Mercoledì 26 novembre al Teatro Principe di Milano è andato in scena “L’Italia che non si parla”, un evento organizzato da Astra-Bocconi in cui Giuseppe Cruciani e Carlo Calenda si sono confrontati sulla polarizzazione politica nel nostro Paese e più in generale in Occidente. Tra i diversi temi affrontati ci sono stati astensionismo, social network e manipolazione dei media. Il fil rouge dell’evento è stato: cosa significa essere liberali? Essere per la libertà assoluta o per una libertà limitata?
Dopo settimane di intensa organizzazione, mercoledì 26 novembre il grande evento di Astra-Bocconi si è svolto regolarmente. “L’Italia che non si parla“, infatti, ha infiammato finalmente il Teatro Principe di Milano. In questa prestigiosa sede si sono confrontati Giuseppe Cruciani – noto conduttore del programma radiofonico La Zanzara – e Carlo Calenda, leader politico di Azione.
A guidare l’incontro è stato il tema della crescente polarizzazione politica della società. L’intenso scambio è stato moderato da Fausto Panunzi, professore di Economia dell’Università Bocconi.
Elezioni regionali e astensionismo
A introdurre il dibattito è il professor Panunzi, che ha chiesto se c’è qualche responsabilità politica nell’astensionismo. Il tema si pone, in particolare, a séguito delle elezioni regionali del 23 e 24 novembre, caratterizzate da una scarsa partecipazione tra gli elettori.
Per Calenda, se la politica di oggi “fa schifo” è responsabilità anche dei votanti. Il leader di Azione, a questo proposito, racconta la sua esperienza con gli elettori romani durante la campagna elettorale per le elezioni comunali del 2021.

Nessuno dei cittadini con cui aveva dialogato aveva ammesso direttamente di aver votato Virginia Raggi alle precedenti elezioni del 2016. Eppure, qualcuno doveva averlo fatto, se poi la candidata ha vinto.
Il racconto testimonia come non ci si prenda cura della politica perché non la si sente propria, ma – tutt’al più – “roba di qualcun altro”. Il rischio, quindi, è di trasformare la politica e il voto in una mera questione emotiva.
Azione: la proposta della coerenza contro la polarizzazione?
Calenda spiega che il suo partito cerca di mantenere una certa coerenza, sostenendo provvedimenti inseriti sia nel proprio programma sia in quello di altre parti, come Fratelli d’Italia. Un esempio di ciò è l’appoggio di entrambi i partiti alla separazione delle carriere. Solo in questo modo è possibile, secondo lui, costruire un rapporto di fiducia con il proprio elettorato.
Il professor Panunzi chiede allora se il leader di Azione non abbia il timore che votare i provvedimenti altrui crei disaffezione. Il senatore risponde di no: proprio questo distingue radicalmente la sua forza politica dalle altre.

Leggi e provvedimenti cambiano a seconda della necessità politica del momento. L’elettore, però, vede tutto come un gioco noioso. Per contrastare una simile impasse, secondo Calenda i temi della coerenza e del contrasto alla faziosità sono centrali.
Cruciani: l’astensionismo non è un problema
Dopo l’intervento di Calenda è il turno di Cruciani. Il conduttore radiofonico risponde anzitutto a una domanda di Panunzi relativa alla responsabilità del giornalismo e dell’informazione in generale per l’astensionismo: “C’è un cattivo racconto della politica che fa sì che le persone non siano incentivate a votare?”.
Cruciani – che tra le risate generali si dice “d’accordo su tutto e su niente” rispetto a quanto detto da Calenda – risponde in modo semplice: l’astensionismo italiano non è un problema. Infatti, in tutte le democrazie mature votano poche persone.
Gli altri quindi accettano il risultato.

Le persone che si lamentano sui social non votano, e perdono il diritto a protestare.
Le preoccupazioni sull’astensionismo, quindi, sono solo quelle che si scrivono sui social o sui titoli di giornale. Secondo il conduttore i risultati scontati, come nelle recenti regionali, portano astensionismo; viceversa, più elettori sono portati al voto là dove la lotta è possibile.
La ricerca del consenso
Cruciani contesta anche l’idea che un accademico sia necessariamente adatto alla politica. La politica infatti è un’arte, e non tutti la sanno praticare.
A tal proposito, ad esempio, Cruciani sostiene Calenda sulle posizioni pro-nucleare; tuttavia, del leader critica l’assenza di prese di posizione radicali e popolari in grado di raccogliere nuovo elettorato, e andare oltre il proprio bacino elettorale.

