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Storie di straordinaria generosità – La vita in una famiglia affidataria

famiglia affidataria copettina

Qualche anno fa, quando ero ancora in quarta ginnasio, una mia compagna di classe, Valentina, è venuta a scuola visibilmente giù di morale. Più tardi, sull’autobus, ho scoperto che era triste perché aveva dovuto salutare Dani, il bambino che la sua famiglia aveva in affido da qualche anno. Ma cosa significa essere una famiglia affidataria e come funziona l’affido dei minori?


Tutto iniziò qualche anno prima, con lo squillo di un telefono. Avvertirono dell’arrivo di un bambino di tre anni che aveva bisogno di una sistemazione temporanea, di una famiglia affidataria. Si tratta sempre di un ‘forse’, in questi casi, perché fino all’ultimo l’esigenza può cambiare, e per questo in genere si cerca prima la disponibilità delle famiglie di sangue. Comunque, al momento non c’erano genitori o altri parenti nelle condizioni di occuparsi di Dani.

Non abbiamo idea del periodo che questa famiglia stesse passando, ma i genitori di Vale avevano deciso di accogliere Dani dopo aver saputo che non era al sicuro nella sua casa di origine.

Chiaro, è una scelta da fare con ponderazione: come famiglia affidataria devi ragionare sul peso che una decisione del genere può comportare in termini economici, logistici e anche di serenità emotiva, che poi si trasmette al bambino. Si tratta di questioni improvvise e invasive, che possono piovere addosso quando una famiglia decide di diventare famiglia affidataria.

Sono passati molti anni da allora. Per Dani è arrivata finalmente una nuova casa dove poter continuare a vivere, e ora la mia amica è pervasa da una sensazione dolceamara. Un po’ è felice, perché per Dani è arrivata una famiglia che lo può crescere per sempre, con l’affetto che merita; un po’ è anche triste, perché sa che non potrà più godersi quotidianamente il suo fratellino, come ormai si era abituata a fare.

illustrazione affido
Illustrazione di Nik/Unsplash.

Che cos’è l’affido?

Per me era la prima volta che sentivo parlare di affido. Ma negli anni successivi, soprattutto grazie all’amicizia che ho stretto con Vale e la sua famiglia, ho avuto modo di avvicinarmi a questa realtà. Si tratta di una sorta di adozione temporanea di bambini e ragazzi minorenni. In genere, l’indicazione della durata può variare. Esistono anche storie di affido in cui famiglie hanno accolto un neonato per poi crescerlo fino a quando non è diventato maggiorenne, se non anche oltre.

Nella famiglia di Vale, nello specifico, sono sempre arrivati bimbi di non più di sei anni, rimasti in casa loro per un intervallo di tempo che è variato da qualche giorno a qualche anno.

Mentre la famiglia affidataria si prende cura del nuovo arrivato, chi di dovere cerca una sistemazione che sia quella definitiva per questi bambini. Per prima cosa, si spera sempre di risolvere la situazione che aveva portato i genitori biologici – volenti o nolenti – a separarsi dal figlio, per poterglielo riaffidare il prima possibile.

In alternativa, la ricerca vira sui parenti più vicini (per esempio i nonni, soprattutto se giovani). L’ultima soluzione a cui si ricorre è l’adozione da parte di una famiglia esterna al corredo genetico.

La quotidianità in una famiglia affidataria

In parallelo, è essenziale il ruolo della famiglia affidataria nella nuova quotidianità del bambino. Se questo viene forzatamente allontanato dalla casa in cui è nato, è perché quell’ambiente non è più, o non è mai stato, sano per lui.

Dunque, prima di tutto la famiglia affidataria colma il bisogno di affetto che c’è nella sua anima, ma non solo. L’esperienza di affido si propone anche come trampolino di opportunità nella crescita del nuovo arrivato.

Qualunque bambino, per esempio, ha il diritto di andare a scuola, frequentare i propri amici, inserirsi nelle dinamiche sociali e avere modo di coltivare i propri talenti.

Proteggersi dal dolore della separazione

Molto spesso (per fortuna) i bambini, nel giro di qualche anno, salutano la casa di Vale. Dunque, mi è venuto naturale chiedermi quale tipo di distanza emotiva – se bisogna tenerne una – sia necessaria per una famiglia affidataria nei confronti del bambino, come monito per ricordare che non vivrà in quella casa per sempre.

