al diritto internazionale possano rivolgersi contro un Paese alleato… proprio da parte di chi fino ad ora ha dettato le condizioni della sicurezza del cosiddetto Occidente.

Nelle ore immediatamente successive all’incursione in Venezuela, infatti, il Presidente Trump è tornato con veemenza su una delle battaglie più controverse intraprese dal suo ritorno alla Casa Bianca: l’acquisizione della Groenlandia da parte della Danimarca, un territorio ritenuto di fondamentale importanza strategica, al punto da non escludere l’utilizzo della forza a séguito dell’ennesimo, inevitabile, rifiuto del governo Danese ad assecondare la richiesta.

L’interesse statunitense per la più estesa isola non continente del pianeta, tuttavia, non costituisce un capriccio recente di Donald Trump, né quest’ultimo la ritiene essenziale solo per le ragioni che esprime pubblicamente.

Il primo tentativo documentato di annessione dell’isola viene datato 1868, all’indomani dell’acquisto statunitense dell’Alaska dall’Impero russo. I negoziati, che prevedevano l’acquisizione di Groenlandia e Islanda, non furono mai portati a termine, così come quelli che vennero avviati all’inizio del Novecento.

Il vicepresidente americano J.D. Vance in Groenlandia (fonte: The New York Times).

L’unico lasso di tempo in cui l’isola fu effettivamente sotto il controllo americano è il periodo che va dal 1941 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando in séguito all’invasione nazista della Danimarca, gli Stati Uniti occuparono la Groenlandia e la resero un hotspot fondamentale per trasporto e comunicazioni.

La Danimarca riprese il controllo del territorio nel 1946, lasciando comunque agli americani la possibilità di mantenere una propria base sul territorio, la Thule Air Base (oggi Pituffik Space Base): un avamposto ancora oggi di fondamentale importanza.

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Ingresso della Pituffik Space Base, avamposto americano in Groenlandia (fonte: U.S. DoD).

Polo artico, polo strategico

La rilevanza strategica dell’isola artica è innegabile: nei periodi in cui non sono rese impraticabili dai ghiacci, le sue rotte marittime sono essenziali per abbattere le tempistiche di trasporto di merci e materiali. La sua posizione geografica unica rende la Groenlandia di inestimabile valore anche per un altro settore: le comunicazioni e i riferimenti satellitari. La vicinanza al Circolo Polare Artico garantisce una copertura ottimale per i satelliti in orbita polare.

Il vantaggio geografico dell’isola assicura il mantenimento, da parte della stazione terrestre, di una comunicazione costante e di alta qualità con i satelliti mentre attraversano le regioni polari: si tratta di una capacità cruciale per facilitare una trasmissione dei dati affidabile e la ricezione nel lungo periodo.

Il vantaggio riguarderebbe soprattutto i satelliti polari o quasi-polari, che muovendosi a grande velocità da un polo all’altro forniscono una copertura virtualmente completa del globo.

Questi satelliti vantano un vasto impiego in settori fondamentali, dalle comunicazioni alle previsioni metereologiche, alla sorveglianza e al riconoscimento di obiettivi in àmbito militare.

Orbita polare (fonte: ESA).

Proprio per quest’ultima ragione, sin dall’occupazione americana durante la Seconda Guerra Mondiale e poi durante la Guerra Fredda, l’isola ha costituito un hub fondamentale per l’identificazione e l’eventuale neutralizzazione di minacce sottomarine e missilistiche da parte dei nazisti prima e dei sovietici poi.

Attualmente, la Pituffik Space Base costituisce uno dei punti nevralgici del controllo americano sul cosiddetto GIUK Gap, lo spazio marittimo che separa la Groenlandia e l’Islanda dal Regno Unito, per monitorare il passaggio di unità navali e sottomarine russe e, soprattutto, negli ultimi anni, cinesi in questo fondamentale sbocco di accesso all’Atlantico.

Stati artici o quasi

Non è infatti da sottovalutare il ruolo della Cina, che in concomitanza con la propria vertiginosa ascesa economica e militare ha già palesato il proprio interesse per le dinamiche relative al settore artico.

