Cultura

“Gramsci consiglia” – Quando il crimine diventa spettacolo

gramsci criminalità

La breve nota 27 del primo dei “Quaderni del carcere” di Gramsci ha ispirato il terzo episodio della rubrica “Gramsci consiglia“, che tratta il tema del racconto della criminalità. A più di un secolo di distanza, la stampa non smette di insistere sulla cronaca nera, a cui si sono aggiunti i podcast di true crime, la musica e le serie tv. Così, vittime di una sua spettacolarizzazione estrema, non sappiamo più riconoscere e combattere davvero la violenza. Che intanto dilaga.


Esiste, da sempre, una certa attrazione dell’uomo per la violenza. Il meccanismo è semplice: il sollievo di non trovarci nei panni della vittima ci porta a voler vivere virtualmente le più crude efferatezze. Molto spesso, poi, si tratta di semplice, morbosa curiosità.

Il macabro ci trascina in un vortice ubriacante di emozioni. Di fronte a un caso di cronaca nera, quindi, diventiamo dipendenti dai dettagli. E vogliamo antefatti, anticipazioni e testimonianze dirette dei coinvolti. L’importante è compatire la vittima o odiare il carnefice. E, talvolta, provare una paradossale, perversa attrazione per quest’ultimo.

Quel che è certo è che perdiamo il contatto con la realtà. La violenza come tema diventa un contorno, le sue manifestazioni esteriori, invece, l’essenziale. Lo spettacolo che offre ci attira, la sua sostanza no. Così facendo, però, rischiamo di dimenticare l’obiettivo di affrontare l’argomento seriamente, in quanto problema della contemporaneità.

Un interesse figlio della scienza o della letteratura?

Non sempre le note di Gramsci sono lunghe analisi piene di dati e considerazioni. Al contrario: molto spesso sono brevi passi di poche righe, che si chiudono con indicazioni di lettura o domande aperte.

Questo è sicuramente il caso della nota 27 del primo Quaderno, nella quale Gramsci scrive le seguenti parole (p.22):

Postumi del basso romanticismo? La tendenza della sociologia di sinistra a occuparsi della criminalità. Legata al fatto che a tale corrente avevano aderito Lombroso e altri che parevano allora la suprema espressione della scienza? O un postumo del basso romanticismo del 48 (Sue ecc.)? O legato al fatto che in Italia impressionava questi uomini la grande quantità di reati di sangue ed essi credevano di non poter procedere oltre senza aver spiegato scientificamente” questo fenomeno?

Antonio Gramsci, nota 27 primo quaderno

La domanda si potrebbe riformulare così: l’interesse per il racconto della criminalità è frutto di interessi scientifici o è solo un retaggio culturale, figlio di una certa letteratura rubricabile come ‘bassa’? L’autore non fornisce una risposta precisa; forse considerava valide entrambe le ipotesi.

Inoltre, esattamente come nella nostra contemporaneità, la necessità di parlare della violenza sembra essere originata da ciò che accade fuori. I frequenti reati di sangue, infatti, esigono quasi istintivamente una spiegazione.

La romanticizzazione del bandito

Accogliamo gli spunti di Gramsci e analizziamo innanzitutto il caso della ‘bassa letteratura’. In Europa, infatti, nella seconda metà del Settecento si diffuse la tendenza alla romanticizzazione del bandito, che iniziava a essere visto come esempio di ribellione al conformismo sociale borghese.

hernani victor hugo
L’Ernani di Giuseppe Verdi, ispirata dall’omonima opera di Victor Hugo (Immagine: MeisterDrucke).

Il bandito, infatti, era considerato meno cattivo e corrotto della società, molto più intollerante e spietata verso gli ultimi. Un sentimento, questo, condiviso dall’animo inquieto di diversi scrittori di fine Settecento e inizio Ottocento.

