L‘intelligenza artificiale è un cambiamento epocale che porta però con sé grossi rischi. Alle promesse di efficienza di questa rivoluzione targata IA si affiancano infatti problemi da non trascurare: disuguaglianze crescenti, controllo delle élites tecnologiche e un futuro in cui la società potrebbe diventare più ingiusta o più sorvegliata.
Il futuro è oggi
La rivoluzione data dall’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle più straordinarie conquiste del nostro tempo – e al tempo stesso una delle più serie minacce.
In essa convivono la promessa di una civiltà più efficiente e moderna e il pericolo di una società più sorvegliata, sottomessa e spogliata delle proprie libertà.

La domanda non è tanto ‘se’ questa rivoluzione dell’IA avrà luogo, ma quando. E mi sento di rispondere che ne siamo già testimoni.
Basta pensare a ciò che l’IA offriva due anni fa e a ciò che riesce a generare oggi: video virtualmente indistinguibili dalla realtà.
Ma l’aspetto delle immagini e dei video non è il più importante.
Limitare il dibattito sull’IA alla sola capacità di creare contenuti spaventosamente realistici rischia di ridurre un fenomeno epocale a mera curiosità estetica.
Quello che davvero meriterebbe l’attenzione vigile della società, delle istituzioni e del mondo dell’informazione è l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sull’economia e sul lavoro, ma anche sulla cultura, la politica e sui nostri valori.
Dinamiche legate a realtà come Palantir mostrano già chiaramente l’intreccio sempre più stretto tra tecnologia, politica e potere.
Dall’efficienza alla disuguaglianza: la rivoluzione artificiale come spartiacque economico
Il tema essenziale nella discussione sull’intelligenza artificiale è l’aspetto economico. L’intelligenza artificiale sta già trasformando profondamente il mercato del lavoro, con effetti che si prevede diventeranno sempre più visibili nel prossimo decennio.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale potrebbe essere interessato dall’IA, una percentuale che nei paesi avanzati sale fino al 60%, data la maggiore diffusione di lavori digitali e automatizzati.

Quando ci si ferma a riflettere e si analizzano i possibili scenari, è subito chiaro che, accanto ai progressi straordinari in termini di efficienza e conoscenza, non tutto ciò che l’IA offre è positivo e che emergono profondi aspetti bui: disuguaglianze sociali sempre più marcate, perdita di controllo umano su processi decisionali e un futuro in cui il valore del lavoro e dello stesso individuo rischia di essere messo seriamente in discussione.
L’informatico britannico e professore presso l’Università di Berkeley, nonché uno dei massimi esperti di intelligenza artificiale, Stuart Russell ha dichiarato riguardo all’IA: “Dobbiamo riconoscere la possibilità che non solo l’autobus dell’umanità sia diretto verso un dirupo, ma che manchi anche il volante e che l’autista sia bendato“.

Potrebbe farci bene, come umanità, riconoscere che per una volta non tutto è davvero sotto il nostro controllo, e che forse, per la prima volta nella storia della nostra specie, abbiamo dato vita a qualcosa di potenzialmente incontrollabile.
Qualcosa che, secondo Geoffrey Hinton riconosciuto come il “padre dell’IA” ha superato l’intelligenza umana portando con sé conseguenze ancora difficili da decifrare.
Hinton sottolinea l’urgenza di controllare l’evoluzione dell’IA e di prepararsi ai cambiamenti che essa comporta se non vogliamo trovarci a dover affrontare pericolose ripercussioni.
L’obiettivo non può essere solo il maggior guadagno.
Aziende e industrie, seguendo la logica di mercato, scelgono sempre di adottare cambiamenti tecnologici o implementare nuovi processi se ciò implica una riduzione dei costi di produzione.
Nonostante ad oggi varie ricerche indichino come per le aziende utilizzare ‘impiegati IA’ costino, nel 77% dei casi, di più che impiegare dipendenti umani, questo dato potrebbe non essere più valido nel giro di pochi anni, man mano che le tecnologie legate all’IA diventeranno più ampiamente disponibili sul mercato e, conseguentemente, il loro prezzo scenderà.
Quando sarà più conveniente utilizzare sistemi IA rispetto alle persone, le élites economiche sposeranno questo cambiamento senza scrupoli.
Il paradigma uomo-lavoro non sarà più un assoluto e di fronte al beneficio economico di pochi potremmo assistere ad una sostituzione sostanziale nel mercato del lavoro da parte dell’IA.
Questo, si potrebbe argomentare, è sempre successo, ma fino ad oggi le macchine non hanno mai sostituito completamente l’uomo. Era sempre servito qualcuno che controllasse o attivasse le macchine, dunque un umano, salariato, formato per gestire i macchinari.
Oggi questo lavoro di ‘gestione’ delle macchine potrebbe essere svolto banalmente da un’altra AI, mentre le macchine in questione lavorerebbero anch’esse grazie all’intelligenza artificiale.
Quando nel Seicento in Inghilterra furono introdotte le macchine tessitrici, la reazione popolare fu durissima: nacque il luddismo, un movimento di lavoratori manuali che distruggevano i nuovi macchinari.