A tal proposito risulta eloquente la postura delineata dal White Paper, il documento programmatico per le priorità di sviluppo nel settore della difesa redatto dalla Cina nel 2018, in cui il governo di Pechino si autoproclamava un “Near-Arctic State” (Stato quasi-artico), esplicitando che – nonostante nessuna porzione di territorio della Repubblica Popolare appartenga al Circolo polare – la volontà di aumentare la propria presenza nella regione è più forte che mai.

A dimostrazione di ciò, la cooperazione militare tra Cina e Russia è sensibilmente aumentata negli ultimi anni, attraverso la condivisione di intelligence e lo svolgimento di esercitazioni congiunte, come quella nello Stretto di Bering risalente al 2023.

Mappa della Groenlandia e delle principali rotte artiche (fonte: EPRS)

La supremazia strategica non è, tuttavia, l’unica ragione per cui le grandi potenze globali stanno tentando di aumentare la propria influenza nella regione. Il progressivo scioglimento dei ghiacci artici dovuto al cambiamento climatico, infatti, sta avendo un duplice effetto: da un lato i periodi di percorrenza della Northern Sea Route (Rotta del Mare del Nord) si stanno estendendo, creando considerevoli opportunità di risparmio di tempo e risorse per le tratte commerciali intercontinentali.

Nel contempo, l’assottigliarsi degli strati di ghiaccio perenne ha svelato un territorio dal valore inestimabile, sotto molti punti di vista.

Non solo terra di ghiacci

La Groenlandia è ricchissima di risorse naturali, tra cui oro, zinco, piombo, ferro, rame, petrolio e, soprattutto, terre rare.

Si tratta di uno dei più grandi depositi di quei materiali fondamentali nello sviluppo delle industrie high-tech (ad esempio il neodimio e il disprosio, utilizzati nella realizzazione dei magneti permanenti di auto elettriche, turbine e hard disk, o l’ittrio, componente di alcuni superconduttori ad alta temperatura).

Il sud dell’isola è ricco di sacche d’oro, mentre la regione occidentale di Maniitsoq di depositi di diamanti.

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Distribuzione delle risorse minerarie in Groenlandia (fonte: Al Jazeera).

La realtà è che il potenziale di ricchezza del territorio groenlandese è ancora largamente sconosciuto, sia perché il governo danese non ha mai investito con decisione nell’estrazione mineraria, sia perché tali operazioni risultano estremamente complesse in un contesto proibitivo come quello artico, in cui l’accesso delle risorse e dei macchinari necessari per svolgere le operazioni stesse risulta oltremodo complicato.

Pertanto, i depositi di rame dell’isola rimangono attualmente in larga parte inesplorati, con aree nel nord e centro-orientale dell’isola non ancora sondate. Depositi di ferro sono stati individuati nella parte occidentale, mentre la costa sud-occidentale presenta tracce di nichel.

Non c’è dunque da stupirsi se il Presidente americano avverte la necessità di impadronirsi della Groenlandia ad ogni costo, arrivando a paventare l’uso della forza contro uno storico alleato. Se, come sostiene pubblicamente, l’unico interesse fosse rafforzare la posizione militare statunitense in un settore dalla crescente rilevanza strategica, la soluzione più diretta sarebbe un maggior coordinamento e stanziamento di risorse tra i membri dell’Alleanza Atlantica, in cui gli Stati Uniti dettano già unilateralmente ogni aspetto operativo.

Se si espande invece lo sguardo su quali sono le reali motivazioni di Trump, si realizza come l’accesso alle risorse del suolo artico costituirebbe una svolta senza precedenti per chiunque si lanciasse in uno sfruttamento massiccio della regione, mettendo in discussione il monopolio cinese nell’estrazione e nel commercio di quelle terre rare imprescindibili per lo sviluppo di nuove tecnologie.

E in tutto questo… la Groenlandia?

Eppure verrebbe da chiedersi, in questo contesto predatorio dalla posta in gioco sempre più alta, in cui gli interessi di più attori chiave si intrecciano pericolosamente, quale sia la posizione di chi la terra oggetto di contesa la abita. Perché, nonostante le dure condizioni climatiche della regione, la Groenlandia è abitata da 56 mila persone, prevalentemente groenlandesi inuit.

Una popolazione che non è soltanto depositaria di una forte identità culturale, ma anche protagonista di un lungo e progressivo processo di emancipazione politica dalla Danimarca.