Il rischio, così facendo, è quello di arroccarsi sulle proprie posizioni di bandiera. Un tema del genere, ad esempio, è la sicurezza, che è stato abbandonato da una sinistra che non riesce a trovare leader che si espongano “in termini salviniani”.
A partire da queste riflessioni, Cruciani paragona la politica al marketing, ovvero alla vendita di un prodotto. Il discorso è senza mezzi termini: il consenso si raccoglie “raccontando minchiate e prospettando sogni”.
Un confronto tra passato e presente
Calenda riprende la parola per esporre la necessità di trasformare la rabbia e la paura in consenso elettorale per governare. La politica, d’altronde, è etimologicamente “arte di governo”.
Ma il rischio è proprio non fare nulla con questa rabbia, e ritrovarsi così con una rabbia diametralmente opposta, ma altrettanto sterile ed inutile. Ciò crea fratture nella società, a differenza di quanto accadeva in passato con i grandi ideali del comunismo (rappresentato dal PCI) e dell’anticomunismo (a cui faceva capo principalmente la DC).
Oggi il problema è di ordine antropologico: un progressista e un trumpiano negli Usa “si vogliono mettere le mani addosso”, e risulta faticoso riparare simili fratture.
Contestualmente, queste stesse fratture permettono alle potenze antidemocratiche di infiltrarsi e aggravarle ancora di più.

Cruciani, invece, è su posizioni diverse e critica la visione del passato di Calenda, divisa tra i due grandi blocchi storici. Durante la Prima Repubblica il modo di fare politica era totalmente diverso, intriso di vera violenza armata. Oltre a ciò, non mancava un rigido controllo dell’informazione, governata da poche grandi realtà giornalistiche e potentati economici.
Oggi la situazione, grazie ai social, è completamente cambiata: la violenza armata nella lotta politica non esiste più, e le minoranze a rischio sono poche. Inoltre, a differenza del passato le manifestazioni – come quelle per la Palestina – non durano a lungo.
Il senatore di Azione, allora, risponde puntualizzando che non ha alcun rimpianto della Prima Repubblica, né della sua comunicazione televisiva troppo ingessata. I grandi partiti del passato, però, si sono schierati contro la violenza. Oggi, invece, anche se non c’è estremizzazione violenta, il rancore c’è eccome, così come la totale estraneità alle istituzioni.
Il ruolo dei social nella polarizzazione
Il dibattito si sposta quindi sul tema dei social network. Tante persone – anche illustri – e imprese si fanno condizionare da migliaia di commenti sui social.
Calenda racconta a tal proposito un evento significativo: il caso delle elezioni presidenziali romene del 2024-2025. In quell’occasione un esponente filo-russo è riuscito – con il sostegno di finanziamenti esteri e l’aiuto di un’IA generativa – a costruirsi una solida base di consenso.
Questo, quindi, è un modo in cui i social rappresentano una minaccia. Le forze politiche estere, infatti, possono influenzare le regolari elezioni democratiche di un qualsiasi Paese. Il contrasto alle infiltrazioni, quindi, diventa fondamentale.

Cruciani, a tal proposito, è scettico, perché ritiene che gli elettori non si facciano influenzare “come idioti” dal primo influencer. Lo testimonia anche il caso di Rita De Crescenzo in Campania, a cui è stato dato un peso eccessivo nel caso del consigliere regionale escluso da Calenda proprio per aver coinvolto l’influencer in un ‘balletto‘ di TikTok in sede istituzionale.
Il conduttore radiofonico, peraltro, è dell’idea che sia fuorviante pensare che i follower si tramutino magicamente in “voto”.
I talk show sono bolle informative?
Il dibattito torna ad avere al centro il tema dell’informazione. In particolare, Cruciani cita il caso dei talk show, veri e propri strumenti per fare spettacolo a costi decisamente inferiori rispetto a qualsiasi altra trasmissione. Non sono pensati per informare, divulgare o per cambiare il Paese, ma sono costruiti ad arte per creare quel conflitto che genera il più facile degli share.
Il risultato è una grande pièce teatrale, di fronte alla quale possiamo solo spegnere il cervello e divertirci. La fascia di popolazione che guarda questi programmi televisivi, non a caso, è sempre più anziana.
Calenda è di simile avviso e introduce il suo intervento dicendo che «la libertà ha un limite nella responsabilità». Un talk show è un gioco televisivo di consolidamento del pubblico anziano: una trasmissione progressista, ad esempio, inviterà sempre una persona di sinistra perfettamente normale e un fascista; viceversa, una trasmissione conservatrice inviterà una persona di destra perfettamente normale e un esponente di sinistra “che tira bottiglie”.
I limiti della libertà contro chi la avversa
La libertà, però, incontra dei limiti: le figure pubbliche, l’assunzione di responsabilità da parte di queste e i limiti dell’intromissione di potenze non democratiche.
Questo tema investe naturalmente quello del permesso negato o concesso ai russi di partecipare alle manifestazioni sportive internazionali o agli eventi musicali. L’argomento è molto dibattuto nel nostro Paese, e mette i due interlocutori su posizioni diametralmente opposte. Per Cruciani, Calenda conduce, insieme alla parlamentare europea Pina Picerno, una battaglia illiberale per non far esibire artisti appartenenti al mondo russo.
Cruciani, invece, non sostiene la Russia, ma difende la libertà assoluta di opinione. Rigetta inoltre la visione dicotomica di un’Ucraina buona e di una Russia cattiva. L’Occidente, infine, ha compiuto orrori indescrivibili, ma è pur sempre “il nostro Occidente”.

