Cinema

“The Running Man” – Edgar Wright alla ricerca di una nuova identità

the running man copertina

Edgar Wright, a partire dal suo penultimo film “Last Night in Soho” (2021), è alla ricerca di una nuova identità come regista, dopo essere stato famoso per anni per le sue action comedy, tra cui la celebre Trilogia del cornetto. “The Running Man” (2025), però, rappresenta un passo indietro rispetto alla mutazione che il suo cinema stava seguendo. Scopriamo il perché.


La commedia visiva

Edgar Wright si è imposto, insieme a Wes Anderson, come uno dei migliori registi del XXI secolo specializzati nel genere della commedia. Il grande successo di pubblico e critica deriva dal loro stile unico nel gestire i tempi comici attraverso l’utilizzo sapiente della regia. I due registi anglosassoni condividono, infatti, quella stessa scuola di pensiero che ha reso grandi Buster Keaton e Charlie Chaplin: la visual comedy.

Per ‘commedia visuale’ si intende quello stile che per far ridere il pubblico si basa sulla messa in scena della regia e non sulle battute fornite dalla sceneggiatura. La comicità del film deve scaturire, quindi, da un movimento di macchina, da una scenografia strampalata, dalla smorfia di un attore. Insomma, la risata nasce dalla pura immagine su schermo e non dal sonoro di una battuta.

Questo modo di fare commedia risale, in realtà, a ben prima della nascita del cinema. Circo e teatro, infatti, hanno inventato la famosa comicità slapstick basata interamente sul corpo attoriale. È dunque una forma primigenia di umorismo, che si è poi codificata in modo definitivo con i primi passi del cinema muto con protagonisti assoluti Charlie Chaplin e Buster Keaton.

buster keaton
Buster Keaton (Deutschlandfunkkultur)

Con l’avvento del sonoro, però, la comicità visuale ha cominciato a perdere di valore per favorire la nascita di commedie legate più alla sceneggiatura e meno alla regia. Questa evoluzione del genere, però, ha portato col tempo alla sua lenta involuzione.

L’eccessiva verbosità delle battute, infatti, ha impoverito la cinematografia della stessa commedia. Quando tutta la comicità si basa sulla brillantezza delle linee di dialogo, risulta molto difficile vendere una commedia composta da una sequela di scene comiche messe in scena da un monotono scambio di campi e controcampi, che può far leva soltanto sulla soggettività dell’umorismo dello spettatore.

Da un punto di vista estetico, quindi, la commedia nel cinema diventa quasi una mera imitazione di quella teatrale. Il risultato è tragico, perché si perde tutta la sua valenza estetica e cinematografica che è più universale di un paio di battute frizzanti che, magari, non tutti possono cogliere al volo o trovare divertenti.

La commedia secondo Edgar Wright

La rivoluzione di Edgar Wright – insieme al collega Wes Anderson – sta, quindi, nel riprendere la lezione dei grandi maestri del cinema muto e ibridarla nella loro nuova idea di commedia. Tutti i film sono caratterizzati, infatti, da una forte impronta visiva veicolata attraverso la regia, che risalta le battute delle sceneggiature senza metterle al centro del loro disegno filmico.

Quello che più importa ai due registi anglosassoni è far ridere il pubblico attraverso il mezzo registico nella sua accezione più tecnica del termine. L’obiettivo è concentrarsi più sul ‘come’ la storia viene raccontata e meno sul ‘cosa’ si sta raccontando. Il pubblico si ricorderà, perciò, della precisa estetica e comicità delle singole scene e non tanto della storia o di specifiche linee di dialogo (che comunque rimangono geniali in quanto ottimi sceneggiatori oltre che registi).

Grazie a questo straordinario lavoro estetico e drammaturgico di Wright e Anderson, la commedia ritorna finalmente universale e pienamente cinematografica come ai tempi d’oro di Chaplin e Keaton, che sbancavano al botteghino rivoluzionando il genere.

edgar wright in baby driver
Edgar Wright con Ansel Elgort sul set di Baby Driver (ICG Magazine)

Edgar Wright, a differenza del collega americano, col suo umorismo british ha cercato di essere più convenzionale nella scelta dei generi da decostruire attraverso la sua commedia demenziale. Questo gli ha permesso di non scadere in un eccessivo formalismo estetico e di giocare con più stili, pur rimanendo coerente con la sua poetica visiva.