Victor Hugo, ad esempio, ripone il germe della ribellione nel personaggio errabondo di Hernani (protagonista dell’opera omonima); similmente, Schiller, con I Masnadieri, mostra come il bandito romantico abbia uno sviluppo decisivo proprio nella letteratura drammatica tedesca.

Quanto a Eugène Sue – citato direttamente da Gramsci nella nota –, è doveroso parlare di Les Mystères de Paris. L’opera, uscita a puntate sul Journal de débats, produsse al tempo una quantità di adattamenti, imitazioni e riscritture con pochi eguali nella letteratura occidentale.

In Italia il romanzo e le sue versioni europee contribuirono alla diffusione dei filoni letterari –spesso dimenticati – dei ‘misteri’ e della criminalità urbana. Ancora una volta, dunque, Gramsci dimostra la conoscenza dei generi considerati dalla critica ‘d’appendice’, eppure non meno importanti per la storia culturale del Paese.

Ma torniamo all’opera. In essa, Sue analizza le contraddizioni di una tipica città ottocentesca in espansione. L’allargamento del tessuto urbano, infatti, porta con sé problematiche irrisolte come la sovrappopolazione e l’aumento della microcriminalità. L’ipocrita società parigina, tuttavia, non punisce i veri criminali, ma si preoccupa di criminalizzare solo chi vive nelle condizioni più misere.

Eppure, se quegli uomini non riescono a diventare cittadini onesti è proprio per via del contesto degradato in cui vivono.

L’attrazione per la violenza oggi

L’attrazione per la violenza, oggi, trova grande spazio nella nostra cultura. Il fascino per la deviazione e i comportamenti antisociali ha portato alla nascita di una serie di prodotti audiovisivi che hanno – e continuano ad avere – grandissimo séguito.

Primi su tutti i podcast di true crime, genere narrativo basato sul racconto di crimini avvenuti nella vita reale. Si potrebbero citare tanti esempi a riguardo (da Veleno a Indagini): basti sapere che, negli ultimi tre anni, il podcast più ascoltato in Italia su Spotify è stato quello della youtuber Elisa True Crime. Le sue storie – va detto, molto ben documentate e affrontate con ammirevole delicatezza – trattano settimanalmente di serial killer, brutali femminicidi, casi irrisolti e misteriose sparizioni.

Inoltre, sempre più serie tv mettano al centro delle proprie trame vicende criminali. Oltre alle arcinote Gomorra e Top Boy, che trattano di violenza ai margini e nei quartieri, ci sono serie dal taglio più adolescenziale come Euphoria (al cui interno il tema trova spazio nei personaggi di Fezco e Ashtray).

Un discorso analogo vale anche per la musica. Il dibattito sulla trap si è ormai riempito di luoghi comuni e pedanti riflessioni moralistiche, ma resta un dato certo: i testi di alcuni artisti di grande successo sono sempre più intrisi di violenza. La domanda, dunque, sorge spontanea: i cantanti di oggi ne parlano sempre di più perché spinti da un contesto precario e difficile?

Al netto di ogni paternalismo, infatti, è lecito chiedersi se l’aggressività del mondo esterno abbia ricadute sui contenuti, se li renda cioè la fotografia di una realtà sempre più violenta (soprattutto tra i giovani). Analogamente, è altrettanto lecito domandarsi quanto gli stessi contenuti inducano inconsciamente all’emulazione. Il dibattito è ancora – e continuamente – aperto.

Lombroso e la “sociologia di sinistra”

L’altro importante riferimento di Gramsci è a Cesare Lombroso.Medico, giurista, antropologo e criminologo italiano, Lombroso fu esponente di spicco del pensiero positivista, ed è stato il fondatore dell’antropologia criminale e, in un certo senso, anche della criminologia moderna.

