Politica

Strategia o demagogia? – Cos’è davvero la National Security Strategy

National Security Strategy

L’Europa si ritrova ancora una volta a discutere una forte presa di posizione di Donald Trump, stavolta attraverso la pubblicazione del rapporto sulla strategia per la sicurezza nazionale rilasciato da poco dalla Casa Bianca. Ma guardando oltre l’Europa, cosa contiene questo documento, e come andrebbe interpretato correttamente?


Un altro brusco risveglio

È passato quasi un anno dal ritorno al potere di Donald Trump, e per il mondo ciò ha significato una serie di conseguenze: dazi e guerre commerciali, una retorica difficile da interpretare o verificare, e molta confusione. La Cina, ad esempio, si è vista dapprima catapultata in una guerra al rialzo sui dazi, per poi raggiungere un fragile accordo.

La retorica di Trump è comunque rimasta estremamente aggressiva, con il Presidente che rimane ben conscio del rischio che il Dragone costituisce a livello economico e geopolitico, soprattutto per la spinosissima questione di Taiwan.

Il grande vicino della Repubblica Popolare è l’altro attore globale per cui l’avvicendamento di Trump alla Casa Bianca ha significato un importante cambio di passo: se durante l’amministrazione Biden la Russia vedeva alle spalle dell’Ucraina invasa un blocco quasi perfettamente coeso, il ritorno del Tycoon ha aperto nuovi scenari dai risvolti ancora ignoti, in cui la sintesi di fondo risulta però chiara: finché giova agli interessi americani, qualunque tipo di risoluzione del confronto può ritenersi accettabile, sia essa favorevole all’aggredito o ad un aggressore che Donald Trump non ha mai nascosto di apprezzare, anche pubblicamente.

Un cambio di passo che sta lasciando l’Europa sempre più smarrita e confusa persino sulla possibilità di poter decidere sul proprio destino.

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Vladimir Putin e Donald Trump al ‘Summit per la pace’ in Alaska lo scorso agosto (fonte: Reuters).

Cosa sta significando, dunque, la seconda amministrazione Trump per il Vecchio Continente? Al di là dei dazi, dell’instabilità politica e dell’incertezza, risulta a tratti sconcertante la maniera in cui capi di Stato e vertici delle istituzioni UE stanno reagendo ad ogni, ennesima, mossa fuori dalle righe del Tycoon.

Quella a cui si sta assistendo ormai da un anno assomiglia sempre di più a una dinamica di coppia, in cui un partner ha più volte messo in chiaro la decisione di chiudere il rapporto, con l’altro che prontamente cade dalle nuvole, promette di adoperarsi per andare avanti, ma rimane ogni volta vittima dei propri limiti e delle proprie complessità, rimandando il passo in avanti ad un futuro non ben determinato.

E l’Europa ha ricevuto non pochi segnali di brusco distacco: dal discorso inaugurale in cui si faceva più volte riferimento al ritorno dell’America First per una nuova “epoca d’oro americana”, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, in cui il vicepresidente JD Vance ha pubblicamente sbeffeggiato i leader europei sul proprio impegno nella difesa Atlantica e, soprattutto, sulle “preoccupanti limitazioni alla libertà di parola” perpetrate dalle istituzioni europee.

E ancora, lo scontro nello Studio Ovale con il presidente ucraino Zelenskiy, a cui è seguito il precipitoso annuncio da parte della commissione Von Der Leyen del piano ReArm Europe (poi convertito in un meno aggressivo Readiness 2030), e la convocazione alla Casa Bianca dei leader europei all’indomani del meeting in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin a fine agosto – ad oggi ancora privo di risvolti decisivi.

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L’eloquente immagine dei leader europei chiamati a raccolta da Trump all’indomani del vertice in Alaska (fonte: la Casa Bianca).

L’ultimo evento a scatenare il dibattito è stato la pubblicazione della National Security Strategy da parte della Casa Bianca nei primi giorni di dicembre. Ma di cosa si tratta esattamente?

