La nota 44 dei “Quaderni del carcere” (Einaudi, 1975) – che ha ispirato la rubrica “Gramsci consiglia” – dedica ampio spazio al concetto di ‘giacobinismo’. Una fazione della Rivoluzione francese, infatti, è presto diventata più genericamente un modo fanatico ed estremo di intendere la politica. In epoca post-unitaria ne è stato espressione Francesco Crispi con le sue campagne coloniali in Africa. Oggi, i centri di rimpatrio in Albania sembrano la nuova frontiera di questo tipo di propaganda eclatante.
Non solo una fazione della Rivoluzione francese. Come affrontato nello scorso numero di questa rubrica, il giacobinismo, nella Storia, è stato anche altro: coerenza fanatica nelle proprie idee, portate all’estremo in modo da generare consenso.
Sulla base di questo assunto, nella nota 44 dei Quaderni Gramsci analizza la personalità e l’operato di Francesco Crispi, presidente del Consiglio del Regno d’Italia dal 1887 al 1891. In particolare, l’autore dei Quaderni sottolinea la sostanziale inutilità delle dispendiose campagne coloniali in Africa volute dal Primo ministro. Queste, infatti, assomigliavano più a un’operazione di propaganda che a un investimento conveniente per il Paese.
“Crispi è ‘giacobino’ solo in questo senso. Per il suo programma egli è un moderato puro e semplice. La sua “ossessione” giacobina è l’unità politico territoriale del paese” (p.45). Così Gramsci parla di Crispi e, soprattutto, del giacobinismo, inteso non tanto come dottrina politica ma come attitudine.
Francesco Crispi: da rivoluzionario a moderato
Francesco Crispi fu uno dei politici italiani più influenti dell’età post-unitaria. Nei suoi esordi politici, partecipò ai moti rivoluzionari del 1848 come patriota mazziniano e fu grande sostenitore dell’unificazione.
Crispi è considerato un esempio canonico di trasformismo politico, perché da rivoluzionario repubblicano divenne esponente del nuovo Stato monarchico, moderando parecchio le sue posizioni. Si distinse, inoltre, per un pragmatico adattamento alle situazioni, condizione che lo rese disponibile spesso a maggioranze fluide e alleanze di comodo.

Da Presidente del Consiglio promosse alcune importanti riforme sociali come il codice Zanardelli (che prevedeva abolizione della pena di morte e libertà di sciopero) ma d’altra parte si batté sempre per contrastare anarchici e socialisti.
Crispi promosse, infine, una forte centralizzazione dello Stato e una politica coloniale aggressiva. Il suo governo, però, cadde dopo il disastro di Adua (1896), massima prova dei limiti del suo progetto espansionistico. A guidare l’Italia venne così chiamato il suo rivale politico principale: Giovanni Giolitti.
Crispi è davvero contro il sistema?
Crispi “odia i moderati come persone” (p.45) in quanto attaccati al vecchio potere dei sovrani locali contrari all’unità d’Italia. Per lui era impossibile fare l’unità con i non unitari. Piuttosto, la monarchia piemontese poteva essere la guida giusta per raggiungere l’obiettivo. Crispi arrivò così ad abbracciare “il principio-fatto dell’egemonia piemontese con una energia e una foga che non avevano gli stessi politici piemontesi” (p.45).
Infatti, a differenza di Cavour, Crispi sostenne l’esistenza di uno stadio d’assedio in Sicilia in occasione delle rivolte dei Fasci siciliani, uno dei movimenti di massa di ispirazione socialista avversati (come già detto) dal Primo ministro. Pretestuosamente, accusò i Fasci di tramare con l’Inghilterra per la separazione dell’isola e si alleò con i latifondisti, classe più unita in funzione anticontadina.
Come se non bastasse, per garantire “una vera indipendenza” al Paese e allargare la classe dominante, Crispi rafforzò l’industria settentrionale e il protezionismo, anche a danno del Meridione.
Se il precedente governo di Sinistra – confermando il fiscalismo della Destra – aveva fatto “la politica della destra con uomini e frasi di sinistra” (p.45), Crispi si confermò direttamente come vero uomo della borghesia. “La sua figura è diminuita dalla sproporzione tra i fatti e le parole” (p. 45), chiosa Gramsci.
Il colonialismo e la propaganda del “miraggio della terra”
La politica coloniale di Crispi era anch’essa legata alla sua ossessione unitaria e si faceva portavoce della tradizione retorica-letteraria dell’espansionismo. Questa, non avendo alcuna base economico-finanziaria, faceva leva sul desiderio di terra da parte dei contadini meridionali.
A prendere il posto della base reale dell’impresa, dunque, c’era la passionalità. Il “miraggio della terra” (p.46) diventò così fonte d’ispirazione per molti intellettuali siciliani, creando una nuova egemonia, sospettosa di qualsiasi aria di separatismo.

