Politica

Il prezzo del silenzio – Analisi geopolitica della guerra a Gaza

bandiera palestina

Le proteste globali e il cambiamento dell’opinione pubblica stanno isolando Israele come mai prima. Questa analisi geopolitica su Gaza esamina le responsabilità politiche, economiche e mediatiche dell’Occidente nel conflitto e i meccanismi che ne alimentano l’impunità di Tel Aviv.


L’analisi geopolitica della guerra a Gaza

Negli ultimi mesi, le città di tutto il mondo sono invase da marce e manifestazioni. Queste proteste rappresentano l’unica strategia oggi disponibile all’opinione pubblica per mantenere la pressione sui governi affinché agiscano per fermare il genocidio in corso a Gaza, poiché rappresentano l’unica strategia oggi disponibile per l’opinione pubblica.

Come si è visto in grandi città europee come Roma e Parigi, i cittadini si sono mobilitati per denunciare l’indifferenza e l’ipocrisia dei governi occidentali.

Ora, sotto il peso di una crescente pressione popolare, qualcosa sta finalmente iniziando a cambiare.

Come ha recentemente osservato Jacobin, “i governi occidentali stanno per la prima volta, dalla nascita del movimento sionista alla fine del diciannovesimo secolo, adottando misure a sostegno dei palestinesi in risposta alla pressione popolare”.

analisi geopolitica della guerra a Gaza
Il post di Giovani Reporter dedicato alle manifestazioni per la Sumud Flotilla del 3 ottobre 2025.

Negli ultimi mesi, molti alleati storici di Israele — tra cui Francia, Regno Unito, Australia e Canada — hanno compiuto passi verso il riconoscimento di uno Stato palestinese. Il messaggio è chiaro: Israele sta diventando sempre più isolato a causa della sua guerra a Gaza.

Persino il rapporto con il partner più importante di Tel Aviv, gli Stati Uniti, raggiungendo livelli storicamente bassi. Come sottolinea The Economist, “gli elettori democratici si stanno da tempo allontanando dall’alleato più vezzeggiato d’America. Anche gli elettori repubblicani stanno perdendo fiducia”. Lo stesso articolo, più avanti, nota che, sebbene i mutamenti dell’opinione pubblica “siano lenti ad accumulare slancio, è difficile invertirli”.

La relazione tra Stati Uniti e Israele

I legami tra Stati Uniti e Israele sono stati a lungo definiti una ‘relazione speciale’. Come affermò l’allora senatore Joe Biden nel 1986, “se non esistesse Israele, gli Stati Uniti dovrebbero inventarne uno”. Israele rappresenta infatti un pilastro fondamentale per l’influenza americana in una regione instabile come il Medio Oriente.

E “fin dalla metà degli anni Sessanta, Israele ha ricevuto sostegno anche quando intraprendeva azioni che i leader americani ritenevano imprudenti e contrarie agli interessi degli Stati Uniti” (Mearsheimer, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy).

Netanyahu e Biden
Foto: Susan Walsh / i24 News

Secondo i dati del Congressional Research Service (CRS), Israele è stato il maggiore beneficiario cumulativo di aiuti esteri sin dalla sua fondazione, ricevendo oltre 300 miliardi di dollari in assistenza economica e militare complessiva.

E come nota il Council on Foreign Relations, “quasi tutti gli aiuti statunitensi oggi servono a sostenere l’esercito israeliano, il più avanzato della regione”. Israele è infatti la potenza militare più forte del Medio Oriente e, tuttavia, continua a ricevere un aiuto straordinario per il suo status, ancorché nessuno Stato arabo attaccherebbe intenzionalmente Israele.

Molti difensori della politica estera statunitense verso Israele la giustificano sulla base di argomenti morali, sostenendo che Israele non sia solo una democrazia ‘sorella’, ma anche l’unica democrazia del Medio Oriente, circondata da Stati arabi autocratici e quindi moralmente inferiori.

Come accadde nel maggio 2004, in occasione della conferenza annuale dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), quando l’allora presidente George W. Bush “iniziò il suo discorso applaudendo gli sforzi dell’AIPAC per rafforzare i legami che uniscono le nostre nazioni – i nostri valori condivisi, il nostro forte impegno per la libertà”.

Come sostenuto da Mearsheimer nel libro sovramenzionato, la giustificazione della “democrazia condivisa” è minata da molteplici fattori, come il trattamento “più che discriminatorio” dei cittadini arabi di Israele o “la continua imposizione di un regime legale, amministrativo e militare nei Territori Occupati” che nega ai palestinesi i diritti umani fondamentali.

