La nota 44 del primo dei “Quaderni del carcere” (Einaudi, 1975) a cui è dedicata la rubrica “Gramsci consiglia” parla del tema dell’egemonia culturale. Gramsci analizza l’operato di due partiti del Risorgimento: quello dei moderati e il Partito d’Azione. Con le sue riflessioni tematiche come il rapporto con la base popolare (tipico del giacobinismo) e l’egemonia culturale dei moderati (legati allo status quo) tornano attuali anche oggi: le nuove destre ascoltano davvero il popolo o fanno solo proclami?
Governare è un’arte. Arrivare a farlo, forse, ancora di più. Gramsci lo spiega chiaramente nella nota 44 dei Quaderni del carcere, una delle diverse che trattano il tema dell’egemonia culturale. Quest’ultima è sempre stata una problematica centrale per qualunque forza che volesse guadagnare il potere. A dimostrazione di questo, Gramsci tratta il tema analizzando la situazione del Risorgimento in Italia.
In tal senso, il filosofo ritiene centrale la questione del rapporto tra partiti e classi sociali. In particolare, analizza l’operato del partito dei moderati che, a differenza del Partito d’Azione, rappresentava una classe relativamente omogenea. Questa, peraltro, era stata capace di influenzare lo stesso P. d’A, che non godeva di quell’appoggio di classe.

Classi dirigenti e classi dominanti
A partire da queste riflessioni Gramsci individua due modi di dominio di una classe: il primo è quello della classe ‘dirigente’ (nei confronti di quelle alleate), il secondo quello della classe ‘dominante’ (nei riguardi di quelle avversarie). Inoltre, spiega anche che una classe, prima di andare al potere, deve essere dirigente e rimarrà tale anche una volta al governo (pur essendo a quel punto anche, per ovvi motivi, dominante).
Assorbire le classi nemiche vuol dire decapitarle – spiega Gramsci –, ma per arrivare a un simile risultato bisogna consolidare una certa “egemonia politica” prima di salire al potere. Inoltre, “non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica” (p. 41).
Proprio quest’aspetto ha reso il Risorgimento una rivoluzione senza rivoluzione o, come l’ha definita Vincenzo Cuoco, una rivoluzione passiva.

Intellettuali di classe
Gli intellettuali del Risorgimento erano i moderati stessi, in quanto espressione in senso organico delle classi dirigenti. In altre parole, i moderati erano tipicamente dirigenti d’azienda e intellettuali al contempo. Come logica connessione, questa mentalità in politica ha fatto vincere gli ideali ‘liberali’ e quelli dell’individuo, osserva Gramsci.
“Non esiste una classe indipendente di intellettuali ma ogni classe ha i suoi intellettuali” (p.42): basterebbe questa efficacissima citazione dell’autore per dimostrare come quanto appena detto sui moderati sia l’esempio di una vera e propria regola.
Gramsci prosegue sostenendo altresì che gli intellettuali della “classe storicamente progressiva” (p.42) finiscono inevitabilmente per esercitare un potere d’attrazione sugli intellettuali delle altre classi, per motivi psicologici (vanità) o di casta (interessi corporativi o tecnico-giuridici).
Essere la classe progressiva, però, vuol direfare andare avanti la società “spontaneamente”, ovvero soddisfarne le esigenze esistenziali e, soprattutto, prendere possesso di nuove sfere della vita produttiva. Quando questa condizione cessa, il blocco storico-ideologico si sgretola. Arrivati a questo punto subentra il meccanismo della costrizione, tipicamente inverato dal colpo di Stato.
I limiti del Partito d’Azione
Gramsci spiega che, oltre a essere meno radicato nelle classi, il Partito d’Azione – rispetto ai moderati – non ha un programma effettivo che risponda agli interessi delle classi popolari. Alcuni dei leader, inoltre, sono personalmente subordinati a quelli moderati. È il caso, ad esempio, di Garibaldi nei confronti di Cavour.
Ecco perché al Risorgimento è mancata un’impronta democratico-popolare. All’attrazione spontanea dei moderati il P. d’A – spiega Gramsci – avrebbe dovuto rispondere organizzandone un’altra di segno opposto, secondo un piano.