Lombroso nelle sue analisi è ispirato dal darwinismo sociale, dal momento che teorizza il concetto di ‘criminale per nascita’. Per lui, chi commette un crimine lo farebbe per caratteristiche anatomiche differenti da quelle di una persona normale. Determinate anomalie e atavismi sarebbero pertanto la causa naturale del comportamento socialmente deviante.

Da queste premesse deriva che l’inclinazione criminale si eredita geneticamente, e può essere affrontata solo con un approccio clinico-terapeutico. Un metodo che oggi – è facile intuirlo – è destituito da qualsivoglia fondamento scientifico.

Tuttavia, a Lombroso va riconosciuto il merito di essere stato il primo studioso che ha intrapreso in modo sistematico l’analisi della figura del delinquente. Non a caso, sarà il suo pensiero a dar vita alla Scuola positiva di diritto penale, con la quale il concetto di pericolosità morale, progressivamente, prenderà il posto della nozione di responsabilità morale.

Gramsci, inoltre, accenna a un’influenza del pensiero lombrosiano nella ‘sociologia di sinistra’. A ben vedere, però, molta parte della sociologia socialista dell’epoca si distaccò dalle affermazioni di Lombroso, che non consideravano la preminenza delle condizioni sociali ed economiche alla base dell’impulso criminale.

Ciononostante, parte di quella stessa sociologia (soprattutto con Enrico Ferri) assorbì quel metodo positivista per l’importanza che esso dava all’osservazione empirica. Da ciò – con il contestuale rigetto dell’idea di repressione del criminale – deriva l’approccio riformista al problema: se migliorano le condizioni sociali della popolazione, i reati diminuiscono.

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La classificazione su base anatomica di Cesare Lombroso (Foto: Polizia Penitenziaria).

I ‘maranza’: la deriva di una sottocultura giovanile?

Recentemente mi è capitato di sentire parlare di La periferia vi guarda con odio di Gabriel Seroussi (Agenzia X, 2025). Il testo, piuttosto originale nel panorama dell’editoria italiana, sostiene che i ‘maranza’ sono innanzitutto una comunità marginalizzata e razzializzata da una certa parte dei media e della società.

Questo accade perché da un lato sì, alcuni ‘maranza’ si contraddistinguono per azioni di cieca aggressività. Ma è altresì vero che una certa parte dell’opinione pubblica non vuole riconoscere un’Italia in profonda trasformazione, soprattutto all’interno delle sue città.

La musica rap, nel mentre, dà crescente spazio ad esponenti di questa classe sociale, che tra outfit riconoscibili e testi molto espliciti raccontano la brutale realtà delle periferie dimenticate dallo Stato. Anche in questo caso, forse, con qualche eccesso tipico delle sottoculture giovanili.

Non bisogna neanche cadere nel tranello della romanticizzazione della precarietà: le esistenze di chi vive ai margini non devono essere estetizzate, ma semmai comprese come difficoltà concreta. La violenza giovanile è un problema che danneggia tanto le vittime, quanto chi la perpetra.

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La perfieria vi guarda con odio di Gabriel Seroussi (Copertina: IBS).

A questi stessi giovani, peraltro, spesso manca un solido modello educativo, tra famiglie assenti e istituzioni che si voltano dall’altra parte. E così, condizionati anche dalle narrazioni tossiche dei social, i ‘maranza’ replicano desideri e conseguenti comportamenti che alimentano quel sistema malato che li opprime.

Cercare di ottenere lussuosi status symbol e quella ‘ricchezza’ tanto sbandierata, infatti, non farà altro che alimentare in questi soggetti un meccanismo di frustrazione. La stessa che li allontana, inevitabilmente, da percorsi più sani di riscatto alternativi alla criminalità, che online viene spesso edulcorata se non addirittura eroizzata.

Insomma: per l’ennesimo problema complesso servono soluzioni complesse. Riconoscere la – pericolosamente ambigua – esaltazione della violenza è doveroso; ma per evitare la sterile indignazione bisogna fare anche un passo avanti. Come ha insegnato la sociologia dopo Lombroso, bisogna riflettere sulle cause profonde del problema.