Il leader di Azione, però, lo contesta subito: il bene e il male esistono. E se si stabilisce che è tutto uguale, allora non c’è alcuna differenza, e con essa nasce il rischio del nichilismo. Quando si osserva il pensiero ideologico putiniano, ad esempio, non si può restare indifferenti al fatto che esso nasca direttamente da Ivan Ilyin, un filosofo fascista, sostenitore dell’unità spirituale del popolo russo.
In passato il regime di Putin si è spaventato nel vedere tutt’attorno popoli liberi. Ma quando iniziò l’invasione della Crimea, l’Europa non si mosse, come lo stesso Calenda ammette. Putin, così, si è sentito in diritto di prendersi tutta l’Ucraina. La “operazione speciale” che sarebbe dovuta durare pochi giorni, però, si è presto tramutata in una sanguinosa guerra dove solo l’1% del territorio è finito in mano al Cremlino (il dato si riferisce alle conquiste territoriali russe degli ultimi anni di guerra; Mosca attualmente controlla circa il 18% del territorio ucraino ndr).
Gli ucraini non vanno esaltati perché sono i “buoni” della storia, ma perché combattono per la propria libertà e per fermare l’espansionismo russo. Portare rispetto a queste persone è un obbligo, per il senatore. Lottare per impedire un concerto di un musicista apertamente putiniano è, di conseguenza, un dovere.
Il tema sicurezza (tra serio e faceto)
A questo punto il professor Panunzi raccoglie le domande del pubblico in sala. Ne emergono tre su altrettanti temi: sicurezza, astensionismo e dialogo aperto nei partiti.
Cruciani parla della sicurezza come del tema principale delle campagne elettorali. La Meloni, nella campagna per le elezioni del 2022, ha puntato molto su questo tema. Eppure, in 3 anni di governo è cambiato molto poco.
Perché? Perché mettere in sicurezza le città è una cosa complessa: il progetto di mettere poliziotti ad ogni angolo di strada è semplicemente irrealistico. Il recente caso del ragazzo bocconiano accoltellato e la sempre più allarmante diffusione di coltelli hanno spinto il conduttore radiofonico a proporre a Calenda, fra le risate e gli applausi della sala, la (provocatoria) militarizzazione di Milano.
Un vero (e per nulla serio) “Piano Speciale per la sicurezza”: forze dell’ordine a ogni incrocio, un forte incremento dell’organico, assicurazione della pena per i ladri e nessuna indagine nei confronti di poliziotti che inseguono o arrestano.


Il discorso di Cruciani, però, devia nel momento in cui afferma di aver votato diversi partiti, per ispirazione o per fare “un dispetto” alla parte politica odiata in quel momento: ha così votato personaggi controversi come il generale Vannacci soltanto per la “soddisfazione” di non veder vincere la controparte. Allo stesso modo, nelle elezioni del 1994 votò Berlusconi non solo per le promesse liberali, ma per odio verso Achille Occhetto.
Cruciani, così, dimostra la moltitudine di ragioni che si possono trovare dietro al voto, e contesta la logica del voto per il “sistema di valori” portata avanti da David Parenzo.
Quando arriva il suo turno, Calenda propone un piano più realistico e concreto del ‘Piano Cruciani‘: la costituzione di tre brigate di carabinieri di circa 12.000 uomini, arruolati e addestrati in àmbito militare (la proposta è già al vaglio del governo Meloni).
Immigrazione e centri in Albania
Sul tema dell’immigrazione, Cruciani sostiene il progetto del governo dei centri in Albania, che secondo lui le normative europee e le interpretazioni della magistratura italiana hanno cercato di ostacolare in ogni modo. Calenda, invece, è critico verso la proposta, e sostiene piuttosto la creazione di centri per il rimpatrio in ogni regione d’Italia.
Le politiche del governo sulla sicurezza sono insufficienti per il senatore, e l’aggiunta dei nuovi reati non fa che peggiorare la situazione.

