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Elia Milani ci riporta le “Voci dal confine” tra Israele e Palestina

Elia Milani Voci dal confine

A Bologna, presso le Librerie.coop Ambasciatori, il 26 novembre Elia Milani ha presentato il libro “Voci dal confine. Otto anni di storie tra israeliani e palestinesi” (Mondadori, 2025) insieme a Desideria Cavina e Stefano Dambruoso, e ha riportato al centro del dialogo un Israele che raramente arriva in Italia: non un Paese compatto, ma un mosaico di società diverse, attraversato da divisioni e fratture insanabili. In questa intervista, ci racconta come stanno cambiando equilibri, percezioni e possibilità di convivenza in un momento decisivo sia per Israele che per la Palestina.


Voci, volti e speranze dal confine

Elia Milani ci porta dove la normalità è un equilibrio fragile: con il suo arrivo a Gerusalemme, “eterna capitale”, apre una finestra ai lettori sulla realtà e complessità di un conflitto che sembra inesauribile, raccontato attraverso un mosaico di voci, volti e speranze

L’obiettivo del libro è quello di dare uno sguardo al conflitto, non solo oltre i titoli di giornale, ma soprattutto superando confini come la Green Line, per vedere come due popoli coesistono. Anche a una prima occhiata tra le pagine, sarà facile notare quanto sia radicata la questione religiosa: i luoghi sacri condivisi e contesi, i suoni che richiamano i fedeli alla preghiera e le diverse tradizioni che incidono sulla quotidianità dei cittadini, come l’abitudine di celebrare il Sabbath. 

Soprattutto, nel libro Milani si concentra su quanto tutto questo contribuisca a definire ritmi, comportamenti e relazioni di due popoli che convivono in un unico territorio e devono costruire, passo dopo passo, storia dopo storia, il loro percorso di pace.


Davide Lamandini: In Italia, il dibattito pubblico su Israele tende spesso a restituire l’immagine di un Paese omogeneo; se differenze ci sono, si sono viste tuttalpiù quando si è parlato delle manifestazioni fatte dalle famiglie degli ostaggi del 7 ottobre per ottenere la liberazione dei loro parenti. Tu, nel corso della presentazione di questa sera, hai invece sottolineato che non esiste un’unica società israeliana, ma una pluralità di diverse voci, in certi casi anche in contrasto fra di loro. Quali sono, quindi, queste società?

Elia Milani: L’ex presidente di Israele Reuven Rivlin, in una dichiarazione di qualche tempo fa, ha descritto le “tribù del Paese e quindi le diverse componenti della società israeliana. 

Intanto, ci sono gli ultraortodossi, cioè i gruppi religiosi che si riconoscono per il cappello nero e l’abito bianco, e che non hanno soltanto un orientamento politico, ma anche una visione ideologica e culturale molto specifica. Sono, di fatto, una categoria distinta dalle altre.

Poi, in secondo luogo, ci sono i laici, in particolare quelli che vivono a Tel Aviv e che si riconoscono nell’idea di Medinat Yisrael [l’idea di “Stato di Israele” spesso contrasta con l’idea di Eretz Yisrael, “Terra di Israele”, due concetti che si possono in certi casi sovrapporre ma generalmente non coincidono: il primo richiama lo Stato moderno di Israele, proclamato nel 1948 e fondamentalmente laico; il secondo fa riferimento invece al concetto molto più ampio di Terra di Israele in senso biblico, Ndr.]. 

E, ancora, ci sono gli arabi israeliani, che rappresentano circa il 20% della popolazione – circa due milioni di persone – e sono cittadini arabi che vivono all’interno del Paese. Poi, ci sono le comunità di origine etiope. Infine, ci sono i coloni, cioè gli israeliani che scelgono di vivere negli insediamenti. 

