Giovedì 27 novembre, presso il Teatro “La Cucina” a Milano, Wu Ming 2 ha presentato il suo nuovo libro da solista. “Mensaleri” (Einaudi, 2025) è un romanzo articolato su più livelli, dove le vicende private di un luogo indefinito si fanno portavoce di riflessioni più che mai attuali e reali.
Un romanzo geografico
Tra le pagine si ripercorre la storia di una cartiera, e lo si fa attraverso un uso metaforico degli spazi, con uno stile in cui la componente storica non serve a cercare conferme o fornire informazioni, ma a stimolare un pensiero critico vivo nella sua contemporaneità.

Una famiglia, quella dei Mensa, che plasma il luogo e i suoi abitanti, in quello che può essere visto come un piccolo laboratorio di capitalismo autoritario.
Eppure, il mondo della produttività razionale si scontra con la dimensione sacra e magica, piegata però a servizio della fabbrica. Ne nasce un ecosistema privato degli spazi, materiali e non, che vengono stravolti fino a rendere desiderabili gli esiti imposti dal sistema di produzione.
Jon Mucogllava: Vorrei cominciare innanzitutto con una domanda che riguarda Mensaleri: qual è l’elemento o la caratteristica più reale di questo luogo di per sé immaginario?
Poi, visto che Mensaleri nasce al servizio di una cartiera, mi sono anche documentato su come funzionavano queste fabbriche tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, il periodo che volevo raccontare. Sulle prime, pensavo di dover fare meno ricerche rispetto ai tanti romanzi storici che abbiamo scritto, proprio perché i posti, i personaggi e la vicenda principale sarebbero stati di mia invenzione.

Invece, nonostante le magie e i fatti sovrannaturali che accadono a Mensaleri, volevo che tutto suonasse plausibile, e per ottenere questo risultato, ho dovuto documentarmi e inserire tanti dettagli di realtà.
Chi legge il libro senza sapere che i luoghi sono di fantasia, prima o poi finisce per cercarli sulla carta geografica, magari con l’intenzione di passarci un fine settimana.
Jon Mucogllava: Per quanto riguarda, invece, il tema della magia e del sacro, in un mondo iper-industrializzato e intriso di pragmaticità come il nostro, c’è ancora spazio, secondo Lei, per la ritualità del sacro? Come può convivere la ‘sfida’ del sacro con la dimensione del lavoro e della produzione? C’è ancora spazio per un culto sacro, religioso, anche magico, se vogliamo, o è stato sostituito dal culto del lavoro?
Wu Ming 2: Mi verrebbe da dire che il culto del capitalismo ha sostituito molti altri culti. La differenza è che il capitalismo non si propone come religione; anzi, cerca di mascherare i suoi aspetti più irrazionali, i suoi dogmi indiscutibili, le sue stregonerie. La stessa trasformazione del mercato in una sorta di seconda natura, che regola tutto e alla quale tutto si deve sottomettere, è un trucco di sapore metafisico.
Il mercato diventa una divinità da venerare. Eppure il capitalismo non lo ammette, e si presenta come basato su una scienza, fondata sui numeri, quantitativa, quindi esatta – ovvero l’economia.
La dimensione sacra del capitalismo risiede nella sua tendenza all’astrazione: trasforma gli individui in forza lavoro, i luoghi in supporti dove costruire edifici, l’attività umana in lavoro. La scienza aspira allo stesso potere, ed è, in questo, un’alleata del capitalismo. Insieme funzionano come una smagia, in cui la dimensione vitale dell’uomo e dell’ambiente viene accantonata e cancellata.
A me interessava, però, creare un binomio fantastico, come lo chiamerebbe Gianni Rodari: mettere insieme, cioè, due cose che non siamo abituati ad associare, ovvero fabbrica e spiritualità, lotta di classe e religione.
Per farlo, ho lavorato, da un lato, sul bisogno del capitalismo di produrre risposte: quando non le trova nella sua ideologia, nella sua scienza – nell’economia, appunto –, dove le va a cercare?
Cala la maschera e si affida all’irrazionale, che nel romanzo è rappresentato dai tarocchi di un cartomante. Non a caso, il web è popolato di svariati siti di astrologia finanziaria e i discorsi di miliardari come Elon Musk o Peter Thiel somigliano a sermoni da guru fai-da-te, più che a piani industriali.

