A dieci anni dalla Strage del Bataclan, la memoria si intreccia alla paura. L’ISIS non domina più un califfato, ma sopravvive in nuove alleanze e fronti sparsi, alimentando instabilità e terrore. Una metamorfosi che racconta come la guerra al jihadismo non sia mai davvero finita.
Il 13 novembre, il cuore della Francia si fermò. Per cinque interminabili ore il terrore avvolse Parigi, e con essa l’Europa intera. 132 furono le persone che persero la vita quella notte, tra sparatorie nei locali ed esplosioni.
Di questi, 90 erano ragazzi e ragazze che si trovavano al teatro Bataclan, dove tre terroristi legati allo Stato Islamico (ISIS) aprirono il fuoco sulla platea nel bel mezzo di un concerto.
Dieci anni dopo, il Bataclan non è solo un luogo della memoria, ma anche un punto di partenza per interrogarsi su cosa è cambiato. Cosa resta oggi dello Stato Islamico?

L’ISIS non è morto: ha mutato forma, strategia e geografia. Questo anniversario, oltre ad una commemorazione, diventa un’occasione per comprendere come si è sviluppato lo Stato Islamico nel corso degli anni, in quali luoghi ha piantato le sue nuove radici e chi sono i suoi nuovi alleati.
La ricostruzione dei fatti e la commemorazione
Quando la furia terroristica si abbatté sul centro di Parigi era un venerdì qualunque. La città brulicava di vita: chi sedeva ai bar, chi mangiava in ristoranti e fast food, chi non vedeva l’ora di esultare per la nazionale di calcio francese e chi di perdere la voce a un concerto metal.

Quella sera però, tre kamikaze si fecero esplodere con giubbotti carichi di esplosivo all’esterno dello Stade de France; da lì l’avvio di una serie coordinata di attacchi. Un commando aprì il fuoco contro la folla seduta sulle terrazze di bar e ristoranti nel decimo e undicesimo arrondissement: in quel primo blitz decine di persone rimasero senza vita.
Dopodiché, tre terroristi fecero irruzione nel teatro Bataclan, dove circa 1.500 persone assistevano a un concerto. Ci furono spari ed esplosioni. Il bilancio totale fu di 132 persone morte e circa 350 feriti. Secondo le ricostruzioni, il movente dei terroristi era la vendetta nei confronti dei bombardamenti americani di quei giorni sulla Siria.
A dieci anni dall’orribile evento, i parigini sono stati invitati a commemorare i propri concittadini in place de la République, dove il presidente Emmanuel Macron ha inaugurato il Giardino della Memoria del 13 novembre, sulla Place Saint-Gervais, per rendere omaggio alle vittime dell’ira dello Stato Islamico.
Cosa è rimasto dello Stato Islamico?
Lo Stato Islamico – conosciuto anche come ISIS – nasce nel 2006 dalle ceneri di Al Qaida in Iraq, fondato da al-Zarqawi durante l’occupazione americana. Acquisisce un califfato nel giugno 2014, quando il suo nuovo leader al-Baghdadi lo proclama da Mosul, nel pieno dell’avanzata tra Siria e Iraq.
Attraverso la violenza, la propaganda online e il reclutamento, l’ISIS ha trasformato il terrore in un ‘brand’.
Oggi lo Stato Islamico non esiste quasi più nella forma territoriale che conoscevamo.
Nel 2017 il governo iracheno riconquista Mosul e dichiara la vittoria sull’ISIS in Iraq; nel 2019 le forze curdo-siriane liberano l’ultima roccaforte a Baghuz, ponendo fine al controllo territoriale del gruppo.
A questi rovesci militari si aggiunge poi la dipartita delle sue figure di punta: al-Baghdadi, muore nell’ottobre del 2019 durante un raid statunitense in Siria e al-Qurashi nel febbraio del 2022, in circostanze simili.
Tuttavia, tutto questo non impedisce all’ISIS di sopravvivere come potente macchina di propaganda e, soprattutto, come modello operativo replicabile. Il gruppo non è scomparso: si è trasformato nel corso degli anni.