Di cosa stiamo parlando

La National Security Strategy è un documento redatto dell’amministrazione in carica, che ha l’obiettivo di identificare le principali aree di importanza e criticità strategica per gli USA, e di delineare le modalità operative per affrontare tali impellenze.

Dal 1991, quando l’amministrazione di George H.W. Bush l’ha pubblicata per la prima volta, la NSS ha assunto caratteri estremamente contrastanti, a seconda dell’orientamento politico e ideologico del presidente in carica.

Se quella di George W. Bush era dedicata in larga parte a giustificare la controversa dottrina della guerra preventiva, messa in atto all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, il piano pubblicato da Barack Obama nel 2010 prometteva di distaccarsi dal retaggio dell’amministrazione precedente, dando maggior risalto alla necessità di rafforzare la presenza commerciale statunitense sui mercati globali, affrontare la minaccia del cambiamento climatico e valorizzare legami strategici con le potenze emergenti, segnatamente Russia, Cina e India.

Queste potenze nel report successivo targato Trump sarebbero state definite come “revisioniste”, in un documento che si esprimeva già in termini decisamente più aggressivi e protezionisti, ripresi con forza nell’ultima versione pubblicata dalla seconda amministrazione Trump all’inizio di dicembre.

Tra le righe

Il documento si presenta in maniera compatta e semplice, sia a livello strutturale che contenutistico: una breve introduzione firmata dal Presidente in cui si elogia l’operato di questo primo anno, un paio di paragrafi dedicati prima a criticare l’amministrazione di Joe Biden e una “élite” che dalla fine della Guerra Fredda avrebbe provato ad imporre il dominio americano su tutto il globo nella convinzione che fosse nell’interesse degli USA, per poi elogiare nuovamente la virata imposta da Donald Trump con il suo ritorno alla Casa Bianca.

Le nostre élites hanno erroneamente calcolato la volontà dell’America di fare da spalla per sempre ai fardelli del mondo intero, con i quali il popolo americano non ha visto alcuna connessione con l’interesse nazionale.

NSS 2025, pagina 1.

Segue poi una sezione particolarmente interessante, che assume le fattezze di un comunicato politico-ideologico, diverso dal tono di un report di analisi strategica e direzione politica. Il paragrafo What Do We Want Overall? (“Cosa vogliamo in generale?”) conta ben dieci capoversi che iniziano con l’invocazione We want (“Noi vogliamo”), richiamando, in maniera ironicamente involontaria, la struttura di alcuni manifesti propri delle campagne per i diritti civili e la giustizia sociale che dal secondo dopoguerra hanno incendiato l’opinione pubblica statunitense.

In sintesi, “Noi” (Il popolo americano? Il Partito Repubblicano? Il Presidente?) pretende un rinnovato controllo su componenti fondamentali dello Stato: dai confini – con particolare attenzione a quello meridionale con il Messico – all’evoluzione tecnologica, sia per scopi civili che militari e geostrategici.

Una nuova linfa per i settori energetico e strategico, su cui gli USA conservano tuttora un potenziale di enorme rilevanza, il tutto per preservare l’efficienza del ‘soft power americano’ nell’influenzare la sovranità di nazioni indipendenti. Così si trova nel testo:

Vogliamo preservare l’ineguagliabile “soft power” degli Stati Uniti, attraverso cui esercitiamo influenza positiva attraverso il mondo per perseguire i nostri interessi.

NSS 2025, pagina 4.

Si conclude poi con una chiosa su quella che si sta rivelando una delle battaglie più importanti dell’amministrazione Trump, che ha come principi chiave cultura e ideologia:

Vogliamo la restaurazione e il rinvigorimento del benessere spirituale e culturale dell’America, da cui la sicurezza nel lungo termine non può prescindere. Vogliamo un’America che abbia a cuore le sue glorie passate ed i suoi eroi, e che guardi ad una nuova età dell’oro.