Gramsci cita come esempio Il Mattino, giornale di Edoardo Scarfoglio, africanista e amico di Pascoli (autore di La grande proletaria si è mossa). Il quotidiano era crispino, anche se manifestava a volte un violento anti-settentrionalismo a tinte separatiste e borboniche. Come nota Gramsci, però, questo dualismo si doveva all’indole da giornalisti nati dei fratelli Scarfoglio, furbi a intuire rapidamente gli umori delle correnti popolari.
Giacobinismo storico e giacobinismo crispino: le differenze
Il giacobinismo crispino è basato su una vuota retorica. “È sulle parole d’ordine di ‘unità e indipendenza’ senza tener conto del concreto contenuto politico che i moderati formarono il blocco nazionale sotto la loro egemonia” (p.50).
Invece – a differenza del Partito d’Azione –, i giacobini (veri) conquistarono con la lotta la loro funzione di partito dirigente. Attraverso essa, infatti, imposero alla borghesia francese posizioni molto più avanzate di quelle che avrebbe adottato spontaneamente.
La fuga in avanti e la creazione di fatti compiuti irreparabili: questa è stata la strategia della Rivoluzione Francese. La spinta dei giacobini e le resistenze delle vecchie classi, infatti, radicalizzarono le – inizialmente moderate, riformiste e corporative – intenzioni della borghesia (componente più organizzata del disomogeneo terzo Stato). Infatti, non appena i borghesi furono a un passo dall’accettare i compromessi delle vecchie classi, i giacobini ne ghigliottinarono i rappresentanti più reazionari.
I giacobini – unico partito della rivoluzione – vanno dunque oltre gli interessi contingenti perché pensano anche a quelli del domani. Così come non si occupano solo degli interessi del terzo Stato attuale, ma anche di coloro che potrebbero farne parte in futuro. Come vedremo, lo stesso non si può dire delle politiche di Crispi.

Il linguaggio giacobino come strumento di egemonia
Il linguaggio dei giacobini rappresentava perfettamente gli interessi popolari di quell’epoca, nel solco delle tradizioni e della cultura francese. Il primo obiettivo era annullare la classe avversaria e impedire la controrivoluzione; il secondo era allargare gli interessi della borghesia, estendendoli al terzo Stato e mettendoli a servizio della lotta.
I risultati? Opporre un bersaglio più largo ai colpi della classe avversa e togliere a questa ogni zona di passività, sfruttabile per creare eserciti vandeani. I giacobini, insomma, forzarono la mano non solo creando lo Stato borghese, ma rendendo la borghesia classe dominante, egemone, “cioè dettero allo Stato una base permanente” (p.51).
I giacobini sono sempre rimasti al livello di classe. Lo dimostra il fatto che, dopo la morte di Robespierre, non vollero riconoscere agli operai il diritto di coalizione e pertanto spezzarono il blocco di Parigi. Il Termidoro, alla fine, ebbe il sopravvento e la rivoluzione fu sopraffatta dai suoi limiti, dettati da “quistioni nuove” (p. 51).
Gramsci cita poi alcuni intellettuali (tra cui Gobetti) sostenitori della teoria del Risorgimento come ‘conquista regia’. I giacobini invece, non fecero mai la rivoluzione in Italia, semplicemente perché un loro partito non nacque mai, a causa di una borghesia troppo debole.
La temperatura storica in Europa
Gramsci, inoltre, spiega che diversa era la temperatura politica in Italia, Francia, Germania e Inghilterra nel processo di presa del potere da parte della borghesia. Se in Francia, come detto, il fenomeno avvenne nel modo più compiuto, lo stesso non si poté dire per le altre nazioni.
In Germania la parola d’ordine giacobina– “rivoluzione permanente” – arrivò da Marx nel 1848 e la borghesia ottenne il governo economico-industriale; le vecchie classi feudali, tuttavia, rimasero ampiamente privilegiate nei settori dell’esercito, dell’amministrazione statale e della terra. Queste classi, inoltre, erano anche gli intellettuali tradizionalisti che esercitavano l’egemonia culturale.
In Inghilterra avvenne la rivoluzione borghese anche per mano delle – giacobine – “teste rotonde” di Cromwell; le vecchie classi privilegiate, però, rimasero un ceto governativo e il riferimento intellettuale della borghesia inglese.