Tuttavia, l’uso di un certo tipo di montaggio frammentato e velocizzato, di zoom improvvisi, di whip pan randomici e di un certo uso del sonoro — il cui massimo climax si raggiunge in Baby Driver (2017) — hanno portato il regista a procedere a un totale cambio di passo all’interno della sua filmografia.

Alla ricerca di una nuova identità

Edgar Wright, per evitare di cadere nella trappola dell’autoreferenzialità del ‘regista della Trilogia del cornetto’ e della comicità demenziale britannica, nel 2021, con Last Night in Soho, ha deciso di distaccarsi dalle sue classiche commedie con un horror psicologico dalle tinte drammatiche e psichedeliche. 

Tuttavia, lo stravolgimento di certi stilemi non gli ha impedito di perdere la sua identità, bensì di ridefinirla. La pellicola, infatti, ha dimostrato quanto il regista sia ormai padrone di tutte le componenti di un lungometraggio.

Il perfetto alternarsi della musica diegetica ed extradiegetica, il magistrale intreccio degli effetti speciali visibili e invisibili, come il texas switch e i giochi di luce di una fotografia ‘argentiana’, sono la dimostrazione che è possibile reinventarsi senza snaturarsi.

last night in soho
Una scena di Last Night in Soho (Sentieri Del Cinema)

In Last Night in Soho, dunque, il regista è riconoscibile in ogni inquadratura, e il suo caratteristico virtuosismo registico è mutato per adattarsi ai toni di una fiaba urbana più vicina all’horror italiano e ‘polanskiano’ che alle sue solite commedie d’azione caciarone.

La commedia visuale potrebbe forse dirsi morta nello scenario cinematografico attuale, ma è possibile che Wright sia stato più abile e coraggioso di Anderson nel ridare linfa vitale alla sua cinematografia andando oltre la commedia.

Tuttavia, la produzione del remake di The Running Man potrebbe far sorgere dei dubbi sull’evoluzione di Edgar Wright, in particolare se sia riuscito veramente a emanciparsi dai suoi stilemi classici. O se anche lui, come Wes Anderson, sia ormai entrato in una profonda crisi d’identità dopo aver rivoluzionato la Settima Arte nei primi vent’anni del XXI secolo.

Le differenze con The Running Man degli anni ‘80

The Running Man non è un remake dell’omonimo film del 1987 diretto da Paul Michael Glaser. La volontà di Wright era quella di realizzare, invece, un secondo adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King, tradotto in Italia col titolo L’uomo in fuga (Sperling e Kupfer, 1982).

Tuttavia, il cineasta è noto per citare i film di serie B con il fine di inserirli nei suoi film di serie A, proprio come il suo collega e amico Tarantino. Nel nuovo adattamento del romanzo di King, infatti, si riprendono alcune scene e inquadrature del film degli anni ’80: ad esempio, il governo che utilizza le telecamere per trasmettere scene alterate con l’IA, con l’obiettivo di ingannare il pubblico del programma televisivo ‘The Running Man’.

Per il resto, le differenze tra la pellicola degli anni ’80 e quella del 2025 sono enormi. Se il primo film era superficiale nella sua critica all’America reaganiana ipnotizzata dallo show business televisivo, nel lungometraggio di Wright il messaggio sociopolitico è preso in grande considerazione e costituisce il cuore del film.

the running man anni 80
Una scena di The Running Man del 1987 (MovieWeb)

Anche nella forma c’è una netta differenza tra le due trasposizioni. Nel classico degli anni ’80 Arnold Schwarzenegger interpreta il suo tipico personaggio stereotipato e monoespressivo in linea con il cinema muscolare di quegli anni. Il risultato finale è, quindi, un disastro: quasi tutto il film si svolge in un’anonima arena di gladiatori per mascherare il basso budget della produzione e non c’è nessun guizzo, sia registico che di scrittura.

Se lo si volesse considerare un remake, l’ultimo film di Wright sarebbe superiore sotto qualsiasi punto di vista rispetto alla pellicola mediocre diretta da Paul Michael Glaser. Il problema, in realtà, sta altrove: quanto è presente la cifra stilistica di Edgar Wright nella seconda trasposizione di The Running Man di Stephen King?