NSS 2025 pagina 4.
National Security Strategy
Pete Hegseth nello Studio Ovale annuncia la restituzione del “Dipartimento della Guerra” in luogo del Dipartimento della Difesa (fonte: ABC news).

La “nuova” dottrina Monroe

La National Security Strategy 2025 simboleggia perfettamente l’amministrazione al potere: è pragmatica e diretta. Lo dimostra l’atteggiamento con cui l’America di Trump annuncia di volersi rivolgere al resto del mondo: una strategia di contenimento e cementazione dell’influenza sull’emisfero occidentale, che stronchi sul nascere qualsiasi entità minacci, nel medio o lungo termine, di opporsi all’egemonia americana.

Più di un anno fa avevamo già affrontato la questione della necessità del ridimensionamento di un’America già consapevole di non poter essere il ‘poliziotto del mondo’, e come questo processo potesse avvenire in maniera sostenibile.

Oggi assistiamo alla codificazione del cosiddetto ‘Corollario Trump’ della Dottrina Monroe – la strategia adottata nel 1823 per assicurare l’indipendenza americana da qualsiasi interferenza esterna (in particolare europea), e consolidare i propri asset strategici nel mondo.

Due secoli dopo, la dinamica ha subìto cambiamenti sostanziali: gli avamposti da difendere e sostenere sono ormai sparsi per i vari continenti – con ampio spazio dedicato al mantenimento delle posizioni in Medio Oriente, così come alla difesa di Taiwan, baluardo politico e soprattutto commerciale nell’Indo-Pacifico per gli USA.

Anche il rapporto con l’Europa cambia fortemente: da antico padrone da cui si volevano prendere definitivamente le distanze, il Vecchio Continente è ormai visto come una palla al piede che l’America sente il bisogno di lasciare andare – e tuttavia è anche uno spazio da modellare forzatamente, nella cultura e nella società, secondo i propri interessi.

Vogliamo supportare i nostri alleati […] restaurando la fiducia in sé stessi della civiltà dell’Europa e l’identità europea. Vogliamo impedire ad una potenza rivale di dominare il Medio Oriente, il suo olio e le sue riserve di gas, e i colli di bottiglia attraverso cui scorrono […]

NSS 2025, pagina 5.

È con questo argomento che l’amministrazione giustifica l’intervento militare nella guerra tra Israele e Iran la scorsa estate con l’operazione Midnight Hammer, in cui secondo il presidente Trump gli Stati Uniti avrebbero (p. 1) “annientato la capacità di arricchimento dell’uranio dell’Iran”, anche se a pagina 28 dello stesso documento si fa riferimento a una più modesta “significativa riduzione del programma nucleare iraniano”.

National Security Strategy
(fonte: Limes)

Proposte e perplessità

La sezione operativa del documento accosta interventi in settori apparentemente disgiunti, in un atteggiamento che costituisce uno dei pilastri del pensiero trumpiano: energia, difesa, economia e ricerca scientifica non possono essere slegati dall’ideologia. Sono tutti elementi che bisogna plasmare e rivedere sotto una lente nuova, quella per cui l’approccio MAGA è l’unica scelta possibile.

Così, il ‘Corollario Trump’ fa sì riferimento al non-interventismo professato sin dai tempi dei Padri Fondatori, ma abbraccia allo stesso tempo un cosiddetto Flexible Realism per cui gli Stati Uniti sono autorizzati a spingere gli alleati ad abbracciare le norme che condividono, “perseguendo i nostri interessi nel fare ciò”.

Questo nuovo approccio al bilateralismo non è tuttavia l’unico riferimento presente alle relazioni internazionali: più volte si fa riferimento ad organizzazioni transnazionali che limitano la libertà e la sovranità degli USA, in un montare di critiche che porterà poi al paragrafo dedicato all’Unione Europea.

La politica economica di Trump è sicuramente chiara da un punto di vista: l’imperativo deve essere bilanciare la disparità con i Paesi con cui gli USA intrattengono un deficit commerciale, proseguendo con l’utilizzo dei dazi per concludere accordi commerciali favorevoli.

