La nota 23 del secondo dei “Quaderni del carcere” ha ispirato il quarto episodio della rubrica “Gramsci consiglia” e affronta il tema dell’eurasiatismo. Dallo zarismo al movimento di Dugin, passando per l’epoca sovietica, ci sono elementi di continuità nella cultura politica russa, anche oggi. Tra questi, lo Stato forte e l’espansionismo ‘con fini difensivi’. Nell’attuale conflitto russo-ucraino, il mito ideologico si è fatto di nuovo realtà.
È il 1921 quando sul giornale Nakanune (berlinese, ma di lingua russa) compare il termine ‘eurasiatismo’. Lo racconta Gramsci nella nota 23 del secondo Quaderno, prima di aggiungere che “la prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale” (p.180). Lo stesso Paese, quindi, deve mettersi alla guida dell’Asia, in opposizione al predominio europeo. La seconda tesi è che “il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia” (p.180), poiché ha attivato il popolo russo e ha giovato all’influenza mondiale del Paese.
Segue quindi un concetto fondamentale: “gli Eurasiatici non sono bolscevichi ma sono nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentale”. Addirittura, la nota parla di atteggiamenti da “fascisti russi” amici di uno Stato forte (p.180). Disciplina, autorità e gerarchia dominano sulla massa e, sebbene gli Eurasiatici parteggino per la dittatura, sognano nel profondo di “sostituire l’ideologia nazionale a quella proletaria” (p.181). L’ortodossia è infatti espressione del carattere popolare russo, il “cristianesimo dell’anima eurasiatica” (p.181).
La Russia al tempo di Gramsci
La nota di Gramsci appena parafrasata si basa su un’informazione contenuta nella rubrica “La pagina delle riviste” della Rivista d’Italia (15 maggio 1927), che a sua volta riassume un articolo di Bernhard Histermann pubblicato sulla rivista Abendland.

Il paragrafo assume una particolare rilevanza dal momento che, in quel periodo, la Russia è in cerca di un’identità forte. Questa, infatti, manca per via di una situazione socioeconomica molto precaria dopo la Rivoluzione d’ottobre e la guerra civile.
Ciò al netto della NEP (Nuova Politica Economica) di Lenin, una combinazione di controllo statale e incentivi al piccolo mercato privato.
La Russia, però, resta isolata dall’Occidente e si pone come polo alternativo al capitalismo, anche in virtù della posizione geografica peculiare. Il vastissimo Stato, inoltre, potrebbe assurgere a modello per guidare la rivoluzione in altri Paesi. Per questo Gramsci è così interessato al tema dell’eurasiatismo.
Zarismo e bolscevismo: una continuità?
La nota alimenta un filone storico che ritiene la Russia sovietica una continuità del paradigma zarista, anche se di segno opposto. Entrambe, infatti, si basano proprio sull’imperialismo in politica estera e l’autoritarismo interno. La storiografia, però, si divide. Altri pareri ritengono infatti che l’Unione Sovietica sia un anti-modello della monarchia imperiale, siccome abolisce la dinastia, la legittimazione religiosa e l’aristocrazia, basandosi su un’ideologia marxista e rivoluzionaria.
Qualcun altro nota però che entrambi i sistemi fanno affidamento su un potere altamente centralizzato, apparati di controllo e una burocrazia statale espansiva. Alcuni storici evidenziano altresì che – al netto di cambi ideologici – l’autoritarismo, l’uso della violenza politica e il controllo siano sempre esistiti nella tradizione istituzionale russa.
A partire da queste considerazioni, dunque, è lecito supporre che vi siano elementi culturali – e solo dopo politici – che hanno portato all’affermazione in Russia di simili tendenze. E allora, bisogna fare un passo indietro e chiedersi: è l’eurasiatismo che porta, ex post, allo Stato forte e all’imperialismo?