Il movimento operaio – da cui sarebbe stato necessario partire per raggiungere questo obiettivo – è quello che poi, non a caso, porterà alla nascita di tre correnti politiche in seno al mondo cattolico: la corrente del cattolicesimo liberale prima, e quelle del modernismo e del popolarismo poi.
Infine, la mancanza di una direzione politica e di un programma sono ciò che sempre è mancato al P. d’A. Oltre a ciò, la formazione politica ha dovuto far fronte a parecchie divisioni interne. Per questo motivo, ha anche confuso l’unità culturale del Paese con quella politico-territoriale.
La lotta all’invasore come “elemento politico attivo”
Un altro limite del Partito d’Azione – spiega Gramsci qualche pagina dopo – è stata proprio la mancanza di spirito giacobino, ovvero la volontà di diventare ‘partito dirigente’. A tal proposito, bisogna specificare che l’Italia in quegli anni aveva intrapreso una lotta contro i vecchi trattati e – soprattutto – l’Austria. Tuttavia, proprio gli azionisti erano stati tra i più restii a recidere i rapporti con la potenza straniera.
Anche in Francia il problema della lotta ai confini c’era stato, ma i giacobini proprio da quello avevano tratto linfa vitale per combattere. Partendo dall’interno del Paese, infatti, avevano schiacciato i ‘traditori’, ovvero gli alleati del nemico esterno (ai tempi principalmente Prussia e Austria).
In Italia, invece, il legame tra i ceti nobiliari e l’Austria c’era, ma il P. d’A non lo aveva reso “elemento politico attivo” (p.52), e non aveva neanche denunciato tale situazione.
I giacobini: un esempio di egemonia alternativa dalla Francia
Un partito che invece – in Francia – ha avuto ben chiaro come legare sé stesso agli interessi del popolo è stato quello dei giacobini. Essi, infatti, fin da subito si batterono per saldare il legame tra città e campagna.
La loro ispirazione era quanto si era già intravisto nei Comuni italiani, dove la borghesia italiana si era servita dei contadini emigrati dalle campagne per abbattere il feudalesimo rurale. Similmente, Machiavelli aveva riconosciuto l’importanza di arruolare i contadini nell’esercito nazionale per fare fronte alle compagnie di ventura.

Inoltre, il giacobinismo – a cui dedicherò più nel dettaglio il prossimo episodio della rubrica – ha rappresentato progressivamente, oltre a un partito, un certo modo di fare politica. Quello della risolutezza e della “credenza fanatica nella bontà e di quel programma e di quel metodo” (p.45).
L’alleanza tra contadini e intellettuali
Posta l’importanza degli intellettuali e quella dei contadini, è tempo di capire come far incontrare i due elementi. Secondo Gramsci il collegamento tra le varie classi rurali può avvenire in due direzioni: “Se i contadini si muovono, gli intellettuali incominciano a oscillare e reciprocamente se un gruppo di intellettuali si pone sulla nuova base, essi finiscono col trasportare con sé frazioni di massa sempre più importanti” (p.48).
Il rapporto dialettico tra le due azioni è fondamentale – dice l’autore – forse anche più del solo ruolo catalizzatore degli intellettuali volto a evitare la dispersione dei contadini. Creare un partito di questi ultimi è impossibile, ma uno scheletro di partito sarebbe già di grande utilità, sia per una selezione di uomini, sia per evitare che gli intellettuali vengano traviati da ‘interessi di casta’.
L’egemonia culturale nel 2025…
Sull’assunto che la sinistra attuale non ascolti più il popolo, la destra ha costruito il suo successo elettorale. Ed è così che ormai governa in diversi Stati nel mondo. Eppure, se è vero che la sinistra ha perso quella vena ‘popolare’ che storicamente ha sempre avuto, è altresì vero che la destra non ha offerto valide alternative.
Nonostante ciò, i ceti operai votano sempre di più partiti di destra o estrema destra. È successo ad esempio con quelli (non laureati) della Rust Belt in America (la cui maggioranza preferito Trump), nella Germania rurale o dell’Est (con i voti per AfD) e nelle zone più isolate dell’Olanda (in maggioranza pro Wilders).