L’opera più anonima di Edgar Wright

Il regista britannico ha più volte ribadito come The Running Man sarebbe stato l’unico remake che avrebbe fatto in vita sua e che sin da ragazzino sognava di trasporre in modo fedele il romanzo di King. Questo fattore nostalgico e fanciullesco, però, non sembra aver influito in modo positivo sulla qualità della pellicola; anzi, sembra più un progetto su commissione abbastanza anonimo per recuperare un po’ di soldi dopo il flop commerciale di Last Night in Soho.

A fronte di quello che si è detto sull’importanza della visual comedy del regista britannico e di come sia riuscito a reinventarsi nel suo penultimo film, in questa ultima opera si percepisce poco l’impronta stilistica del regista. Pur essendo un action sci-fi dalle tinte satiriche, quindi in sintonia con l’action comedy alla Edgar Wright, The Running Man non sembra tanto diverso dai passati film di fantascienza mainstream e indipendenti.

Lo scenario distopico caratterizzato da un governo orwelliano è già stato visto e rivisto in mille salse, anche esteticamente, così come la classica critica al sistema turbo capitalistico e dittatoriale che comanda le masse proletarie attraverso le reti televisive. Questo stesso tipo di scenario cyberpunk esisteva già in Videodrome (1983) e non viene neanche rielaborato in maniera originale in The Running Man, come invece accade per esempio in The Substance (2024).

The Running Man
Il protagonista Ben Richards (Glen Powell) contro il regime orwelliano di The Running Man (Lys! Camera! Ord!)

In aggiunta, il ritmo narrativo da road movie, col buon padre di famiglia americano che deve sconfiggere i cattivoni in maniera muscolare – e talvolta tragicomica -, non è poi così tanto diverso dal cinema muscolare (anni ’80) e anti-muscolare (anni ’90), con lo stesso Arnold Schwarzenegger protagonista in gemme come Atto di forza (1990) e Last Action Hero (1993).

Da un punto di vista registico, inoltre, manca la tipica follia visiva e demenziale da ‘Trilogia del cornetto’ che rende Wright un vero e proprio terrorista dei generi. Il regista britannico, infatti, ha sempre cercato di decostruire i generi cinematografici a cui appartenevano i suoi film, attraverso soluzioni registiche creative e anticonvenzionali.

A partire dall’Alba dei morti dementi (2004) fino Last Night in Soho, Wright si è sempre divertito a sperimentare delle vere e proprie avanguardie visive. Scott Pilgrim vs The World (2010), ad esempio, rappresenta uno dei cinefumetti più rivoluzionari — e cult — della storia del cinema per come Wright fonde in maniera magistrale il linguaggio videoludico e quello del fumetto, con l’ausilio del mezzo cinematografico.  

In The Running Man, invece, il regista si trattiene sempre dallo sperimentare in modo visivo e dal deviare in maniera creativa dal flusso narrativo del romanzo (salvo per il finale). È come se Wright avesse avuto paura di disattendere le aspettative commerciali della Paramount e dello stesso King.

La mancanza di una vera ‘anarchia’

La parola ‘anarchia’, sottolineata in modo esplicito in un momento topico del film, costituisce il cuore della poetica di Wright nel mettere in scena opere cinematografiche anticonformiste già a partire dalla loro forma. Inoltre, ‘anarchia’ rappresenta anche il cuore di The Running Man.

Il protagonista proletario, infatti, immola il proprio corpo e spirito per cambiare lo status quo, in cui le coscienze del popolo bue vengono ipnotizzate dalle televisioni della dittatura orwelliana. Non a caso, il protagonista di fronte alla parola ‘anarchia’ risponde “quando?”, come se volesse scatenare una rivoluzione seduta stante, comunicandolo in chiave metacinematografica allo spettatore.

the running man dito medio
Ben Richards manda a quel paese il programma televisivo che gli sta dando la caccia (Sentieri Selvaggi)

C’è però una dissonanza tra forma e sostanza, ossia tra regia e sceneggiatura.

