Giovedì 27 novembre 2025, presso l’Arci Ueiss San Marino a Bentivoglio (Bologna), si è tenuto l’ultimo evento dell’anno organizzato da Giovani Reporter. Ospite della serata lo storico militare Gastone Breccia, che, intervistato da Eleonora Pocognoli, ha presentato al pubblico il suo nuovo libro “L’ultimo inverno di guerra. Vita e morte sul fronte dimenticato” (il Mulino, 2024).
Giovedì 27 novembre 2025, a Bentivoglio, più precisamente all’Arci Ueiss San Marino, si è svolto l’ultimo appuntamento annuale firmato dalla redazione di Giovani Reporter, che ha trasformato il circolo in un piccolo osservatorio sulla memoria bellica passata e presente.
Protagonisti della serata sono stati lo storico militare Gastone Breccia, che ha presentato la sua ultima fatica, cioè L’ultimo inverno di guerra. Vita e morte sul fronte dimenticato (il Mulino, 2024), ed Eleonora Pocognoli, che ha moderato la serata e ha guidato l’autore non meno che il pubblico dentro le pagine del libro.
Gastone Breccia: le tattiche di guerra, di ieri e di oggi
Gastone Breccia è un esperto di teoria militare e di guerriglia e controguerriglia. Ha condotto ricerche sul campo in Afghanistan e in Kurdistan, e oggi è professore di Storia militare presso l’Accademia militare di Modena.
Il suo ultimo libro, L’ultimo inverno di guerra. Vita e morte sul fronte dimenticato, racconta la storia dei partigiani e dell’Italia durante l’inverno del 1944.
L’inverno del 1944 è stato l’inverno più duro della Seconda guerra mondiale, almeno per la popolazione italiana: sotto la pioggia e il fango l’offensiva anglo-americana si era dovuta arrestare, e le diverse azioni sovversive condotte dai partigiani hanno dovuto fare i conti con la reazione nazi-fascista.

L’autore racconta, quindi, i mesi durissimi della repressione, tra l’eroica guerriglia dei partigiani e la feroce tenacia dei tedeschi nel difendere la valle del Po.
A partire dal tema centrale del libro, Eleonora Pocognoli ha intervistato Gastone Breccia per tracciare un ponte tra le guerre del passato e quelle del presente (in particolar modo si è parlato della Guerra in Ucraina), in modo da capire come la guerra stia mutando tra nuove tecnologie e uno scenario geopolitico sempre più complesso.
La guerra, purtroppo, è un tema sempre di più di stretta attualità. Il professore, ricollegandosi al passato per parlare del presente con dovizia di dettagli, ci illustra quali sono i pericoli e le difficoltà che possono emergere sul fronte e al di là di esso.
Ecco alcuni dei passaggi più significativi della presentazione del 27 novembre.
Eleonora Pocognoli: In L’ultimo inverno di guerra scrive che a un certo punto, nell’inverno tra il 1944 e il 1945, si combatte per inerzia. Cosa significa e quanto questo aspetto della guerra si è ripetuto fino ai conflitti attuali?
Gastone Breccia: I tedeschi si erano accorti, ben prima del proclama di Alexander, che l’offensiva anglo-americana per l’inverno del 1944-45 era fallita. C’è un passo del diario di Kesserling del 23 ottobre 1944 in cui scriveva che, dopo aver ispezionato le sue divisioni, i suoi soldati erano riusciti a respingere l’avanzata alleata, gli ufficiali erano col morale alto e i comandanti erano tranquilli. Molti partigiani, d’altro canto, non sapevano che l’offensiva era fallita e il proclama fu un duro colpo alla loro morale. A quel punto, i partigiani dovevano passare sulla difensiva e i civili sapevano che avrebbero affrontato mesi durissimi di fame.
Perché in questo periodo la guerra si trascina? Perché è difficile uscirne finché una delle due parti non è veramente nelle condizioni di non combattere più. I tedeschi avevano ancora un obiettivo strategico chiarissimo: difendere la valle padana, una delle ultime zone dove una produzione industriale discreta aiutava lo sforzo bellico della loro patria. Non si combatteva, quindi, per niente.
Per giunta, le cosiddette Wunderwaffen, le armi segrete di Hitler, in quei mesi incutevano timore agli Alleati. Nessuno sapeva se il Führer avesse o meno l’arma atomica nel dicembre del 1944.
E i tedeschi avevano già reso operative le V2, i primi missili balistici della storia, che all’epoca era impossibile intercettare; cadevano indisturbati nella città inglesi – come Londra – facendo migliaia di vittime […].

Paradossalmente, fu più un problema mantenere il morale e la volontà di combattere tra gli Alleati. Nell’esercito anglo-americano c’era gente di tutti i tipi: neozelandesi, indiani, sudafricani, rhodesiani, greci e addirittura una brigata ebraica. Era un esercito multinazionale e non capiva il motivo di dover liberare, ad esempio, tre giorni prima Bologna quando, ormai, si sapeva che i sovietici stavano arrivando sempre più vicino a Berlino.
Ci furono, quindi, molti più casi di diserzione tra gli Alleati che non tra i tedeschi. Anche perché, se un soldatino inglese disertava e fuggiva nelle retrovie, il suo sergente una volta che l’aveva acchiappato, non lo avrebbe mandato né in galera né davanti al plotone d’esecuzione. Gli dava, invece, una sculacciata e poi lo riportava a combattere; per un soldato tedesco le conseguenze sarebbero state ben diverse.
È veramente difficile capire il morale delle truppe ed è per questo che le guerre non finiscono facilmente. Fino all’ultimo il soldato sta con i suoi compagni e obbedisce agli ordini perché sa che è più rischioso non obbedire.
Non si pone il problema se la guerra sia giusta o sbagliata, o se la sua patria è bombardata e non c’è più speranza. Il militare è sul campo di battaglia e deve fare quello che gli dicono i suoi superiori.