L’accoltellamento a Milano: l’indignazione al comando

Nella copertura mediatica dei fatti di cronaca contemporanei, invece, quest’ultimo tipo di approccio sembra mancare.

Una notizia che ha scosso l’opinione pubblica recentemente è stata quella dell’aggressione a Milano di uno studente della Bocconi. Nel corso di una consueta notte di movida, il giovane, uscito da un locale nei pressi di corso Como, è stato avvicinato da un branco di cinque individui (due diciottenni e tre minorenni) che l’hanno picchiato, rapinato e accoltellato. Come se non bastasse, la vittima ha riportato lesioni permanenti a una gamba, rimanendo invalido.

Il caso ha fatto scalpore anche per il comportamento degli aggressori. I ragazzini, infatti, si sarebbero vantati in chat in modo sprezzante. Uno dei loro messaggi basta a descrivere il tenore di cattiveria: “speriamo che schiatti”.

L’aggressione in Corso Como del 12 ottobre. Foto: Il Fatto Quotidiano.

Di fronte a simili circostanze, come è facile immaginare, la storia ha fatto il giro del web e ondate di commenti hanno invaso i post di questa notizia. Nella lecita (e doverosa) indignazione, però, ci sono stati solo altro odio cieco, discorsi dozzinali da pedagoghi dell’ultima ora e tanta retorica trita e ritrita.

Fatti come l’aggressione di Milano mobilitano sempre l’opinione pubblica, ma in modo improduttivo. Tra strumentalizzazioni e facile rancore l’ennesimo fatto di cronaca nera è diventato l’occasione per parlare di una generica perdita dei valori, senza una seria analisi strutturale di casi come questo. Che intanto scorrono nei nostri feed, senza che nulla cambi.

Dopo l’emozione, l’immobilismo

L’impressione, dunque, è che il racconto della criminalità viva di autoreferenzialità. Si sollevano lamentele tra le frange più conservatrici e le stesse, peraltro, abbracciano narrazioni sempre più reazionarie. Un’altra parte dell’opinione pubblica, invece, per imbarazzo politico sembra ignorare il problema della sicurezza, che intanto è diventato un tema sempre più urgente. Da un lato quindi abbiamo la destra, che non aspetta altro se non mettere alla berlina il primo ‘maranza’; dall’altro una sinistra pavida, che scambia la sicurezza con l’autoritarismo.

Non sorprende dunque che un politico come Salvini strumentalizzi i reati da strada per attaccare l’etnia nordafricana, quasi a sottolineare (per l’appunto!) una connessionelombrosiana’ tra ‘crimine’ e ‘immigrato’. Dall’altro lato, però, i progressisti sembrano sottovalutare che avere strade più sicure non necessariamente comporta politiche ‘fasciste’. Al contrario – vista la paura di molte donne a girare di notte – l’obiettivo può diventare una battaglia persino ‘femminista’.

Nell’immobilismo, intanto, lo spettacolo vince. Il fruitore medio di true crime, terminato l’ennesimo podcast, leggerà le nuove vicende di cronaca nera, e vi cercherà soprattutto i dettagli morbosi e truculenti.

Come rispondere, oggi, alle domande sollevate da Gramsci? Quanto (adesso, sarebbe meglio dire) l’audiovisivo di consumo’ influenza la narrazione del crimine? Quanto lo fa la sociologia? La risposta è difficile, ma una considerazione si può trarre. Studiamo pure i contesti e i moventi per cogliere le ragioni razionali che sottostanno alla violenza, ma questa colpisce prima di tutto le nostre emozioni, da sempre. Essere spettatori del male, in fondo, è e sarà sempre più comodo che affrontarlo davvero.

Martino Giannone


Gramsci Consiglia – Il paradossale caso del giacobinismo di destra è un articolo di Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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