Certamente va detto che non tutti gli imperatori sono stati ‘euroasiatici’. Pietro il Grande (1682-1725) dall’Europa trasse insegnamenti in ambito militare, tecnologico e amministrativo. Tuttavia, per importare il modello europeo dovette imporlo dall’alto ricorrendo spesso alla forza. Caterina II (1762-1796), invece, attuò un progetto più culturale, dialogando con intellettuali europei (come Montesquieu) per rafforzare un’immagine di ‘Russia europea illuminata’, utile nelle negoziazioni.
Che cos’è l’eurasiatismo?
L’eurasiatismo nasce da un altro interrogativo. Quello dei russi, che si chiedono se sono più europei o asiatici. Infatti, dopo la rivoluzione bolscevica, la Russia non è né un’estensione dell’Europa, né una realtà asiatica. È una realtà a parte, racchiusa in un delimitato spazio geografico simbolico: l’Eurasia.
Non un semplice insieme di popoli, ma un organismo politico e spirituale con radici slave, influenze turco-mongoliche, cultura ortodossa e tradizioni delle steppe. Nulla a che vedere, in origine, con l’imperialismo: l’eurasiatismo è solo un invito alla riflessione dei russi sulla propria identità particolare, plurale e distinta da quella europea.
Il movimento eurasiatico nasce negli anni ’20 e ’30 del Novecento, con l’emigrazione dei russi. Tra gli esponenti più noti ci sono Nikolaj Trubeckoj, Roman Jakobson e Georgij Florovskij. Nel periodo sovietico – a corroborare il filone storico di cui sopra – il concetto storico torna in auge (dopo un primo ostracismo) con la mediazione dello storico Lev Gumilëv, teorico della ‘passionalità dei popoli’.

Recentemente, nell’ottobre 2011 Vladimir Putin ha annunciato il progetto di una nuova Unione eurasiatica, accolta con scetticismo. C’è chi ha intravisto il tentativo di controllo ‘neo-imperiale’ sugli Stati postsovietici, e chi ha manifestato dubbi per le possibilità reali di realizzazione da parte di Mosca.
Eppure, il progetto si è concretizzato nel 2015 con la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), comprendente Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan. Secondo i dati ufficiali, l’UEE si estende su più del 14% della superficie globale e deve la sua fortuna al petrolio, di cui è la prima produttrice al mondo.
Il progetto, comunque, è più ampio e ha a che fare con un’opposizione più radicale all’Occidente e con una visione pluralistica della storia, che rifiuta logiche bipolari. Il disegno, d’altronde, risponde all’intenzione di voler riunire i territori che facevano parte dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica. Una variante del tradizionale espansionismo imperiale russo?
La ‘mistica dello spazio’
Il libro Russia. Storia di un impero eurasiatico (Mondadori, 2024) di Aldo Ferrari si concentra sulla dimensione imperiale e dello spazio geografico della Russia. Essa, infatti, va considerata nella sua specifica collocazione nell’Eurasia settentrionale.
La Russia è nata come ‘impero stanziale’ a partire dal XVI secolo, riorganizzando uno spazio vastissimo prima abitato da popolazioni nomadi. Anche per questo motivo è sempre stata un Paese multietnico, condizione che ha dato vita – più che a una mistica ‘del sangue’ – a una ‘mistica dello spazio’.
Il controllo di un simile territorio, privo di confini naturali e lontano dal mare, fa sì che l’espansionismo si pretenda ‘strategia difensiva’. Il potere centralizzato, invece, permette di gestire pragmaticamente l’eterogeneità etnica e religiosa. Contemporaneamente, l’autocrazia è frutto delle eredità mongola e bizantina.