Se la perdita di lavoro o la diminuzione degli stipendi percepiti dovesse essere grave, come alcuni studiosi sembrano indicare, forse assisteremo anche noi ad un luddismo moderno, questa volta diretto contro l’intelligenza artificiale.
Ma ciò che distingue radicalmente l’IA da ogni altra invenzione del passato è già insito nel suo nome: intelligenza. È questo aspetto che rende l’IA qualcosa di completamente diverso da qualsiasi precedente scoperta tecnologica.
Come specie umana ci troviamo di fronte a qualcosa capace di pensare più velocemente di noi, di attingere a tutta l’informazione disponibile, e persino (potrà sembrare banale, ma non lo è) di assumere, a richiesta, una determinata personalità: ironica, professionale, empatica.
Già ora i modelli IA ottengono risultati migliori degli umani in test di logica, matematica, scienze e storia.
Secondo uno studio di Microsoft Research, tra i lavori più esposti all’automazione figurano interpreti, traduttori e analisti, ma soprattutto gli storici, le cui mansioni (raccogliere, sintetizzare e riassumere testi) sono ormai svolte dall’IA senza problemi.
Elon Musk ha dichiarato che, entro la fine del 2025, l’IA supererà l’intelligenza umana.
Che dietro a tutto ciò non vi sia altro che un insieme di modelli matematici e ragnatele di algoritmi non c’è dubbio, ma è il risultato finale, ciò che vediamo e usiamo ogni giorno, a essere senza precedenti.

Uno studio del Tony Blair Institute prevede che, entro il 2035, la transizione potrebbe comportare una perdita di 275 mila posti di lavoro all’anno nel solo Regno Unito, per un totale stimato di tre milioni di posti di lavoro.
In proporzione, questo dato si può indicativamente applicare a tutti i Paesi occidentali. I settori più a rischio sono manifattura, commercio al dettaglio e trasporti. Cassieri, assemblatori, conducenti e segretari sono tutti potenzialmente automatizzabili entro pochi anni.
Potrebbero scomparire circa 92 milioni di posti di lavoro esistenti a livello globale, mentre si stima se ne creeranno 78 milioni di nuovi nel breve periodo, mentre entro il 2030 sarebbero 170 milioni i nuovi impieghi generati dalla rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale.
La nuova ‘Superclasse’
Si delinea così un mondo in cui la persona o il lavoratore medio (per intelligenza, capacità e abilità lavorative) non avrà chance di competere con l’intelligenza artificiale.
A quel punto avremo già barattato milioni di posti di lavoro in nome di un’economia più efficiente, efficienza che però arricchirà poche migliaia di persone: solo coloro che hanno le redini di questo nuovo strumento.
La diseguaglianza che l’adozione su larga scala dell’IA porterà potrebbe essere di dimensioni spaventose. Organizzazioni e individui con accesso a queste tecnologie possono ottenere notevoli vantaggi in termini di produttività e capacità decisionale, mentre chi non può usufruirne rischia di essere progressivamente emarginato.
Potrebbe così delinearsi una sorta di ‘superclasse‘ tecnologica favorita dall’IA generativa, mentre fasce più ampie della popolazione vedrebbero ridursi le proprie competenze e, di conseguenza, anche le proprie opportunità lavorative.

Johnny Gabriele, capo analista di Blockchain Economics e dell’integrazione dell’intelligenza artificiale presso The Lifted Initiative, ha dichiarato: “Guardando indietro nel tempo, i grandi progressi tecnologici hanno solo ampliato la disuguaglianza […]. In fin dei conti, questa rivoluzione tecnologica premierà chi saprà padroneggiarla e punirà chi la ignorerà”.
A ‘ignorarla’ sarà il 70% della popolazione mondiale, troppo impegnata a sopravvivere a carovita, guerre e a cambiamenti climatici per potersi concentrare sullo sfruttamento dell’IA.
Se il potere e l’enorme ricchezza (sia economica che di dati) generati dall’IA non verranno gestiti da una società matura, capace di sfruttare questa risorsa per migliorare la qualità di vita e di lavoro di tutti, incluse le fasce più deboli, allora tutto ciò finirà per arricchire mostruosamente una piccolissima casta di ultra-ricchi: i tecno-autocrati.
E lì inizieranno veramente i tempi bui – o forse sono già iniziati.
Il potere invisibile: quando la tecnologia diventa sovrana
Questa tendenza del potere politico ad andare sempre più a braccetto con quello tecnologico è ormai evidente.
Le immagini della cena tra i grandi tycoon della Silicon Valley (Gates, Zuckerberg, Cook) e Donald Trump alla Casa Bianca sono l’emblema di un intreccio in cui politica e interessi privati (in particolare delle élites tecnologiche) si confondono fino a coincidere.