Il ‘marchio’, infatti, è riuscito a perpetuarsi sottoforma di organizzazioni affiliate in diverse zone del mondo. Una di queste è ISIS-K, attiva dal 2015 fra Afghanistan e Pakistan, nata dall’alleanza con il Tehrik-i-Taliban Pakistan (gruppo terroristico operante in Pakistan).
Il leader di quest’ultimo, Hafiz Saeed Khan, giurò fedeltà ad al-Baghdadi, che accettò di riconoscere l’affiliazione del suo gruppo.
La “K” nel nome sta per Khorasan, cioè il nome della regione storica prevalentemente montuosa che include parti dell’attuale Pakistan, Iran, Afghanistan e di altri Paesi dell’Asia Centrale.
Nel bacino del Ciad, invece, la precaria sicurezza del Camerun e le due prolungate crisi interne hanno agevolato la diffusione del gruppo ISWAP (Islamic State West Africa Province), nato nel 2015 da una branca interna di Boko Haram.
Anche il suo leader, Abu-Bakr Shekau, giurò fedeltà ad al-Baghdadi. Da allora, nonostante il movimento abbia attraversato diverse scissioni, ISWAP è diventato la principale minaccia alla sicurezza dei Paesi che si affacciano sul lago Ciad.
Più a ovest, l’ISGS (Islamic State in the Greater Sahara), nato nel 2013 e affiliato allo Stato Islamico dal 2015, in seguito al giuramento di fedeltà del suo leader al-Sahrawi.
Dal 2019 al 2022 fece formalmente parte dell’ISWAP e oggi è attivo tra Mali, Niger e Burkina Faso, dove sfrutta il vuoto politico e militare seguito dai recenti colpi di Stato per consolidare la propria presenza armata.
In un approfondimento recente del Post del 6 novembre 2025, si segnala che un gruppo jihadista affiliato con Al Qaida è vicino a “conquistare Bamako, la capitale del Mali”, suggerendo che la minaccia jihadista, ben lungi dall’essere latente, è anzi in piena espansione.
In Mali lo Stato centrale è debole, e questa combinazione di crisi governative, blocchi strategici di rifornimenti e capacità di reclutamento permette alle formazioni affiliate sia all’ISIS che ad Al Qaida di guadagnare territori.

Il gruppo in questione, la Jama’at nusrat al Islam wal muslimin (JNIM), nato nel 2017 dalla fusione di cinque gruppi jihadisti, ha l’obiettivo di rovesciare i governi del Sahel – in particolare quelli di Mali, Burkina Faso e Niger – per imporre il proprio controllo.
Il ricercatore belga Van Ostaeyen, esperto di gruppi terroristici, pensa che, prima del Mali, sarà il Burkina Faso a finire sotto il diretto controllo di Al Qaida, perché la giunta militare del Paese governa meno del 35% del territorio.
Inoltre, il gruppo JNIM, attraverso il leader Iyad ag Ghali, ha dichiarato di voler arrivare fino al Golfo di Guinea, per assicurarsi uno sbocco sull’oceano.
In sintesi: l’avanzata dei gruppi jihadisti, oltre a dover preoccupare la comunità internazionale, dimostra che non assistiamo al ritorno dell’ISIS come lo conosciamo, ma a una ridefinizione multipla frammentata e decentralizzata di questa minaccia.
Quando un territorio esteso come il Sahel è pronto a cedere, allora la logica guerrafondaia non ha ancora perso la propria efficacia.
La mutazione dell’ISIS e le sue strategie
Come si è visto, dal 2019 l’ISIS non possiede più un nucleo territoriale definito; ma la perdita di terreno è stata compensata dalla capacità di diffondere narrazioni e ideologie che continuano a generare violenza.
La forza dello Stato Islamico risiede nella resilienza della propria rete economica e operativa: questo sistema combina attività illegali come il contrabbando di petrolio, l’estorsione, il traffico di beni archeologici, i riscatti e – non meno importante – le tassazioni informali per finanziare le proprie ‘province’ nel Sahel, in Asia e nel Medio Oriente.
I metodi per il trasferimento dei fondi includono non solo sistemi come banche locali e il circuito dell’hawala (sistema informale di trasferimento di denaro basato sulla fiducia), ma anche strumenti digitali emergenti: le piattaforme di asset virtuali (VASPs) sono sempre più utilizzate per aggirare i controlli finanziari internazionali e muovere ingenti risorse senza lasciare tracce.