Se Wright è un regista anarchico per come gioca in maniera sorprendente col mezzo cinematografico, in questo film, in cui doveva essere anarchico al 200% per via dello script, non lo è stato per niente dal punto di vista registico.

I pochi momenti in cui si può scorgere il suo stile sono i filmati pubblicitari del programma televisivo ‘The Running Man’, quando si presentano delle gag in circostanze drammatiche e, soprattutto, quando il protagonista Ben Richards incontra Elton Parrakis. Non è un caso che quest’ultimo sia interpretato da un invecchiato e imbruttito Michael Cera — già protagonista di Scott Pilgrim vs. The World —, che si sbizzarrisce con le sue trappole goliardiche contro la polizia capitanata dal perfido Dan Killian.

L’umorismo visivo della casa domotica del folle ribelle rappresenta un agrodolce ricordo di quello che era un tempo il regista, ovvero un ottimo comico capace di far ridere con una semplice panoramica a schiaffo. Salvo questi rari momenti di ilarità e ingegno visivo, il resto della narrazione viene dipanato da una regia sempre pulita e cristallina, ma mai anarchica ed eclettica come lo era già nel serio e composto Last Night in Soho di soli quattro anni fa.

Le virtù di The Running Man

Se lo si vuole analizzare all’interno della filmografia di Wright, The Running Man è un fallimento su tutta la linea. Se, invece, lo si vuole prendere in esame come film di fantascienza in sé, resta comunque una buona pellicola.

Tolta la componente estetica derivativa, già viste in mille altri film di fantascienza, e un certo incedere della narrazione un po’ troppo hollywoodiano e prevedibile per la sensibilità britannica di Wright, The Running Man funziona sia come intrattenimento puro sia come manifesto politico.

La timida critica sociopolitica dell’omonimo film degli anni ’80 viene elevata, infatti, a manifesto anarchico. Il corpo attoriale e muscolare di Glen Powell, da questo punto di vista, si adatta in maniera perfetta al reality show folle e sadico di un regime che non ha rispetto per la vita umana.

Come eroe antisistema, quindi, l’attore belloccio funziona nel suo travestirsi, sporcarsi e correre per i vari cunicoli per scappare e, così, salvare la vita di sua figlia e del 99% che soffre quanto lui, diventando un eroe popolare.

the running man ben richards con sua figlia
Ben Richards con sua figlia malata (Nerdevil)

Il film mette in scena in maniera efficace come un tale e cupo scenario distopico non sia tanto lontano dalla nostra realtà — soprattutto quella americana —, in cui il panem et circenses serve a tenere sedata la popolazione dietro a mille schermi costantemente manipolati per mantenere lo status quo.

In virtù della critica all’odierno sistema capitalistico, nell’inquadratura finale Wright si ricorda di non un essere un regista qualunque. Con quello sparo finale di Ben Richards, che buca in modo metacinematografico il grande schermo della sala, forse Wright si vuole ridefinire come un anarchico che si è dovuto conformare, ma che non ha mai smesso di combattere davvero per un cinema libero e autoriale.

The Running Man per Edgar Wright è stato forse un passo falso o una tappa necessaria per cercare di crescere in un settore che ormai non premia più l’originalità, ma solo l’usato sicuro.

Insomma, un modo per forgiare una nuova identità nel cinema di intrattenimento puro, che è sempre stato il suo obiettivo fin da L’alba dei morti dementi, nonostante la raffinatezza della sua regia. O forse aveva soltanto voglia di realizzare in maniera spensierata un piccolo sogno nel cassetto che aveva fin da adolescente, con tutte le semplificazioni e ingenuità del caso.

Giorgio Burani

(In copertina, poster di The Running Man di Cinematik.it)


“The Running Man” – Edgar Wright alla ricerca di una nuova identità è un articolo di Giorgio Burani. Clicca qui per altri articoli della sezione Cinema!

Ti potrebbero interessare
Cinema

“Avatar: Fuoco e cenere” tra reiterazione e rigenerazione

Cinema

“Father Mother Sister Brother” – Il trittico di Jim Jarmusch sui rapporti inevitabili

Cinema

“Frankenstein” di Guillermo del Toro – Un mostro bellissimo ma senza spigoli

Cinema

Dalla Cina con furore – “Ne Zha: L’ascesa del guerriero di fuoco”