Dopotutto, il mondo è stato riportato a una brusca realtà da un’amministrazione fortemente contraria alla globalizzazione e al libero mercato, come anche esplicitato nell’introduzione del Presidente a pagina 1; anche se a pagina 22 si fa riferimento al libero mercato capitalista come uno degli asset principali per cui gli Stati Uniti dovrebbero provare a rilanciare la propria competitività sui mercati globali, in particolar modo in quello asiatico.

Anche sulla questione dello sviluppo economico, la direzione risulta difficile da comprendere: non si definiscono precise strategie per rilanciare l’economia e il ceto medio; si esplicita semplicemente l’intenzione di volerlo fare, premiando sempre il merito, ma mettendo prima di ogni altra cosa il lavoratore americano. Resta solo da capire: come?  

Verso una nuova NATO

Un altro punto cardine dichiarato dall’amministrazione Trump verso la sostenibilità economica è la divisione delle responsabilità, soprattutto in àmbito di difesa: un’ampia sezione è dedicata a notare come le spese degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica siano estremamente inferiori rispetto a quelle americane.

I giorni in cui gli Stati Uniti puntellavano il mondo intero come Atlante sono finiti. Contiamo tra i nostri molti alleati e partner dozzine di nazioni benestanti e sofisticate che devono assumersi responsabilità primaria per le loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva.

NSS 2025, pagina 12.

È importante notare come si faccia esplicito riferimento alla necessità di transitare verso una NATO più europea, sia dal punto di vista logistico che economico: una prospettiva dopotutto già auspicata dagli stessi leader europei, che hanno da tempo ammesso la necessità di sviluppare un apparato di coordinamento e difesa autonomo dal controllo americano. La stessa premier Meloni ha commentato la pubblicazione del documento perfettamente in linea con questa idea:

[…] quello che c’è scritto nel documento strategico al di là dei giudizi sulla politica europea dice con toni più assertivi qualcosa che nel dibattito tra Usa e Ue va avanti da tempo. È un processo storico inevitabile, l’Europa deve capire che se vuole essere grande, deve essere capace di difendersi da sola. Io lo dico da molto prima che me lo segnalassero gli Usa. Quando appalti la sicurezza a un altro devi sapere che c’è un prezzo da pagare. Quindi avanti non perché lo dicono americani.

Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni con il segretario generale della NATO Mark Rutte (fonte: Governo Italiano).

Make Europe Great Again?

Al centro della polemica non è dunque questa ulteriore presa di consapevolezza circa il rinnovo dei rapporti di forza all’interno della NATO, ma l’interferenza americana in un altro campo estremamente sensibile. Più volte all’interno del documento compaiono riferimenti all’interesse americano di influenzare la cultura dei Paesi alleati e di allinearla ai propri dettami.

È però sull’Unione Europea che l’Amministrazione si scaglia più volte con violenza. Un intero comma è dedicato a “Promuovere la grandezza Europea”, attribuendo alla crisi economica che attraversa il continente “alle regolazioni nazionali e transnazionali che minano la creatività e l’industriosità”. Per intenderci, si tratta dei filtri stabiliti dalle istituzioni europee per cui prodotti di bassa qualità o dannosi per la salute dei cittadini, come la maggior parte di quelli disponibili sul mercato americano, vengono respinti dai mercati europei.

Le stesse regolazioni che provano a porre un argine alla svendita della privacy catalizzata dall’innovazione digitale; ultimo esempio, la sanzione per 120 milioni di euro a Elon Musk per sistematiche violazioni del Digital Services Act sulla trasparenza. Naturalmente, a seguito della vicenda Musk ha cominciato a chiedere a gran voce lo scioglimento dell’Unione.

Il commento dell’amministrazione Trump si spinge però oltre al giudizio della libertà di iniziativa economica, andando a colpire l’Europa nella sua cultura, e nella sua possibilità di autodefinirsi ed eventualmente cambiare:

I più grandi problemi che coinvolgono l’Europa includono attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitto, censura del free speech e soppressione dell’opposizione politica, abbattimento della natalità, e perdita delle identità nazionali e self-confidence.