Dall’altro lato, invece, ho costruito un rituale eterodosso di religiosità popolare per la comunità dei lavoratori e delle lavoratrici che pian piano si forma nel villaggio operaio. L’ho voluta raccontare come una comunità che non è abituata alla lotta, che non ha una tradizione ribelle.
Perciò mi sono chiesto: in Italia, alla fine dell’Ottocento, a quale promessa si aggrapperebbe una comunità del genere, se nessuno le ha presentato quelle del socialismo o dell’anarchia? Probabilmente si aggrapperebbe a una promessa sacra, legata a un elemento mistico – magari anche un po’ eretico e sui generis, come succede con l’apparizione della Madonna del latte in Mensaleri.
Come il villaggio, anche la comunità si forma da zero, e quindi non ha una tradizione consolidata alla quale attingere; l’unica tradizione condivisa è quella della religione. Da lì dovrà trarre gli strumenti per opporsi al ‘sortilegio’ del capitalismo, che si appropria perfino del tempo.

Jon Mucogllava: Personalmente, ho apprezzato molto questa rappresentazione di un villaggio privo di un substrato culturale preciso e molto incline a ricercarlo, appunto, nella sacralità. Una rappresentazione di questo tipo ha forse più fondamento ed evidenza in Italia che in altri Paesi, dove il legame con la religione è vissuto in maniera diversa.
Wu Ming 2: In questo caso a me interessava soprattutto l’aspetto rituale della religione. Mi sono concentrato sulla trasformazione del tempo che il capitalismo e l’industria introducono in un mondo abituato a un ritmo diverso, con diverse tipologie di tempo: la festa; la preghiera; i ritrovi nelle stalle delle cascine per raccontare storie; il lavoro nei campi, molto lungo, ma per certi versi più libero rispetto alle ore in fabbrica.
E allora mi sono detto: una comunità del genere può trovare in un rito clandestino una forma di resistenza, non solo simbolica. Può scoprire un tempo che non è quello della fabbrica, e neanche quello di un villaggio pensato apposta per la fabbrica. Il rituale collettivo li porta fuori dal tempo del padrone.
E lì, in quella dimensione – rilevante non tanto per i suoi contenuti religiosi, quanto per la sua natura di festa – costruirà le premesse per opporsi al padrone: d’altronde, lui è da solo, e da soli una festa non si può fare.
Jon Mucogllava: Un altro tema interessante riguarda il genere di questo romanzo: quello che a primo impatto può sembrare un romanzo storico in realtà si scopre esserlo solo in parte, e in modo tutto suo. Ci si può chiedere, allora, come si presentano le vicende narrate in relazione al concetto di storia come testimonianza – ammesso che questo concetto esista. Qual è il patto che si instaura sotto questo aspetto tra chi legge, chi scrive e gli eventi narrati?
Wu Ming 2: Spesso ho definito questo romanzo come un romanzo geografico, proprio per l’importanza che in esso ricoprono i luoghi, nonostante siano inventati. È da lì che spuntano le storie, è da lì che escono i fantasmi, è nelle cicatrici dei luoghi che vengono ritrovate le vicende censurate e dimenticate del villaggio.
Credo che il patto che si stabilisce fin da subito con il lettore, in questo caso, è che si tratta di una storia inventata. Non trovando Mensaleri su Internet o su una mappa, ci si rende conto che deve essere un paese di fantasia. Lo stesso vale per la cartiera Mensa, per Nazzaro Mensa e la sua dinastia di imprenditori: li cerchi e non li trovi.
È quindi abbastanza immediato, credo, non affidarsi alla verità storica di quello che viene raccontato. Peraltro, questo è, a mio parere, l’atteggiamento che si dovrebbe tenere nei confronti di tutti i romanzi storici: in un romanzo l’autore si prende la libertà di raccontare episodi che non sono realmente avvenuti, che non si trovano negli archivi, che non hanno una fonte.
Quindi, che cosa racconto? Racconto una storia che ha valore non tanto nella sua denotazione, cioè negli eventi a cui fa riferimento – che non sono successi, o meglio, sono successi solo in un mondo di invenzione –, ma nella sua connotazione, nel suo senso, nel modo in cui dice le cose e non nelle cose che dice.
Racconto una storia da cui emerge un’interpretazione di cos’è stata la rivoluzione industriale di fine Ottocento in Italia e l’arrivo del sistema capitalista in un Paese prevalentemente agricolo come il nostro. Questa storia ci dice molto anche sul presente, sulla crisi dello sviluppo e delle promesse industriali: non a caso, una parte del romanzo è ambientata nel 1995. Cosa accade quando, in un villaggio/mondo basato sul lavoro, il lavoro non c’è più? Cosa si fa dei suoi luoghi? Li si abbandona, li si lascia morire, oppure li si trasforma in qualcosa di molto bello e accattivante, ma finto? In che modo si rispettano gli abitanti e le storie di quel paesaggio, nel farne qualcos’altro?