Vale mi ha risposto che, per lei, tutti i nuovi fratellini o sorelline sono diventati tali nel momento stesso in cui sono entrati nella sua cameretta, come se avessero sempre dormito lì con lei. Non erge nessuno scudo per proteggersi dalla sensazione dolceamara di vederli andare via.

Soprattutto, affezionarsi è l’unico modo con cui un estraneo possa guadagnarsi la fiducia di un bambino che, pur tanto piccolo, arriva già diffidente per via del suo passato. Qualcuno cresciuto, per esempio, con una madre tossicodipendente e senza il padre si è sempre dovuto occupare da solo di se stesso, e pertanto è più diffidente. I bambini così crescono più in fretta e pensano di non potersi fidare di nessuno.

Il legame con la famiglia affidataria

Per fortuna, con tempo, pazienza e senza alcuna barriera affettiva che separi gli affidatari dal nuovo arrivato, questo pian piano arriverà a sentirsi parte della famiglia, al punto che alcuni di questi bambini iniziano anche a riconoscere come mamma e papà i genitori di Vale.

Si tratta di un’altra delle faticose responsabilità che per necessità conseguono all’esperienza dell’affido. Il bambino deve imparare a riconoscere una famiglia in cui sta bene, per poi, in futuro, ricercare la stessa qualità di accoglienza che merita.

Illustrazione affido
Illustrazione di Harisankar Sahoo/Unsplash.

Dunque, non esiste una vera forma di protezione dal dolore della separazione, per entrambe le parti coinvolte. Tuttavia, se il legame è stato costruito in maniera funzionale ai bisogni del bambino, l’esito positivo del percorso compiuto ripagherà senza dubbio la fatica dell’allontanamento.

Prendersi cura di un figlio in affido

Ovviamente, restano delle differenze fra la gestione di un figlio altrui e la convivenza quotidiana con il proprio. Dopo essersi presi cura del proprio figlio per anni, si raggiunge un punto in cui tutto lo sforzo fatto nei suoi confronti viene ripagato.

Col tempo, il genitore arriva a conoscere le capacità e gli interessi del bambino, e così diventa più facile aiutarlo a trovare la strada migliore per lui. Si parla dei semini da piantare nel bagaglio personale del ragazzo, che si tratti di un corso di musica, di uno di arrampicata, o a quale scuola iscriversi.

La questione cambia per un bambino entrato nella sua nuova famiglia a cinque anni, per esempio. In quanto suo tutore solo per un certo periodo, bisogna essere molto più vigili rispetto ai suoi bisogni e potenzialità: è fondamentale non dare per scontati i ragazzi in affido, e per questo è necessaria una posizione d’ascolto ancora più attenta e sempre rispettosa.

Foto famiglia
Foto da Pixabay.

Far conoscere l’affido

È importante sottolineare che, anche se arriverà il momento dell’allontanamento, Vale continuerà a frequentare tutti quei fratellini che ha accudito con i suoi genitori insieme alle rispettive nuove famiglie. Ovviamente, nei limiti consentiti da distanza, disponibilità e volontà di trovarsi di entrambe le famiglie, che non si deve dare sempre per scontata.

Per tutta la durata del percorso, la famiglia affidataria non viene mai lasciata da sola. Deve essere pronta a prendersi carico sia di un’altra persona che del suo bagaglio emotivo; nonché, talvolta, di abitudini culturali molto distanti dalle nostre. Educatori, assistenti sociali e psicologi sono essenziali nel seguire le famiglie e il bambino nelle decisioni più importanti da prendere.

Come già accennato, diventare una famiglia affidataria è una scelta che comporta difficoltà e responsabilità che non tutti riescono a permettersi. Tuttavia, l’affido è anche una grande storia poco conosciuta di generosità e soddisfazioni. Sicuramente vale la pena anche solo cercare di diffonderla, così da coinvolgere quegli altruisti che, invece, avrebbero la possibilità di farlo, ma ne ignorano l’esistenza.

Arianna Bandiera

(In copertina foto di Ryan Stefan su Unsplash)


Storie di straordinaria generosità – La vita in una famiglia affidataria è un articolo di Arianna Bandiera. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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