Il degrado della politica italiana
Il dibattito, poi, si sposta sulla credibilità della politica italiana. A questo proposito, memore delle recenti elezioni in Campania Cruciani afferma che la De Crescenzo, dopotutto, non ha vinto le elezioni, e che non si può incolpare lei o altri influencer per il degrado culturale e politico dell’Italia.
Il cosiddetto “favoritismo”, che premia l’ignoranza e sfavorisce chi studia, è assurdo per il conduttore. A questo proposito, il leader di Azione sostiene che oggi viviamo in un Paese dominato dalla “idiocrazia”, dove vince chi è idiota.
Ma l’idiocrazia rafforza le potenze antidemocratiche e ostili all’occidente come Cina, Russia e India. Lo studio e l’informazione sono visti come disvalori, in una società del genere. Per Calenda, il futuro professionale dei giovani rischia di ridursi a due sole scelte: cameriere o proprietario di case vacanza.
Astensionismo: i partiti smettono di parlarsi perfino all’interno
Il dibattito, nell’ultima domanda, si sposta sul sistema partitico.
Il sistema delle preferenze è sostenuto da Cruciani, ma la politica nazionale impone nomi ben precisi. A livello regionale la situazione è molto diversa: lì i candidati sono scelti. In Toscana, però, nell’ultima elezione due liste politiche sono state bloccate. Nella struttura della Seconda Repubblica i partiti appaiono troppo verticisti e profondamente diversi rispetto ai grandi partiti storici strutturati in correnti.
Nelle elezioni recenti la scelta delle preferenze è in calo. E i canditati dall’alto influenzano in qualche modo l’astensionismo. Roberto Fico, in Campania, fa parte di questo gioco di compromessi e opportunismo. Ma questo sistema coinvolge tutto l’arco parlamentare.
Calenda, da segretario di partito, è pienamente favorevole alle liste calate dall’alto. Il rischio, altrimenti, è di creare dei potentati locali, specialmente nel Centro-Sud, dove consiglieri regionali hanno già un numero di voti ben preciso in mano: ciò rischia di spazzare via l’elettorato di opinione e creare dei veri e propri signori feudali.
Al termine del dibattito, Carlo Calenda lancia al pubblico un invito all’impegno visto non come “una scelta, ma un dovere” in un contesto internazionale drammatico, dove le libertà individuali e collettive sono a rischio, così come la capacità per un Paese di autodeterminarsi.
Giuseppe Cruciani rifiuta la libertà dei diritti europei e sostiene la libertà “alla Charlie Kirk”, personaggio (molto) controverso che però metteva il proprio corpo e la propria persona negli incontri e nei dibattiti universitari. Il conduttore radiofonico paragona Kirk a Calenda – almeno per l’importanza che quest’ultimo dà ai confronti nelle università.
Cruciani vede nel santo dei MAGA un esempio di libertario totale, di cui non condivide le idee più estreme, ma che combatte come lui contro il “wokismo” europeo. Il senatore concorda, e ribadisce i rischi di illiberalità propri della cultura woke.
L’Italia… che si parla
Dopo un dibattito acceso ma sempre equilibrato, l’evento si è concluso coi dovuti ringraziamenti e gli applausi del pubblico. L’Italia che non si parla ha dimostrato che anche tra voci profondamente dissonanti un nuovo dialogo è possibile.
Al di là di ogni ideologia, infatti, è ancora possibile trovare un terreno comune su cui confrontarsi. Mettere i temi concreti al posto degli slogan, inoltre, può aiutare a comprendersi, o perlomeno a rispettarsi.
Come sottolineato da uno degli organizzatori, bisogna abituarsi ad “usare la propria testa“, e accogliere anche i pareri scomodi – come quelli di Cruciani (ndr) – può essere un esercizio per dare solidità alle proprie idee.
E in questo modo, forse, anche l’Italia…potrà tornare a parlarsi.

Marco Sironi
(in copertina, immagini dell’evento di Valentino Francesco Lacapria, condivise dagli organizzatori)
“L’Italia che non si parla” – Carlo Calenda e Giuseppe Cruciani al Teatro Principe di Milano è un articolo realizzato da Marco Sironi. Si ringrazia Astra-Bocconi, e in particolare Matteo Minafra, per l’invito all’evento. Clicca qui per altri articoli di Politica!
