TikTok e le Big Tech guadagnano miliardi grazie ai nostri dati e alle nostre visualizzazioni, ma spesso versano al fisco solo briciole. Dalle strategie di elusione ai nuovi tentativi di tassazione globale, il mondo prova, non senza fatica, a presentare il conto ai colossi del digitale – ma è davvero possibile farlo?
Profitti record e tasse al minimo
Nel mondo digitale globale, c’è chi continua a crescere in modo esponenziale, con utili cospicui e senza pagare le tasse. Da anni le grandi multinazionali del tech – Google, Amazon, Apple, Meta, Microsoft – generano miliardi di profitti, spesso senza contribuire nella dovuta misura ai bilanci pubblici dei Paesi in cui operano. Il meccanismo legale? Una rete ben oliata di sedi legali nei paradisi dell’ottimizzazione fiscale.
Ma qualcosa, finalmente, pare si sia mosso. Dopo anni di sterili dibattiti e trattative, il G7 ha deciso di lanciare un messaggio: è tempo di far pagare il conto alle Big Tech.

Non parliamo solo di grandi aziende tecnologiche, ma di imperi economici con una forza di mercato paragonabile (e in certi casi superiore) a quella degli Stati nazionali.
Amazon ha un fatturato annuo più alto del PIL del Portogallo. Apple, nel 2024, ha raggiunto i 100 miliardi di dollari di utile netto. Eppure, la loro contribuzione fiscale resta nulla o minima.
Nel 2020 Amazon ha pagato circa l’1% di tasse sui suoi profitti prodotti in Europa. Il motivo? Le sue sedi legali – in particolare in Lussemburgo e Irlanda – permettono una tassazione ultra-agevolata. Tutto perfettamente legale, ma anche profondamente ingiusto.
Una giungla fiscale fatta a regola d’arte
Come funziona questo meccanismo? Le grandi aziende creano una sede in un Paese con tassazione favorevole (Irlanda, Paesi Bassi, Singapore) e vi registrano le vendite effettuate in tutta Europa o nel mondo.
In questo modo, i profitti vengono spostati artificialmente nei Paesi a fiscalità di favore, per non parlare di chi li sposta nei paradisi fiscali veri e propri.

Nei Paesi dove i servizi vengono realmente venduti – come l’Italia, la Francia o la Germania – resta solo un’ombra contabile e qualche ufficio di rappresentanza, con la conseguenza che l’IVA pagata dal consumatore di quei Paesi viene incamerata in un altro Paese.
Lo stesso vale per le tasse sugli utili realizzati nei Paesi di consumo, che dovrebbero contribuire a finanziare sanità, scuole e infrastrutture, ma che invece vengono eluse.
Nel 2021, e poi di nuovo nel 2024 con nuovi dettagli, i leader del G7 hanno approvato un accordo storico: introdurre una tassazione minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali, da pagare nei Paesi in cui operano, affermando il principio fondamentale che le tasse devono essere pagate anche laddove vengono generati i ricavi e non solo dove ha sede la società.
Il compromesso con Trump
Nel 2025, l’ultimo vertice del G7, tenutosi in Canada, ha sancito un accordo che di fatto esenta le multinazionali USA dalla tassa minima globale al 15%. Grazie a una soluzione chiamata ‘side-by-side’, le grandi aziende statunitensi, inclusi i colossi tecnologici, potranno scontare le tasse già versate nel proprio Paese, evitando quindi ulteriori prelievi da parte dei Paesi esteri.
Gli Stati Uniti in cambio hanno promesso di eliminare la ‘revenge tax’, una misura introdotta da Trump che avrebbe penalizzato i Paesi stranieri che tassavano le aziende americane.
Alla fine dei conti questo scambio si risolve in una vittoria diplomatica per Washington, una sconfitta per la giustizia fiscale globale. Secondo i critici, questo meccanismo vanifica l’intera riforma fiscale internazionale proposta nel 2021 ed emendata nel 2024, lasciando alle Big Tech uno spazio enorme per continuare a muoversi tra le pieghe della legalità fiscale.
L’accordo del 2024 mentre, sulla carta costituisce una rivoluzione, nella pratica suscita molti dubbi. Intanto, l’aliquota del 15% è considerata troppo bassa da molte organizzazioni internazionali –qualsiasi esercizio commerciale al dettaglio, come un bar, paga di più – e inoltre, l’effettiva applicazione richiede un coordinamento globale difficile da attuare, come dimostra il caso della Apple.
Il caso Apple: 13 miliardi di tasse mai pagate
Nel 2016 la Commissione europea aveva chiesto ad Apple di restituire all’Irlanda oltre 13 miliardi di euro di tasse non pagate. Il motivo? La società di Cupertino aveva spostato artificialmente gran parte dei suoi profitti europei in Irlanda, dove beneficiava di un trattamento fiscale ultra-agevolato.
Ma l’Irlanda ha rifiutato di incassare quei soldi, facendo ricorso, insieme ad Apple, contro la decisione europea.
Questo perché l’Irlanda è un hub fiscale: un Paese che attira le sedi di grandi multinazionali grazie a una tassazione molto favorevole.