La guerra finisce soltanto quando c’è una tale disparità di forze per cui uno dei due eserciti crolla, sennò si tiene duro fino alla fine.
E. P.: La misinformazione e disinformazione vengono oggi utilizzate come delle armi, basti pensare a quello che succede con la guerra russo-ucraina. Questa è la dimostrazione che oggi la guerra oggi si combatte anche con altri mezzi, ovvero ingaggiando una guerra ibrida contro il nemico. Cosa significa questo termine? Quali sono le novità militari in questo ambito?
G. B.: Per guerra ibrida si intende una guerra condotta con mezzi che si mantengono al di sotto della guerra aperta, ossia qualsiasi cosa non comporti il ricorso a una violenza tale da scatenare una reazione convenzionale. Il sabotaggio del Nord Stream 2 da parte degli ucraini è un caso di guerra ibrida. Hanno colpito una risorsa economica del nemico – senza ammazzare nessuno – ma non costituisce un atto di guerra in senso proprio.
Oggi la guerra ibrida è fondamentale. L’esito della guerra in Ucraina dipende dall’aiuto dell’Europa e degli Stati Uniti; quindi, se noi smettiamo di inviare armi, gli ucraini perdono. E i russi, che lo sanno meglio di noi, cercano in tutti i modi di far sì che le nostre opinioni pubbliche costringano i nostri governi a smettere di aiutare gli ucraini, così hanno vinto loro. Questa è una strategia di guerra ibrida.
Questa forma di combattimento non è un’invenzione di oggi, ma è presente sin dall’antichità. Mi viene in mente, ad esempio, il re dell’Egitto tolemaico (Tolomeo IV Filopatore ndr) che, prima di condurre una guerra aperta per conquistare la Siria dei Seleucidi, cercò di corrompere il primo ministro del regno nemico in modo da trarne concreti vantaggi.

È difficilissimo per le democrazie contrastare la guerra ibrida. Andrebbero adottate altrettante misure di guerra ibrida, ma per un Paese come il nostro sono difficili da adottare. Pensate a cosa accadrebbe un domani, sui nostri mezzi di informazione, se venisse fuori che un nostro agente segreto ha fatto esplodere una linea ferroviaria in un Paese ostile. Giustamente cadrebbe il governo il giorno dopo […].
Il nostro sistema democratico è contrario all’uso di mezzi di guerra ibrida, perché tutto va fatto sotto la luce del sole con l’approvazione degli organi preposti […]. La guerra ibrida, invece, fa uso di azioni nascoste fino a che il nemico non comincia ad accusarne gli effetti.
Pertanto, noi come democrazie, che abbiamo dei valori in cui io credo profondamente e che vanno difesi, siamo in difficoltà nel difenderci da sistemi di guerra ibrida.
E. P.: La guerra in Ucraina, poi, ha aperto una nuova frontiera che è la guerra combattuta con i droni. Questo rivoluziona il combattimento, il modo in cui impatta il clima e la conformazione del territorio, no?
G. B.: Secondo alcune statistiche, circa l’80% dei morti di entrambe le parti è causata – direttamente o indirettamente – da droni […]. L’effetto dell’uso così estensivo dei droni sul campo di battaglia è che, paradossalmente, siamo ritornati indietro a un tipo di guerra che assomiglia più alla Prima guerra mondiale che alla Seconda.
Si pensava, fino a poco tempo fa, che la guerra convenzionale fosse di manovra, come quella degli americani in Iraq. In realtà, oggi siamo ritornati indietro perché, grazie alla ricognizione […], far manovrare oggi diventa difficilissimo. Si manovra soltanto a piccoli gruppi, di notte o con la nebbia, perché altrimenti vieni colpito. Perciò si sta nelle trincee e nei caseggiati dove i droni faticano a individuarti.

È diventata una guerra di posizione e logoramento, quella russo-ucraina. Il volto della battaglia è cambiato in questo senso. A questo proposito, io ho parlato e mi sono scritto con combattenti ucraini. E mi hanno riferito che è un incubo vivere in un mondo in cui hai continuamente il ronzio dei droni sopra la testa.
Sai che quegli apparecchi o ti vedono e avvertono qualcuno di aprire il fuoco, o ti vedono e poi ti ammazzano […]. Vivere nascosti nel campo di battaglia non è sempre possibile. Possono farlo di più i difensori, che stanno nascosti in posizioni preparate. Chi attacca, invece, deve scoprirsi e le perdite sono proibitive.
(In copertina, immagine dell’evento)
L’evento con Gastone Breccia a Bentivoglio del 27 novembre 2025 è stato realizzato da Giorgio Burani, Alice D’Alessandro, Francesco Faccioli, Davide Lamandini ed Eleonora Pocognoli. Si ringrazia Giorgio Burani per la scrittura del comunicato stampa e la sbobina dei escerti di intervista.