Tale retorica dei valori condivisi serve soltanto a nascondere le vere motivazioni alla base di questa relazione speciale. 

Il doppio standard occidentale

Il 16 settembre 2025, il United Nations Human Rights Council ha concluso che le autorità e le forze armate israeliane hanno commesso — e continuano a commettere — atti costituenti l’actus reus di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: secondo le autorità sanitarie palestinesi, la loro campagna contro i militanti di Hamas nella Striscia di Gaza ha ucciso oltre 67.000 persone, di cui quasi un terzo sotto i 18 anni (Reuters). Israele, tuttavia, rimane impunito.

Soldati israeliani analisi geopolitica Gaza
Tre soldati israeliani (Foto: APAImages/Shutterstock/IPA via Altreconomia).

Mentre violazioni del diritto internazionale da parte di altri Stati, come l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 o il regime dell’Apartheid in Sudafrica, sono state prontamente condannate e sanzionate dalle potenze occidentali, la stessa urgenza non è mai stata applicata a Israele. Il contrasto è lampante: quando l’aggressore è un alleato dell’Occidente, i principi democratici che l’Occidente pretende di diffondere nel mondo vengono dimenticati, e l’azione diventa una scelta cinica basata su interessi calcolati.

Non vengono imposte sanzioni efficaci contro Israele perché ciò danneggerebbe direttamente gli interessi politici ed economici dell’Occidente. Israele non è solo un alleato, ma un partner profondamente integrato nei settori strategici dell’economia globale, in particolare in quelli militari, della difesa e della cybersicurezza.

L’indipendenza economica tra Israele e l’Occidente

Per quanto riguarda l’Italia, come afferma lo storico e politico Alessandro Volpi, “queste misure includono la sospensione dell’Accordo di libero scambio del 2000 tra UE e Israele, ma solo per il 37% del volume totale degli scambi, poiché la restante parte rimane regolata dalle norme del WTO. Tuttavia, anche per quel 37% soggetto alla sospensione, l’unica conseguenza sarà l’applicazione dei dazi ordinari dell’Unione Europea, il che significa nessuna sospensione delle importazioni, neppure di quelle di armi”.

Secondo ISTAT, sebbene le esportazioni militari italiane verso Israele siano quasi completamente sospese, le importazioni da Israele sono raddoppiate nel 2024 rispetto all’anno precedente, raggiungendo circa 155 milioni di euro attraverso quarantadue autorizzazioni.

Le economie occidentali sono così interconnesse con Israele che per le élites politiche non è stato conveniente dare visibilità al genocidio in corso. Il silenzio non rappresenta neutralità, ma una scelta politica volta a proteggere interessi economici.

Questo silenzio si estende oltre i governi, fino al mondo delle imprese, dove la responsabilità etica è regolarmente sacrificata al profitto. Aziende come Leonardo hanno mostrato scarsa preoccupazione per le implicazioni morali della firma di accordi con Israele nel pieno di un genocidio.

Analisi geopolitica dell’economia di guerra a Gaza

Come riporta ICT Security Magazine, nel 2023 Leonardo ha firmato due accordi strategici con l’Israeli Innovation Authority (IIA) e con la Ramot Tel Aviv University, concentrandosi su cybersicurezza, tecnologie quantistiche e sistemi autonomi. Italia e Israele sono infatti legate da un partenariato strategico, con quest’ultima considerata per l’Italia un partner difficilmente sostituibile.

Tra Italia ed Israele esistono rapporti talmente fitti che Roberto Baldoni, l’ex Direttore per la Cybersicurezza Nazionale, parla di “perdita di sovranità digitale”. In un’intervista del 2024 a Fortune Italia, quest’ultimo dichiarava: “Dal momento in cui prendo tecnologia critica da un altro paese mi sto allontanando dal riferimento ideale di sovranità digitale”.

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Un drone militare di Un drone militare di Leonardo (Foto: Thierry NECTOUX/Gamma-Rapho via Getty Images).

Come sottolinea Wired, “le startup israeliane sono tra quelle che hanno ricevuto tra i più alti finanziamenti da parte dell’Eic accellerator”. L’Eic (European Innovation Council) Accelerator, lanciato nel 2021 nell’ambito di Horizon Europe, sostiene startup e piccole-medie imprese europee.