L’introduzione dell’Home Rule nel 1979 ha rappresentato il primo riconoscimento formale di una capacità di autogoverno, ulteriormente ampliata con l’adozione del Self-Government Act del 2009, approvato tramite un referendum popolare che, a maggioranza schiacciante, ha trasferito al governo dell’isola competenze estese in numerosi àmbiti e, soprattutto, ha sancito il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione.

A sinistra il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen, a destra la premier danese Mette Frederiksen (fonte: Mads Claus Rasmussen/AP).

Questo quadro giuridico ha contribuito a rafforzare una sensibilità indipendentista ormai radicata nel dibattito pubblico e politico dell’isola. Secondo quanto analizzato da Reuters e The Guardian in occasione delle più recenti elezioni legislative, l’indipendenza costituisce oggi un obiettivo condiviso, almeno sul piano programmatico, dalla quasi totalità delle forze rappresentate nell’Inatsisartut – il parlamento locale –, anche se emergono profonde divergenze sui tempi, sulle modalità e sugli strumenti per rendere questa separazione sostenibile.

Il nodo centrale rimane la forte dipendenza economica della Groenlandia dai trasferimenti finanziari di Copenaghen, che alimenta un acceso dibattito interno sullo sfruttamento delle risorse naturali: considerato da una parte della classe politica e dell’opinione pubblica una condizione necessaria per raggiungere l’autosufficienza statale, e da un’altra come una minaccia diretta all’equilibrio ambientale, al tessuto sociale e all’identità inuit.

La traiettoria indipendentista groenlandese appare dunque inscindibilmente legata al rischio di sostituire una dipendenza storica con una nuova forma di subordinazione nei confronti di attori esterni, dotati di risorse economiche e capacità strategiche incomparabilmente superiori.

A chi serve il diritto internazionale?

Ora come ora, la stragrande maggioranza della popolazione si dice contraria ad una cessione agli Stati Uniti che, per contro, continuano insistentemente a pretendere che il governo danese consideri una trattativa per la compravendita di un territorio che possiede dall’anno in cui gli stessi USA proclamavano la propria indipendenza, nel 1776.

La minaccia che incombe sulla Danimarca qualora l’interventismo dell’amministrazione Trump superasse anche questo limite si espanderebbe all’intera comunità europea. Come ha affermato lo stesso Trump in una recente intervista al New York Times:

Non mi serve il diritto internazionale, non voglio fare del male alla gente.

Donald Trump

Il Tycoon, come non bastasse, ha aggiunto che l’unica cosa che possa fermarlo è la sua stessa moralità. Dopotutto, non si tratta di affermazioni nuove: come sottolineato in apertura, un diritto internazionale a cui ogni Stato del pianeta sarebbe incontrovertibilmente soggetto non è mai esistito, e oggi più che mai sembra una lontanissima utopia.

Eppure, tutto ciò era accettabile, purché l’Europa fosse tutelata da chi controllava realmente cosa potesse essere fatto o meno, a seconda della moralità a stelle e strisce.

Ma cosa accadrebbe se la moralità americana si rivolgesse contro chi ne traeva sicurezza e beneficio? La dichiarazione congiunta dei capi di governo di Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Polonia e, naturalmente, Danimarca costituisce sicuramente un passo avanti in tal senso.

Eppure, risulta chiaro come un ulteriore drastico cambiamento si renda necessario. Perché ciò che ancora non traspare dalle cancellerie europee è la necessità di un impegno europeo verso l’unità al di là del supporto americano, ovvero qualcosa che, progressivamente, l’Europa sta perdendo.

Abitazioni in Groenlandia (foto: Annie Sprat/Unsplash).

Il fatto che, come visto, gli Stati Uniti non siano interessati ad un impegno condiviso sulla militarizzazione del settore artico ne è la riprova. E se a febbraio del 2025 lo scontro tra Trump e Zelensky sembrava aver risvegliato una speranza, ciò che è stato fatto da allora sembra ancora irrisorio. Ora che Trump minaccia di rivolgere le armi contro un Paese alleato pur di raggiungere i propri scopi, quale sarà la risposta?   

Matteo Minafra

(In copertina, i colloqui tra il Trump e i leader europei all’indomani del summit in Alaska tra il presidente USA e Vladimir Putin sulla guerra in Ucraina, dal sito ufficiale della Casa Bianca)


Dal Venezuela alla Groenlandia – La resa dei conti della morale occidentale è un articolo di Matteo Minafra. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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