L’importanza dei fattori internazionali
Alla base di queste differenze certamente ci sono ragioni internazionali. Il giacobinismo è legato alla Francia perché questa attraverso di esso ha esercitato un’egemonia. Tuttavia, con Napoleone ha esportato, oltre a energie nuove, un indebolimento delle energie negli Stati conquistati. Ognuno di questi ha così accolto la temperie giacobina in modi diversi.
In Italia, ad esempio, Cavour avversò la fuga in avanti della spedizione garibaldina di Quarto, in quanto temeva che potesse compromettere i rapporti con le potenze estere. Salvo poi cambiare idea a fronte dell’inedito entusiasmo provato dall’opinione pubblica europea successivamente.
Oltre una categoria astratta
Infine, Gramsci riflette sull’esito della parola d’ordine giacobina di Marx. Essa fu ripresa e intellettualizzata dal “gruppo Parvus-Bronstein”, che però la trasformò in mero astrattismo. La corrente a loro opposta, invece, decise di impiegarla nella sua forma storica, “come scaturiente da tutti i pori della società che occorreva trasformare, di alleanza tra due classi con l’egemonia della classe urbana” (p.54).
In sintesi, dunque, abbiamo da un lato il temperamento giacobino senza il contenuto politico (Crispi), dall’altro – senza etichetta intellettualistica – “temperamento e contenuto giacobino secondo i nuovi rapporti storici” (p.54).
Ieri il colonialismo, oggi la caccia all’immigrato
A distanza di più di un secolo i protagonisti dell’agone politico sono cambiati, ma certi meccanismi sono rimasti immutati. La promessa di un radicale cambio di orizzonte resta il fuoco per accendere l’animo degli elettori. Promettere scenari radicalmente nuovi, sulla pelle di altri esseri umani, resta un fattore di attrazione per il ‘popolino’ più reazionario, che ha bisogno di nemici esterni per legittimarsi.
Ieri il colonialismo, oggi gli immigrati. Ciò che sta fuori in qualche modo attira, nel bene e nel male. Se promettere la conquista di nuove terre africane aizzava gli animi dei contadini più precari, oggi promettere la cattura o il rimpatrio degli immigrati genera un consenso quasi fideistico. È così che le persone vessate dalle angosce generate dall’attuale recessione economica si affidano all’uomo forte.
Lo abbiamo visto in Germania, quando l’AfD a Karlsruhe ha spedito volantini-biglietti aerei di sola andata per il Paese d’origine a inquilini di seconda generazione. Fortunatamente, però, il partito – non essendo attualmente al governo – non ha potuto portare fino in fondo simili provvedimenti. Come Crispi con il colonialismo, tuttavia, ha comunque mobilitato un viscerale consenso con un’azione eclatante.
In America, invece, i mezzi istituzionali ci sono, dato che governa Trump. Così, in quella che dovrebbe essere la nazione del melting pot per eccellenza, il presidente ha mobilitato l’ICE per catturare e deportare sommariamente quanti più cittadini immigrati. E alcuni di questi, sin dai primi mesi del suo insediamento, sono stati rispediti fuori dai confini con aerei militari (e annessa separazione di intere famiglie).


Vuota propaganda: Meloni e i ‘centri di accoglienza’ in Albania
L’attuale Governo di destra italiano, ancora una volta, non ha voluto sfigurare agli occhi di questi campioni del sovranismo sciovinista. Dopo i proclami di una campagna elettorale che dura da ben prima del 2022, Giorgia Meloni ha dovuto dare delle risposte ai suoi elettori. I provvedimenti anti-immigrazione tanto urlati ai comizi, in qualche modo, necessitavano di una realizzazione icastica.
Ed è nata così l’idea dei centri di rimpatrio in Albania. Con un discusso accordo – firmato ormai due anni fa – il premier albanese Edi Rama ha concesso all’Italia di usare il porto di Shengjin e l’area di Gjadër. I centri di rimpatrio lì adibiti avevano lo scopo di gestire l’ingresso dei migranti, la loro temporanea permanenza, l’analisi delle domande di asilo e gli eventuali rimpatri. In particolare, l’identificazione avveniva a Shengjin, mentre il centro di permanenza per il rimpatrio si trovava a Gjadër.
Eppure, a un anno dalla loro apertura, i centri sono semivuoti. E l’investimento di 670 milioni di euro in cinque anni è ormai rubricabile come una spesa tanto grande quanto inutile. Dall’agosto 2025 i migranti irregolari sono stati trasferiti regolarmente ogni due settimane. Poi, da ottobre, ogni settimana.
Attualmente sono presenti nel centro di Gjadër 25 persone e le condizioni in cui vivono sollevano forti perplessità sul rispetto dei loro diritti umani. Il 30% dei migranti è stato rimpatriato (con modalità legalmente illecite), mentre la maggioranza – il 70% – è stata riportata in Italia per mancata convalida dei provvedimenti.

Quando una propaganda muore
Il primo novembre, un centinaio di manifestanti albanesi e italiani ha protestato di fronte al centro di detenzione di Gjadër. L’iniziativa, organizzata dal Network against migrant detention, ha voluto ribadire che diversi tribunali italiani si sono espressi a sfavore dell’accordo tra Italia e Albania: chiudere i richiedenti asilo in centri di detenzione è illecito, anche in territorio non europeo.
Questa sentenza è stata confermata anche dalla Corte di giustizia europea, a causa del mancato adempimento della direttiva rimpatri e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu)
La realtà esiste, e bisogna farci i conti. Se controllare i flussi migratori è necessario, sfruttare il pretesto (e i soldi pubblici) per fare propaganda no (anzi, è illegittimo). Forse, più che di ‘crispine’ imprese senza gloria, l’Italia ha bisogno di riabituarsi a provvedimenti basati su logica e competenza. Con buona pace dei cuori più passionari.
Martino Giannone
(In copertina, immagini di Abe Books e Studenti.it)
Gramsci Consiglia – Il paradossale caso del giacobinismo di destra è un articolo di Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
