Cinema

“Frankenstein” di Guillermo del Toro – Un mostro bellissimo ma senza spigoli

Frankenstein Guillermo del Toro

Il nuovo film di Guillermo del Toro rilegge il capolavoro di Mary Shelley con sensibilità gotica e malinconica. Ma, nel tentativo di umanizzare la Creatura, ne perde parte della ferocia e della complessità che da sempre rendono “Frankenstein” una storia universale.


Una nuova visione per una storia immortale

Frankenstein di Guillermo del Toro, uscito su Netflix il 7 novembre – dopo essere stato presentato al cinema, in poche sale selezionate, il 22 ottobre – è la nuova versione del capolavoro intramontabile di Mary Shelley. Porta la firma di uno dei registi, produttori e sceneggiatori premio Oscar più amati di sempre, conosciuto per numerose pellicole, tra cui Il Labirinto del Fauno (2006), La forma dell’acqua (2017) e, la sua più recente opera, Pinocchio (2022).

La storia narrata in Frankenstein è vecchia di due secoli, ma antica come la stessa umanità. E, come ogni classico che si rispetti, è una storia sempre attuale, che non perde la sua forza col passare del tempo. Parla dei limiti degli esseri umani – o, forse, disumani – che confondono chi è mostro e chi è genio in base all’aspetto. Parla di una dicotomia di opposti: Bene e Male, empatia e crudeltà. L’essenza della natura e del mondo stesso. 

Per questi motivi, l’idea di vedere questa storia dalla prospettiva di Guillermo Del Toro, che ci ha già abituati a numerosi capolavori del gotico, ha da subito accolto la curiosità di molti.

Del Toro, infatti, ha sempre trasportato il pubblico in storie grottesche, che parlano di mostri e di magia, tanto che si è arrivati a coniare il termine deltoresco per descrivere il suo stile visivo: un’estetica barocca e decadente che riflette i temi dell’innocenza del diverso e della bellezza del macabro; un tono emotivo, melanconico e poetico, anche nel dolore, e la rappresentazione di mostri spaventosi ma degni di amore e comprensione.

Precedenti adattamenti

Se i numerosi adattamenti cinematografici di Frankenstein tendono a seguire due tipi di narrazioni, quella horror pura in Bride of Frankenstein di James Whale (1932) – in cui il mostro nasce come figura icona ma la cui psicologia resta superficiale –, e quella parodistica di Abbott and Costello Meet Frankenstein di Charles Barton (1948), il film di Del Toro sembra porsi a metà strada.

Infatti, Del Toro disdegna l’horror splatter in favore di un’estetica gotica e di una narrazione autoriale, con numerosi cambiamenti rispetto al romanzo originale, ma con la volontà di avvicinarsi alle intenzioni di Mary Shelley.

Forse, proprio a causa delle alte aspettative, durante la visione in sala molti non sono riusciti a fare a meno di provare un leggero senso di dissonanza, nonostante la versione di del Toro sia un buon prodotto cinematografico, per gran parte anche fedele alla storia originale.

Mary Shelley ha vissuto un enorme successo già in vita ed è diventata esempio di scrittura, entrando a gran voce nel canone letterario inglese e nei programmi scolastici e universitari, non solo per le sue narrazioni ma anche per la sua storia personale – altrettanto incredibile – facendo intrecciare così finzione e realtà in un modo iconico e indimenticabile. 

Questo romanzo porta con sé un messaggio che va ben oltre il genere, la narrazione e una visione appagante: la ricerca di senso ed empatia in un mondo che rifiuta ciò che non comprende. L’aspetto più importante è preservare il profondo significato alla base della vicenda narrata: tuttavia, a causa delle modifiche introdotte, questo significato risulta notevolmente diluito.

Quando si decide di riscrivere una storia, è inevitabile introdurre alcune modifiche e, soprattutto nel caso di un romanzo risalente a quasi due secoli fa, è necessario adattarne in modo efficace il codice e il linguaggio per renderlo accessibile a un nuovo pubblico.

E questo è ciò che Guillermo del Toro ha provato a fare nel suo adattamento, frutto di un lungo lavoro (“il progetto che inseguo da 25 anni”,  come lui stesso ha dichiarato in varie interviste), raggiungendo però un risultato non del tutto compiuto. 