La precarietà economica in queste zone, infatti, spinge la popolazione locale alla disperata ricerca di risposte immediate. E la destra populista e antisistema, dopo anni, è riuscita (anche se solo a parole) a darle.
In Italia non ce la passiamo meglio. Anche nel nostro caso i ceti meno abbienti votano sempre più a destra e la sinistra sta certamente vivendo una crisi identitaria. Intanto, l’esecutivo Meloni – forte di una grande stabilità – sembra poter arrivare tranquillamente a fine legislatura.
…e la realtà
Eppure, le condizioni dei cittadini non migliorano, e i magniloquenti proclami della campagna elettorale sembrano nascondere una lunga serie di promesse non mantenute. Diverse di queste, peraltro, sono state fatte proprio ai ceti operai e meno abbienti.
Prima fra tutte, l’abrogazione della legge Fornero: se il programma elettorale aveva previsto pensioni più flessibili per i lavoratori, il governo – su sua stessa ammissione – non è riuscito a ridurre l’età pensionabile. Anzi, è aumentata di un mese.
O ancora, Fratelli d’Italia aveva promesso un taglio del carico fiscale per partite IVA, ceti medi e operai. La correlativa estensione del regime forfettario al 15% per le partite IVA, tuttavia, è rimasta solo su carta. Lo stesso destino lo ha avuto dal provvedimento per tagliare l’IVA sui prodotti per la prima infanzia e salvaguardare le famiglie a reddito più basso e numerose.
In generale, inoltre, dal programma traspariva la volontà di “non lasciare indietro nessuno”, salvaguardando i ceti più vulnerabili. La povertà, però, secondi dati è in crescita, così come le condizioni di disagio patite da molte famiglie operaie (dati ISTAT per il 2024).

Le parole per i poveri, i provvedimenti per i ricchi
Una certa ‘egemonia culturale’ – frutto di un clima di novità e aspettative –, non ha trovato corrispondenze con le politiche del governo Meloni, che hanno favorito i ceti più ricchi, tradizionalmente più vicini al centrodestra.
In particolare, proprio i provvedimenti fiscali hanno fatto sorridere i ceti abbienti, come dimostra la conferma del regime della ‘flat tax’, che consente ai cittadini esteri residenti nel nostro Paese di pagare tasse relativamente basse su patrimoni esteri.
A ciò si aggiungano l’assenza di una tassa patrimoniale, che favorisce anche in questo caso i redditi più alti e, addirittura, quelli da capitale e beni immobiliari in particolare.
Per non parlare del taglio delle aliquote IRPEF nella fascia 28-50mila euro, che poco può incidere visto che quasi la metà dei benefici ricade su circa l’8% dei percettori più elevati di quella fascia.
Chi parla al popolo oggi?
Eppure, da un punto di vista della comunicazione non si può certo dire che non arrivino risultati. Parlare alla pancia degli elettori e promettere un mondo diverso sembra essere una strategia che paga, sul breve e sul lungo periodo. Mentre le difficoltà economiche e i divari sociali (anche ideologici) si accentuano, le ragioni per incolpare l’ennesimo nemico esterno aumentano, e questo porta voti.
A ciò si aggiunge una (neanche troppo) maliziosa critica alla sinistra, genericamente descritta come ormai elitaria e snob (quando non sempre, necessariamente, lo è). Il quadro che ne esce è desolante: la destra si presenta sempre come più vicina al popolo, ma non fa nulla per cambiarne le condizioni reali. Paradossalmente, però, proprio l’assenza del cambiamento la rende la forza politica che può ancora generarlo.
Chi parla al popolo oggi? La destra, sicuramente. Chi risolve i problemi di questa (peraltro generica e fumosa) categoria sociale? Nessuno, almeno per il momento.