Horizon Europe è l’iniziativa di punta dell’Ue in materia di ricerca e innovazione, progettata per stimolare la crescita economica, creare posti di lavoro e migliorare la vita dei cittadini (Il Sole 24 Ore). E, poco più avanti, l’articolo di Wired fa notare che “finora le startup israeliane hanno ricevuto dall’Unione europea, attraverso Eic Accelerator, oltre il doppio dei fondi rispetto a quelle italiane.

Per l’esattezza, si parla di 396 milioni di euro contro 177 milioni e, nonostante episodi come quello di Xtend, continuano a riceverne.

A inizio marzo 2025, tra le startup selezionate è comparsa RepAir Dac, a cui arriveranno 13 milioni per il suo progetto di estrazione e stoccaggio di Co2”.

Nel luglio 2025, la proposta della Commissione europea volta a escludere parzialmente Israele dal programma Horizon Europe non ha ottenuto la maggioranza qualificata necessaria per essere approvata.

Se la misura fosse passata, Israele avrebbe perso l’accesso a sovvenzioni e investimenti futuri per circa 200 milioni di euro provenienti dal Consiglio europeo per l’innovazione (EIC), che sostiene lo sviluppo di tecnologie avanzate.

Paesi come i Paesi Bassi, l’Irlanda, la Francia, il Lussemburgo, la Slovenia, il Portogallo, Malta e la Spagna hanno espresso il loro appoggio all’iniziativa della Commissione e, in alcuni casi, chiesto persino sanzioni più dure, anche di natura commerciale.

Tuttavia, Germania e Italia hanno domandato ulteriori approfondimenti prima di prendere una decisione definitiva. L’approvazione della sospensione, infatti, richiede anche il voto favorevole di uno dei due Stati, il cui peso demografico è determinante nel processo decisionale europeo (EuroNews).

La retorica dei valori europei si dissolve di fronte al potere del mercato e delle alleanze strategiche, e fallisce doppiamente nel momento in cui nazioni come l’Italia diventano dipendenti da un paese che contribuisce alla repressione di un altro popolo. 

Allo stesso tempo, il settore della cybersicurezza rappresenta uno dei pilastri principali su cui si fonda la repressione sistematica dei palestinesi da parte di Israele. La Palestina è infatti divenuta il terreno di prova per le nuove tecnologie militari.

Come mostra una pubblicazione dell’Arab Center Washington DC, prima dell’inizio dell’operazione militare contro Gaza, le industrie tecnologiche contribuivano al 20% del PIL israeliano, rispetto al 14% del 2012.

Nel 2012 la loro produzione era superiore del 50% rispetto a quella del settore commerciale, il secondo del Paese; nel 2022, il divario tra i due settori aveva superato il 90%.

Nell’ultimo decennio, le esportazioni israeliane di alta tecnologia sono aumentate del 107%. Nei primi quattro mesi del 2025, la quota delle esportazioni high-tech sul totale delle esportazioni israeliane ha continuato a crescere, raggiungendo il 57,2% — il tasso più alto mai registrato dopo il 56,4% dell’intero 2024 (Israel Innovation Authority).

Francesca Albanese, UN Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha pubblicato un rapporto intitolato From Economy of Occupation to Economy of Genocide nel luglio del 2025, che evidenzia come “troppe entità corporative abbiano tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale”.

Il rapporto mostra che “come principale fonte di finanziamento del bilancio statale israeliano, i titoli di Stato hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziare l’attacco in corso contro Gaza.

Francesca Albanese analisi geopolitica Gaza
Francesca Albanese (Foto: Costituente Terra).

Dal 2022 al 2024, il bilancio militare israeliano è cresciuto dal 4,2 all’8,3% del PIL, spingendo il bilancio pubblico verso un deficit del 6,8%. Israele ha finanziato questo bilancio in espansione aumentando l’emissione di obbligazioni, tra cui 8 miliardi di dollari nel marzo 2024 e 5 miliardi nel febbraio 2025, oltre a emissioni sul mercato interno dello shekel.

Alcune delle più grandi banche mondiali, tra cui BNP Paribas e Barclays, sono intervenute per sostenere la fiducia del mercato sottoscrivendo queste obbligazioni, consentendo a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse, nonostante un declassamento del credito”.