Frankenstein Guillermo del Toro
Scena del Frankenstein di Guillermo del Toro. Foto: HyNerd

La Creatura e Victor Frankenstein

Il film di Del Toro punta molto sull’aspetto visivo, ma alle volte finisce con il trascurare l’impianto narrativo e il ritmo.

Vuole essere ‘Il Frankenstein’ di Guillermo del Toro, la sua visione, e questo porta al primo grande problema: l’evidente squilibrio di posizione del regista verso la Creatura rispetto al Dottor Frankenstein. Tutto ciò causa un appiattimento della storia, in cui le sfumature e i grigi, propri dell’umanità e cardine del romanzo originale, si perdono.

La Creatura (Jacob Elordi) diventa il Bene, l’ingenuità propria di una giovane vita, rientrando nel prototipo classico dei protagonisti di Guillermo del Toro, che vedono la realtà tramite la fantasia. Così fa la Creatura, che cresce, scopre il mondo e l’umanità, a cui inizialmente pensa di appartenere, tramite la lettura di libri e storie, tra cui Le vite parallele di Plutarco, I dolori del giovane Werther di Goethe e Il Paradiso perduto di Milton.

Emerge qui una prima differenza tra libro e film, in una delle scene più importanti e rappresentative, perché è qui che la Creatura scopre di non essere considerata parte di quella umanità in cui pensava di poter rientrare. Nel testo originale, la Creatura legge da sola i libri, mentre nel film li ascolta dalle parole di una bambina che legge al nonno ceco.

Più avanti, la Creatura arriva ad avere un rapporto diretto e più duraturo con il vecchio, quando gli legge lei stessa le storie. Con questa scelta, però, la Creatura non vive allo stesso modo quel rifiuto da parte dell’umanità, momento cardine del suo cambiamento e corruzione.

Il dottor Frankenstein (Oscar Isaac) diventa l’antagonista, l’incarnazione del Male, la rappresentazione di una vita vissuta e di un personaggio in là con gli anni, le cui decisioni sono state avvelenate dal proprio passato e dall’aver affrontato la cattiveria del mondo.

Victor non è più un uomo privilegiato, con una famiglia che ama e che lo ama, ma diventa un orfano incompreso: elementi che lo portano ad attraversare tutte le tappe del percorso classico di un antagonista, divenuto cattivo perché ha vissuto una vita piena di sofferenze.

Manca, però, il coraggio di raffigurare un protagonista buono ma che pecca di hybris, divorato da un’ambizione che lo porta a compiere un grande sbaglio e lo spinge alla deriva, fino a perdere tutto.

Oscar Isaac
Oscar Isaac come Victor Frankenstein, via: La Nouvelle Vague

Il film prende le parti della Creatura, elemento che rappresenta la più grande innovazione rispetto alle precedenti trasposizioni di Frankenstein. La Creatura non uccide la famiglia che ha osservato per mesi di nascosto, non è l’assassino – né del professor Waldman, né del fratello di Victor, o del padre, o della stessa Elizabeth – ma lo è il Dottor Frankenstein, più o meno volontariamente.

In seeking life, I created death.

Victor Frankenstein.

Una rivoluzione a metà: Jacob Elordi come Mostro

Possiamo vedere questa scelta come una grande rivoluzione narrativa, che va riconosciuta, ma con degli elementi che ne invalidano l’impatto: è più facile empatizzare con una Creatura che non ha mai davvero compiuto un omicidio, che non è stata corrotta dalla cattiveria del mondo e che, soprattutto, non è brutta e disgustosa quanto dovrebbe essere.

Potevamo già intuire tutto questo dal cast: Jacob Elordi, un uomo che rispetta tutti i canoni di bellezza odierni, alto e attraente, bianco, un attore di successo, considerato uno dei volti più apprezzati dell’ultimo decennio: un sex symbol!

Jacob Elordi Frankenstein Guillermo del Toro
Jacob Elordi come la Creatura, via: La Nouvelle Vague

Non imputo la scelta narrativa, che apprezzo fortemente, ma il poco coraggio con cui si è deciso di metterla in atto. 