Il libro, infine, analizza il neoimperialismo russo, che si avvale della collaborazione con la Cina per fondare un progetto di Grande Eurasia in opposizione all’egemonia occidentale. Una strategia che certo comporta un rischio di subalternità all’alleato, a causa di pur sempre esistenti debolezze economiche e sociali. L’amministrazione Putin, in ogni caso, ha contribuito al rafforzamento di questo disegno geopolitico. E lo ha fatto anche ispirandosi alle idee di un filosofo piuttosto controverso.
Alexandr Dugin: il neo-eurasiatismo
In tempi recenti l’eurasiatismo è tornato alla ribalta con un nuovo nome: neo-eurasiatismo. Una dottrina apparentemente astratta, che in realtà ha ricadute concrete sull’operato della Russia, dato che ne costruisce l’orizzonte simbolico e condiziona le strategie del Cremlino.
Paradossalmente, la rinascita dell’eurasiatismo avviene in uno dei momenti più critici della storia recente russa. Con la caduta dell’URSS, la Russia perde territori e prestigio, precipitando in un vuoto identitario, visto che, peraltro, fascismo e comunismo – ideologie emblematiche del Novecento – sono stati entrambi superati. È il tempo di un’ideologia per tanto tempo sottaciuta ma mai morta, che da semplice teoria diventa strumento di racconto nazionale e legittimazione dell’autorità.
Il filosofo Alexandr Dugin, negli anni ‘90, coglie proprio questo punto di svolta e fa di più: interpreta l’eurasiatismo in chiave aggressiva e usa un linguaggio dualistico e identitario per descrivere la storia umana. Che, in questo modo, diventa una battaglia tra due principi opposti: potenza della terra e potenza del mare. Se il primo termine denota le società radicate e spirituali, il secondo è usato per le società mobili e individualiste, dominate da cosmopolitismo e liberalismo.

Detta in altri termini, la Russia è terra e Tradizione, mentre l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti – è il caos moderno che disintegra la comunità. Una simile lettura certo semplifica la realtà, ma crea un’immagine del mondo che richiama le emozioni più profonde. La geopolitica diventa destino dell’umanità ed evoca una necessaria missione civilizzatrice. Lo scontro con l’Occidente si basa così su valori più che su interessi materiali. È un conflitto di vedute sull’uomo e sul mondo, per cui la presunta ‘aggressione atlantica’ verso Est è ontologica più che politica.
La Russia ha un’energia vitale che – oltre a legittimare la necessità di espandersi o ritirarsi – influenza l’Eurasia come civiltà dominante. E su questa base definisce cosa è ‘fuori’ e cosa è ‘dentro’. Questo spazio simbolico, sacralizzandosi, ha iniziato a gonfiare la retorica della difesa dal nemico occidentale e a far classificare gli Stati esteri come alleati naturali, neutrali sospettosi o entità ostili.
Gli effetti sulla politica interna
Ma non finisce qui: l’influenza di Dugin giova anche al governo autoritario di Vladimir Putin, un sistema che da vent’anni regge nonostante reti clientelari, controllo dei media, nazionalismo conservatore e integralismo religioso. La narrazione neo-eurasiatica lo legittima, infatti, come naturale espressione della tradizione, incompatibile con la democrazia liberale occidentale. L’unità e l’ordine sono parte dell’identità nazionale e tale giustificazione porta al rafforzamento del consenso interno, ma anche all’isolamento nel campo della diplomazia e dei compromessi.
Si ritrovano così, precisamente, i due punti della teoria eurasiatista preconizzati dalla nota di Gramsci: politica interna e politica estera; Stato forte ed espansionismo ‘difensivo’ in funzione anti-Occidente. Vi è però un elemento inedito nelle teorie di Dugin. Infatti, se Gramsci nella sua nota parla di ‘fascisti russi’, oggi Dugin – almeno in apparenza – rifiuta una simile connotazione.
A partire dal 2000, infatti, il filosofo ha elaborato la Quarta Teoria Politica, che oltre alla divisione tra civiltà di terra e di mare, teorizza la salvaguardia della comunità spirituale con il contestuale rifiuto delle tre fondamentali teorie novecentesche (fascismo, comunismo e liberalismo). L’ennesimo pretesto per giustificare uno spazio eurasiatico indipendente da Ovest.
Dugin, va detto, non è un consigliere ufficiale del Cremlino. Cionondimeno, le sue idee hanno indubbiamente influenzato il discorso strategico e simbolico del potere russo. Perciò, resta l’ideologo di riferimento per legittimare decisioni altrimenti discutibili. Mito, storia e destino della nazione guidano la Russia, anche a costo di infrangere il diritto internazionale e ricevere sanzioni.
O l’Ucraina… o l’Ucraina
Gli effetti pratici delle visioni di Dugin si possono osservare nel conflitto con l’Ucraina, che oltre a essere nazione confinante è anche un pezzo di mondo da civilizzare. Lasciare che l’Occidente arrivi alle porte della Russia – facendo entrare l’Ucraina in orbita NATO – vorrebbe dire, per la Russia, tradire la propria missione spirituale.