Secondo il rapporto, la Tel Aviv Stock Exchange è aumentata del 213% dall’ottobre 2023, accumulando circa 225,7 miliardi di dollari in guadagni di mercato, una crescita straordinaria che riflette come la guerra rappresenti una fonte di profitto.

La complicità del sistema mediatico occidentale

L’Occidente ha mostrato il suo sostegno a Israele anche attraverso l’apparato mediatico. Le potenze occidentali hanno dimostrato la loro complicità mantenendo il silenzio di fronte al genocidio.

“L’Europa è con Israele e il suo popolo. La sua lezione di libertà e progresso non sarà spenta dalla violenza e dalla barbarie”, ha dichiarato la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno il 7 ottobre 2023. “I miliziani hanno regalato la peggiore pagina del conflitto israelo-palestinese”, ha affermato Lucia Annunziata, membro del Parlamento Europeo, in un articolo su La Stampa nel novembre 2023.

In un’altra occasione, poco dopo l’attacco, Carlo Calenda, noto politico italiano e leader del partito Azione, dichiarò davanti al Senato: “Noi (il nostro partito) stiamo con Israele e sosteniamo il suo diritto a difendersi”.

Questa narrativa, promossa da figure pubbliche italiane di rilievo, ignora completamente la storia del conflitto ed elimina decenni di occupazione, politiche di apartheid e violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte di Israele. 

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Carlo Calenda (Foto: Il Fatto Quotidiano).

Un chiaro esempio è un articolo pubblicato da Il Foglio, uno dei principali quotidiani italiani, che attaccava direttamente António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, il quale aveva tentato di contestualizzare il pogrom del 7 ottobre subito dopo il suo verificarsi. L’articolo si schiera con Israele affermando con decisione che Gaza è “libera” dal 2005.

Negli anni, il mito di un ritiro israeliano unilaterale da Gaza ha continuato a persistere, invocato ripetutamente come prova della presunta volontà di Israele di rispettare le regole. Eppure, oggettivamente, ciò che accadde nell’agosto di quell’anno non fu affatto un vero ritiro, poiché l’esercito israeliano continuò a controllare i confini di Gaza, sottoponendo il territorio a un blocco punitivo e a bombardamenti periodici (Al Jazeera).

La continua manipolazione della storia da parte dell’Occidente per giustificare la violenza perpetrata da Israele ha contribuito alla realizzazione di un genocidio.

Come osserva Ilan Pappé in La prigione più grande del mondo (p. 162), “allo sgombero dei coloni seguì infatti la presa di potere da parte di Hamas, prima con le elezioni democratiche, poi tramite un colpo di Stato messo in atto preventivamente onde evitare una vittoria di Fatah sostenuta dagli americani.

La risposta immediata degli israeliani fu quella di imporre un embargo economico sulla Striscia di Gaza, a cui Hamas rispose con il lancio di missili su Sderot, la città più prossima alla Striscia. Ciò fornì a Israele il pretesto per ricorrere alla forza aerea, all’artiglieria e agli elicotteri d’assalto.

A quanto dichiarato dagli israeliani, il fuoco veniva indirizzato sulle zone di lancio dei missili, ma in pratica questo significava colpire ovunque nella Striscia”.

Fu in questo contesto che lanciarono l’Operazione First Rain, che segnò l’inizio di una delle fasi più brutali dell’assalto. I risultati furono i seguenti: “Il 28 dicembre 2006, B’Tselem — l’organizzazione israeliana per i diritti umani — pubblicò il suo rapporto annuale sulle atrocità israeliane nei Territori Occupati. Quell’anno, le forze israeliane avevano ucciso 660 civili.

Rispetto all’anno precedente (circa 200), nel 2006 il numero di palestinesi uccisi da Israele era triplicato. Secondo B’Tselem, quell’anno gli israeliani avevano ucciso 141 bambini. La maggior parte delle vittime proveniva dalla Striscia di Gaza, dove le forze israeliane avevano demolito quasi 300 case e sterminato intere famiglie.

Ciò significa che dal 2000 le forze israeliane avevano ucciso quasi 4.000 palestinesi, molti dei quali bambini; i feriti erano oltre 20.000”.

La soppressione del dissenso

Nel frattempo Israele è riuscito a sopprimere ogni forma di dissenso interno — anche assassinando giornalisti nell’impunità più totale — in parte “a causa del fallimento di molte organizzazioni e giornalisti occidentali nel difendere i loro colleghi palestinesi”, come nota The Guardian. I numeri parlano da soli: “Il Committee to Protect Journalists afferma che dal 7 ottobre sono stati uccisi 192 giornalisti — 184 di loro palestinesi uccisi da Israele.