Questo film non insegna ad amare il diverso come dovrebbe fare, la Creatura non risulta spaventosa allo sguardo umano, come invece fa nel testo originale; anzi, diventa anche l’oggetto del desiderio e dell’amore di una donna. Elizabeth (Mia Goth) finisce con il riconoscersi nel Mostro e, in quanto donna, rispecchiarsi nella sua condizione di marginalità ed esclusione sociale.

Ma l’amore di Elizabeth depotenzia la condizione di estrema solitudine e incomprensione che porta la Creatura a chiedere una compagna, perché

Believe me, Frankenstein, I was benevolent; my soul glowed with love and humanity, but am I not alone, miserably alone?

Mary Shelley. Frankenstein; or, The Modern Prometheus (1818).

L’Elizabeth di Mia Goth

Un altro dei grandi cambiamenti del nuovo adattamento di Del Toro è la figura di Elizabeth, che non è più la donna ‘angelo del focolare’, rappresentazione della purezza assoluta, ma si fa persona vera, con le sue proprie idee e azioni.

Mia Goth
Mia Goth come Elizabeth, via: Vogue Italia

Anche grazie all’interpretazione di Mia Goth, perfetta per questo ruolo, il personaggio di Elizabeth poteva essere il più grande pregio del film: c’era la possibilità di rappresentare una figura femminile tridimensionale – colmando forse l’unica mancanza del libro -, finalmente non più marginale e senza voce. 

Nonostante le ottime intenzioni, Elizabeth diventa invece il più grande difetto del film, finendo invischiata inconsapevolmente in un triangolo amoroso – diventato poi quadrilatero – che appiattisce ancor di più la profondità del personaggio. 

Netflix o Del Toro? Film d’autore o blockbuster?

Temo che la responsabilità di tutti questi punti critici individuati sia nelle mani di Netflix,più che nella visione di Del Toro. Con i nuovi adattamenti cinematografici di grandi classici, come Dracula – L’amore perduto, diretto da Luc Besson e uscito il 29 ottobre al cinema, e Cime tempestose di Emerald Fennell, in uscita nel 2026, possiamo notare la tendenza odierna a evidenziare la parte sentimentale di queste storie, che in fondo è parte integrante del gotico.

Nel tempo, il genere erotico e romantico è sempre stato accusato dai critici di essere un genere di serie B, privo di spessore e associato a una concezione ‘femminile’ e quindi frivola. Per questi motivi, è giusto che oggi viva un riscatto, dato anche il suo grande successo editoriale e cinematografico dell’ultimo decennio.

È importante però avere un’idea chiara di ciò che si vuole rappresentare e alcuni elementi inseriti nel Frankenstein di Netflix risultano incompatibili con le intenzioni annunciate da Guillermo del Toro.

Alcune componenti sembrano inserite dalla casa di produzione e piattaforma streaming per avvicinare il film al suo pubblico, in particolare alla grande fascia appassionata di serie gotico-romantiche come Twilight (2008) e la più recente Wednesday (2022). È come se vedessimo due idee divergenti confluire in un’unica opera, senza riuscire a raggiungere una coesione narrativa. Due strade che, invece di incontrarsi, si scontrano in unico film.    

Frankenstein Guillermo del Toro
Elizabeth e la Creatura nel Frankenstein di Guillermo del Toro. Foto: Vanity Fair

Tempi moderni, ma non poi così tanto

La storia di Frankenstein si dimostra nel 2025 ancora troppo controversa per essere trasposta nella sua contraddittorietà e nella sua profonda mostruosità. È ancora forse troppo difficile portare un protagonista che commette delle azioni spregevoli e che non appaga alla vista?

O è troppo difficile rappresentare un personaggio, una donna indipendente, il cui arco narrativo si sostiene solo su di lei e non sull’amore che gli altri provano per lei? Un coprotagonista geniale che compie la cattiveria di creare un essere, finendo per disprezzarlo, e che dovrà convivere con le conseguenze delle sue azioni per tutta la vita?

Del Toro rappresenta una storia che sicuramente mantiene il messaggio originario, ma senza spigoli: svuotata di tutte le sue parti più controverse e difficili.

Eppure, è proprio questa complessità a rendere Frankenstein un’opera immortale: in una sola parola, un classico. Il film di Guillermo del Toro resta un’opera affascinante, visivamente sublime, ma ammorbidita.

Giorgia Romano

(In copertina, immagine tratta da NSS Magazine)


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