Già nel 2008, per gli stessi motivi, la Russia aveva invaso la Georgia e nel 2014 la Crimea, in quanto simbolo di quella ‘continuità storica russa’ sufficiente per annettere nuovi territori. L’attacco frontale sferrato a Kiev è quindi solo l’ultimo atto del progetto di difesa delle popolazioni ‘fraterne’ e della stessa Russia, a suo dire esistenzialmente ‘minacciata’.
A conferma di ciò, lo scorso 19 novembre l’Ucraina ha ricevuto una bozza di pace statunitense che – secondo una fonte anonima dell’Afp – sembrava ricalcare il disegno russo di sostanziale capitolazione ucraina. Inutile quindi l’incontro tra Zelensky ed Erdogan, a fronte del dialogo sempre più serrato tra Putin e Trump. Le condizioni fondamentali richieste erano il riconoscimento dell’annessione della Crimea e di altri territori, la riduzione di 400.000 effettivi dell’esercito ucraino, la rinuncia alle armi a lungo raggio e quella all’adesione alla NATO.

Nella stessa notte morivano 25 persone in un bombardamento a Ternopil, obiettivo inusuale in quanto, generalmente, solo sfiorato dai raid russi. La chiara dimostrazione di un inflessibile atteggiamento: se l’Ucraina non accetterà queste (durissime) condizioni, la guerra continuerà. Una pretesa in linea con il progetto neo-eurasiatico. La Russia vuole l’espansione territoriale nei territori limitrofi per una non chiara commistione di ragioni: attacchi preventivi per ‘difendere i confini‘? O pretesto per riunificare i territori russofoni?
Il nuovo piano di pace: un’illusione?
L’Ucraina, ovviamente, non ha accettato gran parte dei 28 punti di questo piano, anche perché è stata assente ai tavoli di negoziazione. E così, stavolta, Kiev ha elaborato un secondo piano di 20 punti, discusso domenica 28 dicembre in un incontro tra Trump e Zelensky a Mar-a-Lago. I negoziatori hanno concordato circa il 90% del contenuto, con divergenze solo sul controllo del Donbass e sul destino della centrale nucleare di Zaporizhzhya (il più grande impianto in Europa, occupato attualmente da forze russe).

Il documento bilancia bene le pressioni americane per una rapida conclusione del conflitto e le esigenze di sicurezza dell’Ucraina, della quale, innanzitutto, viene riconosciuta la sovranità. Per garantirla si prevede inoltre un patto di non aggressione con sorveglianza satellitare. In caso di aggressione russa, peraltro, ci sarebbe una risposta militare – o con sanzioni – di Stati Uniti, NATO e Paesi europei firmatari.
A differenza del piano precedente, l’Ucraina non deve inserire in Costituzione il divieto di aderire alla NATO; è stata inoltre rimossa l’amnistia automatica per i crimini di guerra, e si prevede il mantenimento degli 800.000 effettivi dell’esercito ucraino. Il piano presenta anche la richiesta di una data precisa per l’ingresso nell’Unione europea, e prevede un fondo da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione, oltre a investimenti americani nel gas ucraino.

Dal canto suo, la Russia ha comunicato di star analizzando i materiali. All’atto pratico, però, ha intensificato gli attacchi nella stessa settimana, lanciando 2.100 droni, circa 800 bombe aeree e almeno 90 missili. E lo stesso Trump, d’altronde, ha dichiarato che esiste la possibilità di un fallimento nei prossimi colloqui. Forse perché la pace non è ancora il primo obiettivo della Russia. Che, ancora una volta nella sua storia, è espansionista, propensa alla guerra e – se non antioccidentale – eurasiatica. Come prima, dopo e molto dopo i tempi di Gramsci.
Martino Giannone
(Immagine di copertina di PicElysium da Pixabay)
“Gramsci consiglia” – (Neo-)Eurasiatismo, da Dugin all’Ucraina è un articolo di Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!