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Colleghi e familiari pregano al funerale del cameraman di Al Jazeera Samer Abudaqa a Khan Yunis, Gaza (Foto: Mahmud Hams/AFP).

Dei palestinesi uccisi, il CPJ ha rilevato che almeno 26 sono stati deliberatamente presi di mira per il loro lavoro come giornalisti, sebbene il gruppo non abbia potuto determinare se siano stati uccisi specificamente per la loro attività professionale”.

Il pogrom di Hamas fu rapidamente sfruttato da Israele per rovesciare la narrativa a proprio vantaggio. La sua risposta non fu solo militare, ma anche una straordinaria offensiva mediatica e propagandistica volta a ridefinire l’aggressione come autodifesa e a silenziare qualsiasi narrativa alternativa.

Come osserva brillantemente l’European Institute of the Mediterranean, la reazione “ha rappresentato un caso senza precedenti di disinformazione, caratterizzato da un’enorme ondata di contenuti fuorvianti”. Ad esempio, poco dopo l’attacco del 7 ottobre, “Israele ha lanciato un’applicazione basata sull’intelligenza artificiale rivolta direttamente al pubblico, intitolata Words of Iron.

Questa piattaforma ha sfruttato gli sforzi di volontari e sostenitori di Israele in tutto il mondo per amplificare e diffondere globalmente la narrativa israeliana. Sviluppata dal team Akooda, Words of Iron descritta dai suoi creatori come una ‘Cupola di Ferro digitale’ per Israele.

L’app analizza un’enorme quantità di post su Israele provenienti da varie fonti, incluse quelle israeliane, aumentando la visibilità dei contenuti positivi e contemporaneamente sopprimendo o rimuovendo le narrazioni anti-israeliane“.

Indirizzare il discorso pubblico in una direzione favorevole a Israele è di importanza fondamentale, perché una discussione aperta e onesta sulla politica israeliana nei Territori Occupati potrebbe facilmente portare più cittadini a mettere in dubbio le politiche esistenti verso Israele (Mearsheimer).

Ciò che l’ultimo anno ha rivelato è che il sostegno occidentale a Israele non nasce da ideali democratici condivisi, ma da interessi economici, strategici e ideologici radicati.

Dietro la retorica della libertà e dell’autodifesa si cela una rete di complicità; mentre i Paesi occidentali si concentrano sulla protezione dei propri interessi nazionali, la vittima di questa tragedia è il popolo palestinese.

Come riportato dal Palestinian Central Bureau of Statistics il 20 giugno 2025, “il numero dei martiri palestinesi e arabi uccisi dalla Nakba del 1948 fino a oggi (all’interno e all’esterno della Palestina) ha superato i 156.000”.

I governi forniscono copertura diplomatica, le imprese traggono profitto dalla guerra e i media costruiscono una narrativa che giustifica entrambi.

Come ha recentemente osservato The Economist, “il palcoscenico è pronto per un grande regolamento di conti politico. Trump potrà forse mantenere la sua posizione filo-israeliana senza pagarne le conseguenze, ma altri politici non saranno così fortunati… Un candidato di successo non potrà sostenere lo Stato ebraico con la stessa fermezza di Joe Biden”.

Netanyahu e Trump
Netanyahu e Trump (Foto: ISPI).

L’opinione pubblica sta cambiando, e con essa il costo della complicità. Sempre più politici si stanno rendendo conto che tacere sulla Palestina non è più un’opzione e iniziano a parlare. Tuttavia, potrebbe essere troppo tardi per recuperare qualsiasi integrità morale, poiché migliaia di persone sono già morte mentre il mondo voltava lo sguardo altrove.

Come ha brillantemente espresso Edward Said nel suo capolavoro The Question of Palestine, “La questione della Palestina non è solo una questione di diritti palestinesi; è una questione di coscienza umana”.

Se l’Occidente pretende di difendere la democrazia e i diritti umani, il suo trattamento dei palestinesi rivela se tali ideali siano genuini o semplicemente selettivi.

Antonio Maria Marrone

(In copertina Ahmed Abu Hameeda da Unsplash)


Il prezzo del silenzio – Analisi geopolitica della guerra a Gaza è un articolo di Antonio Maria Marrone. Clicca qui per altri articoli di politica!

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