Il messaggio di Gramsci oggi
Ma cosa c’entrano Partito d’Azione, Partito moderato e giacobinismo a distanza di quasi due secoli?
La risposta è che queste formazioni politiche insegnano che, allora come oggi, le forze politiche o si conformano allo status quo (come i moderati), o non riescono a trovare un terreno su cui costruire un’egemonia (azionisti), oppure mobilitano il popolo.
In alternativa, vi è una quarta casistica inedita e attuale: alcune forze politiche riescono a coniugare perfettamente ‘moderatismo’ e giacobinismo. È proprio il caso delle destre italiane, che sono tanto populiste quanto legate alle solite vecchie classi privilegiate.
Volendo essere ancora più specifici, i partiti di destra sono populisti durante le campagne elettorali e immobilisti una volta al governo, come visto prima con le politiche economiche di Giorgia Meloni. Curiosamente, peraltro, le campagne elettorali sono spesso permanenti e proseguono anche durante l’attività di governo.
Oltre a ciò, bisogna anche considerare che all’interno della stessa destra ci sono diverse anime, più o meno vicine ai ceti meno abbienti. Il voto di questi ultimi, infatti, tendenzialmente è stato catalizzato dalla Lega. Al contrario, il vecchio elettorato berlusconiano si rivolge ancora a Forza Italia. Invece, Fratelli d’Italia sembra essere il partito della classe dirigente di destra (dati CISE).
Essere ‘popolari’ senza essere populisti
La sinistra, dunque, deve ripartire dalla solidità dai valori umanitari di giustizia e uguaglianza. Su questi, deve sviluppare le solide proposte politiche razionali che spesso e volentieri l’hanno caratterizzata nella sua storia. Oltre a ciò, però, deve ritrovare il coraggio di fare scelte impopolari… per essere più ‘popolare’.
Ricorrere ad alleanze di convenienza che raccolgono un bacino di utenza fin troppo disomogeneo, alla lunga, rischia di non creare un reale blocco storico capace di andare convintamente al voto. Serve piuttosto appellarsi a classi precise, che si potrà chiamare ‘popolo’. Ma con questo termine bisognerà definire un gruppo di cittadini con bisogni comuni e desiderosi di autoaffermazione.
La classe in questione è quella media – sempre più povera –, ma anche quella operaia e (perché no) anche quella delle periferie, nuovi bacini spesso dimenticati. Potremmo anche aggiungere che non esiste ancora un partito che rappresenti a pieno gli immigrati, vera classe popolare al momento, spesso abitatrice delle stesse periferie appena menzionate.
Catalizzare questi voti sarebbe molto importante, visto che si tratterebbe di dare voce a una risorsa, anzitutto demografica, per l’Italia del domani (al netto delle profonde differenze che intercorrono tra le generazioni e i vari retroterra culturali degli immigrati).

Il ruolo degli intellettuali
A queste frange di popolazione, in ogni caso, si devono legare intellettuali capaci di esprimere una nuova cultura, capace di generare un’inedita consapevolezza nel dibattito pubblico. La classe dirigente che ha realmente a cuore i desideri degli ultimi deve elaborare proposte politiche più mirate, basate su progetti concreti.
Solo così, forse, sarà possibile uscire dal giogo del populismo, basato solo su biechi proclami e provvedimenti effimeri e meramente performativi. Perché essere ‘popolari’ non vuol dire generare futile indignazione verso ciò che non va, ma partire da ciò che non va per elaborare una nuova proposta politica. Su questa sottile differenza si gioca l’attuale equilibrio delle nostre democrazie.
Martino Giannone
(In copertina, foto di Hansmuller)
Gramsci consiglia – Dall’egemonia culturale all’egemonia dei proclami è un articolo di Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