Ecco, tutte queste domande, che nel romanzo non trovano una risposta, valgono anche se il luogo rappresentato non esiste, perché valgono per qualunque luogo con quelle stesse caratteristiche.
Jon Mucogllava: Ad ogni modo, come ha detto, questo è forse l’atteggiamento che si dovrebbe sempre mantenere nei confronti dei romanzi storici, perché anche in essi c’è sempre una mediazione.
Wu Ming 2: Sì, è vero. Devo dire che in questo romanzo ho voluto inventare tutto, anche perché non vorrei più sentirmi dire che, leggendo i nostri romanzi, “si imparano tante cose”, sul periodo storico X o sull’avvenimento Y.
Da un certo punto di vista, sono contento che chi legge senta di essersi informato: tuttavia, non è quello che un romanzo storico dovrebbe fare. Pensarlo in questi termini significa volergli dare un’utilità immediata, spendibile, come a dire: “Non ho perso tempo a leggere questo libro”.
Invece, il contenuto più importante di un romanzo storico ben riuscito non sono le informazioni utili, bensì le solite cose inutili che contano in letteratura: i dubbi, le contraddizioni, i simboli, le domande sospese.
Perciò in questo romanzo ho voluto allontanare del tutto questa idea economica di utilità. Chi legge non può dire di aver imparato tanto su Mensaleri, perché Mensaleri non esiste. Non può neanche affermare di aver imparato tanto su come funzionava una cartiera, perché sì, qualcosa ho detto, ma non sono sceso nei dettagli.
Naturalmente, mi auguro che i lettori e le lettrici provino piacere nel leggere il romanzo, e che sia questo piacere a coinvincerli che ne valeva la pena, non l’idea di un tempo scarso che va investito con un tornaconto.
Jon Mucogllava: Gli spunti che ci ha fornito sono utilissimi, molto attuali e, direi, anche adatti a questa città, Milano, che vive la realtà fortemente industrializzata di cui hai parlato.
Wu Ming 2: Sì, Milano è stata una delle capitali del colonialismo industriale. Ma adesso la città, oltre ad avere espulso le fabbriche, le ha anche cancellate dal proprio tessuto urbano. Si sarebbe potuto pensare a nuovi modi di abitare quegli spazi; invece molti sono stati demoliti, e al loro posto sono stati costruiti centri commerciali, parchi ben pettinati.
Questo non è successo per caso, ma ha un significato, vuol dire qualcosa. E’ una damnatio memoriae che si accompagna alla damnatio dei ceti popolari e operai.
Jon Mucogllava
(in copertina, ingrandimento della copertina di Mensaleri di Wu Ming 2)
Wu Ming 2 narra il culto del capitalismo in “Mensaleri” è un’intervista a cura di Jon Mucogllava. Si ringraziano Wu Ming 2 e la libreria Alaska per l’invito. Clicca qui per leggere tutte le interviste!