NSS 2025, pagina 25.

La questione morale

Posto che il controllo dei flussi migratori e il calo della natalità sono problemi reali, su cui le istituzioni europee non hanno fatto abbastanza per garantire livelli rassicuranti di redistribuzione e aumento delle nascite nel prossimo futuro, risulta quanto mai contrastante il fatto che determinate accuse vengano formulate proprio dagli Stati Uniti d’America.

Si parla di limitazione del free speech e minaccia alla libertà politica quando è di pochi giorni fa la notizia secondo cui il Dipartimento di Stato ha ordinato ai propri funzionari consolari di negare i visti d’ingresso a chiunque abbia svolto attività di moderazione dei contenuti, fact-checking, gestione della disinformazione o ruoli riconducibili all’ambito della ‘trust & safety’, spalancando ancora di più le porte al nichilismo critico e cognitivo in cui gli USA stanno ormai da mesi annegando con la seconda amministrazione Trump.

La stessa amministrazione che sta portando avanti la proposta di controllare l’attività social degli ultimi cinque anni di chiunque richieda un visto (anche per soggiorni brevi) per entrare negli States.

Il lato più preoccupante della questione non sono tuttavia le parole di un Presidente che fin dall’inizio ha abituato a toni sopra le righe, ma da un lato l’impreparazione di un’Europa che, come fatto notare all’inizio, sembra risvegliarsi ogni volta in un mondo che non conosce, e allo stesso tempo la totale impotenza nell’affrontare la questione.

In un contesto geopolitico mondiale in cui gli equilibri tra potenze sono ad un momento di transizione decisiva, l’Unione Europea non riesce ancora a identificare una strategia unitaria, dando tra l’altro corda a quei partiti nazionalisti ed euroscettici a cui gli USA hanno esplicitamente offerto il proprio supporto nell’ottica di destabilizzare le istituzioni europee.

L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questo risveglio dello spirito, e la crescente influenza di partiti patriottici Europei è pertanto motivo di grande ottimismo.

NSS 2025, pagina 26.
Alice Weidel, leader del partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland, più volte appoggiata dall’amministrazione Trump (fonte: Euronews).

Cosa può imparare l’Europa

La National Security Strategy pubblicata dalla seconda amministrazione Trump è un documento insolito per i presupposti da cui nasce: l’analisi strategica e geopolitica, il framework di partenza, lascia spesso spazio a toni propagandistici e provocatori, passando allo stile che il mondo ha imparato ad associare alla dialettica del presidente Trump.

È una fonte imprecisa, in molti punti contraddittoria, ma che sicuramente riesce a comunicare due concetti: gli Stati Uniti hanno ridefinito le proprie priorità, e gli altri Paesi dovranno adeguarsi di conseguenza, siano essi concorrenti o alleati di lunga data.

Allo stesso tempo, in questa dinamica di ridimensionamento strategico gli USA non permetteranno l’emergere di possibili potenze antagoniste, né tantomeno crepe valoriali o di veduta strategica tra gli alleati nella propria sfera d’influenza.

Tutto ciò continuando ad influire in maniera sempre più esplicita nella politica interna, dunque nella sovranità stessa, di questi attori che, almeno in Europa, non sembrano ancora in grado di uscire da questo pericoloso limbo: un’Europa che si prenda le proprie responsabilità sembra essere negli interessi degli USA, che hanno allo stesso tempo la pretesa di dettarne la traiettoria culturale e politica.

Il primo passo dovrà necessariamente essere accettare la necessità di andare avanti da soli come unica opzione per sopravvivere da sovrani. E, finalmente, capire come agire per cambiare le cose.

Matteo Minafra

(In copertina, immagine creata dall’intelligenza artificiale ChatGpt)


Strategia o demagogia? – Cos’è davvero la National Security Strategy è un articolo di Matteo Minafra. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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