“Father Mother Sister Brother” è l’ultimo film di Jim Jarmusch, uscito trionfante da Venezia 82. Lo stesso Jarmusch si è mostrato sorpreso per il Leone d’oro, nonostante i riconoscimenti non lo interessino granché. Contro un film urgente come “La voce di Hind Rajab” (2025), dato per favorito, ha trionfato uno dei massimi esponenti del cinema indipendente americano. La pellicola è composta da tre episodi: sebbene distanti nello spazio, raccontano molto del modo in cui tutti viviamo i rapporti familiari.
Diversi, ma uguali
Father, Mother, Sister Brother sono i titoli delle storie che compongono questo trittico. I tre episodi mettono in scena tre rapporti diversi: un padre con i due figli, una madre con due figlie e due fratelli che hanno perso i genitori. Le storie, apparentemente dissimili e ambientate in luoghi lontani, sono in realtà legate a livello tematico.
Jarmusch vuole ricordarcelo spesso e per farlo ricorre ad alcuni fili rossi: skaters che sfrecciano vicini ai protagonisti, rolex falsi (o forse no), brindisi analcolici (che sia tè o caffè) o la frase “Bob’s your uncle”. Piccoli espedienti che riportano la nostra attenzione a un quadro d’insieme e non al singolo episodio.
I tre rapporti, inoltre, sono raccontati con lo stesso schema. Due figli (Mayim Bialik e Adam Driver) arrivano dal padre (Tom Waits) in macchina; le loro chiacchiere ci raccontano già tanto del rapporto fra loro e di quello con il padre, che abita in una casa disordinata e ricolma di oggetti.
Due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) fanno il viaggio separate per arrivare dalla madre (Charlotte Rampling) e giungono in momenti diversi in una casa elegante e ordinatissima, dove la madre ha appena chiuso una chiamata con lo psicoterapeuta, forse indice del loro rapporto ormai consumato. Infine, due fratelli (Luka Sabbat e Indya Moore) vanno in macchina verso la casa vuota dei genitori, deceduti all’improvviso.

Rapporti (in)autentici
I primi due episodi condividono un umorismo gelido ed esilarante, che cela un profondo imbarazzo con le persone che, almeno per un momento nella crescita dei protagonisti, sono probabilmente state il centro del loro mondo. Nella pellicola però sembra che, una volta diventati adulti, rimanga solo il desiderio di concludere queste visite rituali il prima possibile.
Probabilmente, se non fosse per il loro legame familiare, queste persone non si vedrebbero più: le sorelle e i fratelli non hanno ormai nulla da condividere e non sanno quasi niente dei propri genitori, i quali a loro volta sembrano portare avanti il rapporto per inerzia, senza avere molto in comune con la progenie. Non troviamo nulla che alimenti questi rapporti se non il legame consanguineo, ma è davvero sufficiente?

La speranza fa capolino solo nel terzo episodio, in cui la perdita dei genitori sembra quasi risolutiva. Si assiste all’unico rapporto che sembra funzionare: due fratelli affettuosi, che si danno manforte nell’elaborazione del lutto, scoprono tra i ricordi di non conoscere davvero chi li ha cresciuti; nonostante questo, però, non mettono mai in discussione l’amore che li lega. Rimane così viva, malgrado il terribile vuoto lasciato dalla loro scomparsa, la presenza dei genitori.
Noia e parenti serpenti
La regia netta, precisa e senza vezzi di Jarmusch accompagna questa autopsia di rapporti umani, che sembrano ormai vuoti e inautentici. Per farlo, il regista si prende tutto il tempo necessario e sceglie la difficile strada della lentezza.

Non siamo più abituati alla noia: vediamo i film mentre stiamo facendo altro, spesso spezzati in clip velocizzate su Tik Tok; anche al cinema ormai sembra troppo difficile concentrarsi e lasciare il telefono da parte per due ore.
L’inconsueto ritmo lento, ma ben costruito, potrebbe sembrare quindi più un difetto che una virtù, ma in realtà Jarmusch non fa altro che consegnarci alla noia: così, grazie alle lunghe chiacchierate piene di convenevoli, siamo portati a immedesimarci e riflettere sui nostri stessi rapporti familiari.
Father è ambientato nel nord degli Stati Uniti, Mother a Dublino e Sister Brother a Parigi: nonostante siano posti lontani e culturalmente diversi, le storie che vi hanno luogo sembrano assomigliarsi, perché hanno un valore universale. Jarmusch riesce a catturare rapporti portati avanti per inerzia: dietro non c’è una vera volontà, ma più un inautentico senso del dovere.


Riesce a farci guardare con distaccata lucidità situazioni che noi stessi spettatori accettiamo. Infatti, le relazioni familiari sono le uniche che ci vengono imposte dalla vita: se in età adulta abbiamo libero arbitrio nella scelta delle persone di cui ci circondiamo, alla nascita non è così.
I legami con i nostri genitori sembrano i soli che per tutta la vita rimangono saldi e stabili, ma evidentemente il sangue non basta per legarci: dobbiamo aspirare e sperare nell’affetto autentico, protagonista dell’episodio con cui Jarmusch chiude sapientemente il trittico.
Sofia Lollini
(In copertina e nell’articolo, immagini tratte dal film Father Mother Sister Brother)
“Father Mother Sister Brother” – Il trittico di Jim Jarmusch sui rapporti inevitabili è un articolo di Sofia Lollini. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