Quindi, non esiste un’unica società israeliana, ma molte realtà diverse

Tra l’altro, Israele non ha una Costituzione, e questo dipende da una scelta di Ben Gurion, uno dei padri fondatori dello Stato [Primo Ministro di Israele dal 1948 al 1954 e poi dal 1955 al 1963, Ndr.]: mettere per iscritto punti di riferimento validi per tutti era – ed è – molto complicato, anche perché, al momento della nascita di Israele, gli ebrei arrivavano da tutto il mondo: dall’Argentina, dall’Europa, dallo Yemen, dall’Iraq; anche da questo si vedono le fratture interne allo Stato.

Davide Lamandini: Eppure, dall’esterno si tende spesso a percepire Israele come un’entità monolitica, dove all’idea di un Paese corrisponde un’unica posizione politica – che coincide, almeno in linea teorica, con quella del governo Netanyahu.

Elia Milani: Certo, questo accade anche per una naturale semplificazione, perché il governo guidato da Benjamin Netanyahu è l’organo che prende le decisioni; però il governo Netanyahu è stato votato da una società – come abbiamo visto – profondamente frammentata.

È chiaro che, quando si racconta una realtà molto distante, i confini tendono a diventare più marcati: da qui Israele può sembrare un monolite, privo di differenze interne; invece, quando si va effettivamente sul posto, lo si capisce subito: anche senza essere esperti di geopolitica, basta prendere un treno da Tel Aviv a Gerusalemme per rendersi conto che il Paese è formato da mondi diversi e diverse società.

Elia Milani Voci dal confine

E di conseguenza, anche le reazioni agli eventi – dalla guerra a Gaza a ciò che accade in Cisgiordania – sono molto differenti.

Davide Lamandini: Restando su questo tema, da Gaza arrivano sostanzialmente due propagande: quella israeliana e quella di Hamas, ciascuna costruita secondo logiche e interessi propri. In che misura ciò che riceviamo è influenzato da queste due letture contrapposte e quanto, invece, è il risultato di una realtà parziale, fatta di omissioni e informazioni incomplete?

Elia Milani: È complesso, perché il mio lavoro, quello del giornalista, consiste proprio nel riconoscere quando una propaganda è propaganda. E, soprattutto in casi come quello del conflitto israelo-palestinese, la propaganda non si presenta mai in modo smaccatamente falso: è molto più subdola e difficile da individuare

Uno dei modi per affrontare temi così delicati è indicare sempre la fonte dell’informazione: dire chi afferma una determinata cosa. Se una notizia arriva dall’esercito israeliano, per esempio, è chiaro che risponda a certi interessi; se la comunica Hamas, sappiamo che ne ha altri. E questo è fondamentale per la comprensione del conflitto, soprattutto per chi – come molti giovani – lo ha seguito principalmente attraverso i social e non tramite la televisione. 

A livello di immagini, infatti, penso che la maggior parte della propaganda arrivi proprio dai social. Sono uno strumento straordinario, ma presentano un problema: spesso si guarda senza verificare. Circolano molte immagini che in realtà sono vecchie, e non tutti hanno il tempo o la possibilità di dedicarsi interamente a questo tema. Con uno spazio limitato e una quantità enorme di contenuti, diventa difficile orientarsi nella marea di informazioni che arriva.

Davide Lamandini: Alla luce di quanto detto stasera e della consapevolezza di avere a che fare con un quadro così frammentato, secondo te di fronte a quale bivio si trova oggi Israele, e quali sono le direzioni tra le quali il Paese è chiamato a scegliere in questa fase?

Elia Milani: Intanto, il prossimo sarà un anno elettorale: a ottobre 2026 – o forse anche prima – Israele andrà al voto. Bisognerà capire quale direzione prenderà il Paese: se sceglierà la strada della laicità e delle libertà, e garantirà quindi il rispetto dei diritti delle minoranze, oppure se imboccherà un percorso opposto.

Il bivio è possibile perché Israele è un Paese molto più mediorientale di quanto si creda. È vero che, guardando Tel Aviv e le eccellenze dell’high-tech, si può avere un’altra impressione, ma la realtà è diversa, con tutti i pro e i contro dell’essere mediorientale.

Ricordiamoci poi che nel Medio Oriente non ci sono molte forme democratiche. Per questo esiste il rischio che Israele imbocchi una strada che lo allontani sempre di più dall’idea di democrazia per come la intendiamo noi. La democrazia in Israele al momento è presente, ma è una democrazia imperfetta: alcuni diritti non sono garantiti pienamente nemmeno a una parte della popolazione, come gli arabi.