Accettare i 13 miliardi avrebbe significato per l’Irlanda:
- Ammettere di aver violato le regole UE, perdendo credibilità come partner fiscale ‘stabile’;
- Mettere a rischio il proprio modello economico, basato sull’attrazione di multinazionali come Google, Facebook, Apple, Pfizer, etc.;
- Disincentivare altri colossi dal tenere in Irlanda le proprie sedi europee.
In sostanza, per l’Irlanda quei 13 miliardi valevano meno della reputazione come Paese ‘business-friendly’ in cui le multinazionali possono stabilirsi e pagare poche tasse, senza essere disturbate.
Questo caso mostra quanto la competizione fiscale tra Stati possa ostacolare una tassazione equa delle multinazionali. Ogni Paese cerca di attirare investimenti, ma spesso lo fa a scapito dell’equità fiscale globale. E finché sarà possibile per un colosso spostare i propri utili dove le tasse sono più basse, sarà molto difficile raggiungere una vera equità fiscale.
E la cinese TikTok?
L’esempio di TikTok mostra come anche un’azienda non americana, ma con una presenza globale massiccia, riesca a utilizzare strategie di ottimizzazione fiscale molto simili a quelle delle Big Tech occidentali. TikTok è gratuito per gli utenti, ma guadagna principalmente in due modi:
- Pubblicità mirata, venduta a brand e aziende (TikTok Ads);
- TikTok for Business (servizi a pagamento per professionisti, influencer, creator, aziende).
Questi ricavi sono generati in gran parte in Europa e negli Stati Uniti, dove la piattaforma ha centinaia di milioni di utenti attivi. Ma dove vengono registrati fiscalmente?
Secondo varie indagini giornalistiche e rapporti fiscali, gran parte dei ricavi globali di TikTok viene incanalata verso entità in Paesi a fiscalità più leggera, in particolare: Singapore, Irlanda e Paesi Bassi.

La sua struttura fiscale resta poco trasparente: gran parte dei ricavi viene registrata a Singapore, mentre le attività locali europee risultano in perdita. Come è possibile? Attraverso trasferimenti interni di fatturato. Le filiali europee ‘pagano’ alla casa madre – come può essere Singapore – costi molto alti per l’uso del software, dei dati, del brand, ecc. Così facendo, i profitti locali si abbassano artificialmente e i guadagni si spostano in territori con tassazione minima.
In termini tecnici, si parla di ‘transfer pricing aggressivo’: è così che TikTok può continuare a crescere – e a pagare poco o nulla – in Paesi dove ha milioni di utenti e centinaia di dipendenti. Inoltre, TikTok non è quotata in borsa, quindi non ha obbligo di rendere pubblici molti dati finanziari consolidati e la mancanza di accordi fiscali specifici con la Cina o Singapore rende difficile per i Paesi europei riscuotere imposte su attività economiche che operano fisicamente sul proprio territorio.
TikTok: l’algoritmo che sa tutto di te
TikTok è un caso scuola. Non ti chiede un euro per usare la piattaforma, ma:
- analizza ogni secondo che trascorri su ogni video;
- traccia il tuo volto, la tua voce, le tue preferenze, il tuo umore;
- usa queste informazioni per mostrarti contenuti sempre più adatti e più pubblicità personalizzata.
Il suo modello di business si basa sulla vendita di spazi pubblicitari ultra-mirati. Più precisi sono i tuoi dati, più alto è il prezzo che TikTok può chiedere agli inserzionisti. Ed è da qui che arrivano i ricavi miliardari. TikTok ti regala l’app, ma monetizza i tuoi comportamenti digitali.
Quindi chi paga realmente? Gli utenti tramite i loro dati, tempo e fiducia; le aziende inserzioniste con i milioni investiti in campagne; le PMI digitali che sottostanno a limitazioni favorevoli per i colossi; lo Stato che perde gettito fiscale perché questi ricavi, pur generati localmente, vengono tassati altrove.
Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu.
Frase attribuita a Jaron Lanier, informatico e critico del digitale.
Il conto in sospeso del digitale
Mentre le Big Tech continuano a crescere e le piccole imprese arrancano sotto il peso delle tasse, la vera sfida resta aperta: riusciremo mai a creare un sistema più equilibrato, in cui le piccole imprese siano chiamate a pagare meno e in cui il digitale sia chiamato a pagare la sua parte?
Le nuove regole globali promettono equità, ma tra eccezioni, compromessi e paradisi fiscali sempre più sofisticati, la partita è tutt’altro che chiusa. Il mondo online genera profitti record, ma lascia ancora vuoti enormi nei bilanci pubblici.
La domanda, oggi, non è più se tassare i colossi del web, ma come farlo davvero e fin dove siamo disposti a spingerci per vincere questa sfida.
Alice Musca
(In copertina immagine generata con l’Intelligenza Artificiale)
Dal feed al fisco: come TikTok e le Big Tech eludono le tasse? è un articolo di Alice Musca. Clicca qui per altri articoli di Cronaca!