Emblematico è il caso di Palantir, la società di analisi dei dati nata in ambiente statunitense ma con forti legami con Israele, specializzata in sorveglianza, intelligence e modeling.
Fondata con capitali della CIA e oggi strettamente connessa agli apparati di sicurezza di numerosi Paesi occidentali, Palantir rappresenta uno dei volti più inquietanti dell’uso della tecnologia in ambito politico.
I suoi algoritmi sono in grado di raccogliere, incrociare e interpretare enormi quantità di dati: abitudini di consumo, cronologie di navigazione, movimenti fisici, relazioni sociali, preferenze culturali e persino inclinazioni politiche.
Ogni traccia digitale diventa un frammento di identità analizzabile, classificabile e prevedibile.
In altre parole, Palantir non si limita a sapere chi siamo, ma tenta di anticipare cosa faremo: cosa voteremo, chi ameremo, cosa temeremo. Non sorprende, allora, che il Congresso degli Stati Uniti ne abbia fatto uno strumento strategico, acquistandone la tecnologia e affidandole compiti di analisi e sicurezza nazionale.

È esattamente questo il punto critico che la società deve affrontare: non ‘l’IA che si sveglia’, ma chi la guida, chi ne trae vantaggio e chi viene escluso e quanto diffusamente rischiamo di essere controllati da un Grande Fratello che ci sovrasta.
A vedere quanto capillarmente Palantir può sapere su di noi, il romanzo distopico 1984 che George Orwell scrisse nel 1949 sembra quasi una lettura leggera.
Nessuno sarà in grado di controllare chi controlla. Viviamo in un’epoca in cui i cittadini sono ridotti sempre più a meri consumatori, e i loro desideri vengono tracciati, profilati e analizzati per essere trasformati in pubblicità mirate, in stimoli calibrati per orientare ogni scelta e tradurre ogni pulsione umana in un acquisto.
Il rischio più grande, dunque, è che pochi individui o gruppi gestiscano in totale autonomia l’IA e ottengano tutti i vantaggi economici ad essa legati.
È un campanello d’allarme che, negli Stati Uniti, è già risuonato sia negli uffici dei procuratori e politici, per esempio il senatore Josh Hawley che indaga sulle multinazionali come Amazon.
Qualcosa di molto simile si è potuto vedere nella campagna elettorale del primo cittadino di New York, dove la questione dell’equità sociale è stata fondamentale per la vittoria del sindaco 34enne Zohran Mamdani, portatore di istanze socialiste un tempo lontanissime dal ‘sentire americano’ e oggi sposate da molti giovani preoccupati delle enormi disparità sociali degli ultimi anni.

Dal punto di vista economico, di sicurezza, di controllo e di avanzamento tecnologico, se non si condividerà questa enorme risorsa la società del futuro sarà forse la più ingiusta e diseguale che l’uomo abbia mai creato. La distanza, in termini economici, tra i più ricchi del mondo e i miliardi di poveri sarà abissale.
Già oggi lo 0,001% della popolazione (50.000 persone) possiede il 6,4% della ricchezza globale, mentre la metà più povera della popolazione mondiale (2,6 miliardi di adulti) possiede solo il 2% della ricchezza globale.
Sono dati che, paragonati alla Francia dell’Ancien Régime poco prima della Rivoluzione Francese, fanno capire che tra le due società è la nostra ad essere quella più marcatamente squilibrata in termini di distribuzione della ricchezza. L’IA rischia solo di acuire e peggiorare questo divario.
Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, durante un discorso al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 19 dicembre 2024, ha dichiarato: “Non dobbiamo mai permettere che l’IA sia sinonimo di aumento delle disuguaglianze.
Solo impedendo l’emergere di sfere IA frammentate possiamo costruire un mondo in cui la tecnologia sia al servizio di tutta l’umanità”.

Come ogni grande invenzione anche l’IA ha i suoi pro e i suoi, molti, contro. E come ogni invenzione il ‘bene’ e il ‘male’ non sta nell’invenzione stessa, ma nell’uso che decidiamo di farne. Istituzioni e politica sono chiamate a costruire un’impalcatura di regole affinché l’IA sia governata con l’intento di mantenere una società aperta, poliedrica, attenta alle differenze, democratica nelle sue fondamenta.
Non c’è tempo da perdere. Stiamo già vivendo la grande rivoluzione cui l’Intelligenza Artificiale ha dato il via, è questo il momento per porre le basi di un controllo mondiale ed efficace. Tra pochi anni sarà già troppo tardi.
Alessandro Donati
(In copertina Numan Ali da Unsplash)
L’alba della rivoluzione artificiale – I rischi economici e sociali dell’IA è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per altri articoli di Politica!