È vero che all’interno della comunità israeliana ci sono arabi israeliani che ricoprono ruoli importanti – giudici, membri della polizia, rappresentanti politici – ma esistono anche tentativi di ridurre l’accesso ai servizi, soprattutto in alcuni villaggi arabi.

Copertina Voci dal confine
Copertina del libro Voci dal confine di Elia Milani.

E, come riportato di recente, c’è persino la volontà da parte di alcuni esponenti del governo di escludere completamente un partito arabo-israeliano.

Davide Lamandini: In Voci dal confine emerge il tema della convivenza tra israeliani e palestinesi. Alla luce di quanto è accaduto il 7 ottobre – e della sproporzionata e tragica reazione israeliana successiva che ormai definiamo “genocidio” senza timore di smentita – secondo lei questa convivenza è ancora possibile?

Elia Milani: Nel libro a un certo punto racconto la storia di Abdullah [pp. 54-67, Ndr.], un saldatore di Rafah, nel sud di Gaza, che aveva un rapporto molto stretto con Roni, un signore di un kibbutz nel centro di Israele. Da quando aveva dieci anni andava in quel kibbutz a lavorare: usciva da Gaza, lavorava, poi tornava a casa. Con il tempo è diventato quasi un membro della famiglia di Roni: faceva il kabat e sono diventati amici. Era un rapporto davvero molto, molto stretto.

Quando, prima del 7 ottobre, ci sono state delle escalation militari e Gaza veniva bloccata da Israele, nessuno poteva uscire. Roni continuava comunque a pagare lo stipendio di Abdullah, che era rimasto a Gaza. Dopo il 7 ottobre hanno continuato a sentirsi al telefono e in videochiamata. Roni mi ha sempre detto: “Io prenderei domani Abdullah a lavorare nel kibbutz con me di nuovo, ma adesso credo che mia moglie non voglia più perdermi”.

Perché? Perché quello che è successo il 7 ottobre ha fatto sì che anche una parte degli israeliani favorevoli alla convivenza con i palestinesi perdesse fiducia; ed è tutta una questione di sfiducia reciproca. Ci sono però dei casi – a Gerusalemme e in altre zone di Israele e della Palestina – dove la convivenza esiste ancora: racconto, per esempio, di scuole in cui arabi ed ebrei studiano insieme.

Questo significa che, nella realtà, la convivenza è tecnicamente possibile, ma oggi c’è un clima di sfiducia e una mancanza di volontà politica che la fanno slittare sempre più in là. La sfiducia prevale e molte persone pensano che sia arrivato il momento di dire “Basta, abbiamo punito Hamas per quello che è successo”.

C’è poi una vignetta molto nota, diffusa sui giornali israeliani, in tre riquadri: nel primo c’è un bambino tra le macerie di Gaza; nel secondo si alza, più grande; nel terzo tiene in mano un fucile e indossa la fascia di Hamas. 

Il messaggio, per gli israeliani, è che quel bambino, domani, potrebbe volerli uccidere; e per questo sentono di dover mettere al primo posto la sicurezza.

Vignetta Elia Milani
Immagine: Cartoon Movement.

Intervista a cura di Davide Lamandini
Con la collaborazione di Alice D’Alessandro

(In copertina e nell’articolo, Elia Milani; fonte: Luce!)


L’intervista a Elia Milani per la presentazione di Voci dal confine è stata realizzata in collaborazione con Librerie.coop Ambasciatori; un ringraziamento particolare a Elia Milani e a Giuditta Bonfiglioli.

Sull'autore

Classe 2000. Mi piacciono le storie, qualsiasi sia il mezzo che le fa circolare o la persona che le racconta. Credo nella letteratura, nel tempo che passa e nelle torte al cioccolato per le giornate più tristi. Aspetto con impazienza domani e, nel frattempo, leggo, scrivo e traduco qualche lingua morta persa in un passato lontanissimo.
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