Si possono individuare diversi fattori che alimentano la possibilità per lo Stato Islamico, di ottenere nuovamente un territorio su cui governare.
Innanzitutto, i vuoti di potere e le crisi politiche, come si è visto nelle aree in cui affiliati all’ISIS si sono progressivamente insediati nel corso degli anni.
A queste si aggiungono le divisioni locali, la povertà e la disillusione giovanile: terreno fertile per la propaganda e il reclutamento, alimentati dalla capacità del gruppo di sfruttare la marginalizzazione socio-economica.
La forza di una narrazione radicale
Sul versante ideologico, l’ISIS mantiene una fortissima capacità di propaganda: utilizza social media, piattaforme di messaggistica criptata e pubblicazioni digitali per radicalizzare nuovi adepti, rafforzare la sua narrazione e per mobilitare cellule autonome.
Questo ne fa una minaccia anche culturale e non solo militare. Inoltre, nelle periferie fragili dove lo Stato è debole o assente, l’ISIS riesce a costruire una presenza locale stabile ed esercitare forme di ‘governo’: nelle province africane assoggettate il gruppo riscuote imposte, gestisce riscatti e servizi di giustizia e soprattutto offre protezione in cambio di lealtà, rafforzando così il proprio potere presso le comunità locali.
Non meno importante è la resilienza del ‘marchio’ ISIS che, oltre a continuare a diffondere il proprio messaggio, mira a radicalizzare e ad affiliare gruppi terroristici minori, fornendo risorse, formazione e una cornice ideologica convincente.
È questa struttura reticolare a garantire la sopravvivenza del gruppo e soprattutto la sua espansione nel Sud globale.
La strategia del terrore e gli attentati ai civili restano dei pilastri dell’azione jihadista. Tra il 2014 e il 2018, l’ISIS ha rivendicato 140 attacchi in 29 Paesi al di fuori di Siria e Iraq, dimostrando che il fenomeno è globale e non confinato ai soli teatri di guerra.
Non solo: la strage avvenuta nel marzo 2024 alla Crocus City Hall di Mosca, rivendicata da ISIS-K, rappresenta la prova più recente di una minaccia che continua a evolvere.
Questi attacchi dimostrano come l’ISIS, nonostante sia privo di un territorio stabile, sia ancora in grado di colpire in contesti diversi e di guadagnare un’elevata visibilità internazionale.

Parallelamente, la risposta internazionale guidata dalla Global Coalition to Defeat ISIS – di cui fanno parte Francia, Italia e decine di altri Paesi – si è evoluta verso nuove strategie: oltre alle operazioni militari e di intelligence, la priorità è contrastare le reti finanziarie, bloccare i flussi digitali e delegittimare la propaganda jihadista.
Ma finché persisteranno le condizioni strutturali che l’ISIS sfrutta da anni, il gruppo continuerà a trovare nuovi spazi in cui riorganizzarsi.

Il vuoto di cui lo Stato Islamico si nutre
Il discorso sulla ‘fine’ dell’ISIS è fuorviante: nonostante il califfato sia caduto, il problema non è scomparso, si è però trasformato.
La minaccia non si misura più in chilometri di territorio, ma nella capacità di rigenerarsi attraverso affiliati, reti criminali e una forte propaganda globale. I dati provenienti dal Sahel suggeriscono che i gruppi jihadisti sono riusciti a trovare spazi d’azione socio-economici e non solo militari, e che esercitano funzioni parastatali sfruttando i vuoti istituzionali.
Se vogliamo davvero prevenire nuove stragi, dovremmo smettere di contare le rovine, ma iniziare a riconoscere le carenze – politiche e istituzionali – in cui il terrorismo trova ancora terreno fertile. Bisogna, soprattutto, guardare le condizioni che permettono allo Stato Islamico e ad altri gruppi terroristici di andare oltre la violenza e diventare parte integrante del tessuto sociale.
Giorgia Orlando
(In copertina, immagine dell’ISPI)
Dieci anni dalla Strage del Bataclan – Cosa resta dello Stato Islamico? è un articolo di Giorgia Orlando. Clicca qui per altri articoli di Politica!
