In un mondo sempre più instabile, parlare di sovranità e globalizzazione è un altro modo per capire dove stiamo andando: e, quindi, dove andremo in futuro. In occasione della XL Lettura del Mulino, tenuta a Bologna il 15 novembre, abbiamo incontrato Mario Del Pero, professore di Storia Internazionale a SciencesPo (Parigi) e autore di “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump” (Il Mulino, 2025). Con lui abbiamo discusso alcuni nodi centrali del nostro tempo: il ritorno delle guerre in Europa, la crisi della globalizzazione e le profonde trasformazioni degli equilibri mondiali.
Federica Corso: Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad alcuni eventi di portata globale – mi riferisco allo scoppio della guerra in Ucraina e al conflitto in Medio Oriente – inseriti in un climax di estremizzazione della politica; dobbiamo considerarli sconvolgimenti globali consuetudinari o patologici? Stiamo tendendo verso un nuovo equilibrio o ne siamo ancora lontani?
Mario Del Pero: La storia dell’umanità, e in particolare la storia recente, è segnata dalle guerre, ahimè; l’attività militare e la guerra rappresentano una delle dimensioni fondamentali dell’esperienza umana. Cosa notiamo oggi?
Il ritorno di guerre in Europa che, per dimensioni, numero di vittime e natura del conflitto, non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale – mi riferisco, naturalmente, all’Ucraina. Certo, ci sono stati altri conflitti, c’è stato il dramma jugoslavo, le guerre civili, ma nulla di paragonabile a un conflitto interstatuale come questo, provocato da un’invasione e con migliaia, forse addirittura milioni, di vittime. Inoltre, coinvolge anche una potenza nucleare, e questo è un elemento oggettivamente nuovo, se guardiamo alla storia degli ultimi ottant’anni.
Il Medio Oriente ha vissuto numerose guerre: la brutalità del pogrom del 7 ottobre e l’immensa brutalità della sproporzionata reazione israeliana rendono questo conflitto peculiare, anche per l’altissimo numero di vittime civili.
Queste sono due novità che si inseriscono in un contesto diverso e nuovo, un contesto di frammentazione globale, di disintegrazione. Che cosa è successo al mondo nell’ultimo mezzo secolo, almeno fino alla crisi del 2008? Il mondo si è fatto via via più integrato: processi di integrazione commerciale, processi di integrazione finanziaria, mobilità di persone, merci e capitali.
Il mondo si è fatto più integrato: l’essenza della globalizzazione è l’integrazione. Per accompagnare questi processi, esisteva una rete di istituzioni e organizzazioni internazionali; ne sono nate di nuove – la più importante è l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nella metà degli anni ’90 – che avrebbero dovuto governare la globalizzazione, disciplinarla con le loro regole, con i loro sistemi di tribunali e di arbitrato, e così via.
La grande illusione della globalizzazione è entrata in crisi nel 2008 e, soprattutto, è entrata in crisi la grande illusione – il grande sogno – di governare la globalizzazione e le relazioni internazionali.
Oggi viviamo in un’epoca in cui si screditano il negoziato multilaterale, il diritto internazionale e le istituzioni della governance globale: li si delegittima, li si indebolisce e, di fatto, li si mette da parte; ci si muove secondo logiche di potenza, secondo gerarchie di potenza, per cui gli USA possono imporre o rimuovere dazi in modo arbitrario, senza passare attraverso i normali canali diplomatici o istituzionali.
C’è dunque un ritorno di guerre – e guerre peculiari nella loro brutalità, nelle loro dimensioni e nella loro natura – e una crescente frammentazione dell’ordine globale: queste sono le due caratteristiche, in una certa misura tragiche e certamente molto pericolose, del nostro presente.
Federica Corso: Abbiamo parlato del ruolo delle governance globali, il ruolo della globalizzazione e il titolo della lettura di oggi è proprio “L’illusione della sovranità e la realtà dell’interdipendenza; gli USA nell’ordine internazionale contemporaneo”. C’è, dunque, un divario tra l’immaginario MAGA di cui la presidenza Trump si fa portavoce e una società che è ormai interconnessa, in una trama che vincola i Paesi gli uni agli altri? È ancora possibile parlare di sovranità? Oppure i meccanismi di governance globale la stanno erodendo sempre di più, insieme alla crescente globalizzazione?
Mario Del Pero: Ma questo è il grande punto di domanda. Noi studiosi parliamo di interdipendenza globale per descrivere un tratto caratteristico dei processi di integrazione mondiale. Interdipendenza significa che siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri: non siamo più pienamente indipendenti né pienamente sovrani.
L’Italia non è sovrana in materia di sicurezza, perché, avendo accettato un equilibrio basato sulla deterrenza nucleare, sulla certezza della distruzione assicurata, ha di fatto affidato la propria sicurezza, persino la propria sopravvivenza, alle scelte di altri attori. Parliamo oggi di fronte a un telefono assemblato attraverso vari stadi produttivi che coinvolgono diversi Paesi: sono le supply chain, le catene di valore transnazionali, e rappresentano l’essenza stessa dell’interdipendenza.
È un’interdipendenza molto profonda e strutturale; e la promessa di liberarsene – la grande promessa di Trump – è per certi aspetti irrealistica: è la promessa di recuperare la sovranità assoluta in un’epoca segnata da un reticolo di interdipendenze che attraversa tutte le fasi dell’agire umano. Ma è, appunto, un’illusione.
In parallelo, però, la crisi delle istituzioni globali della governance internazionale – la NATO, l’ONU, il WTO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’intera rete delle organizzazioni delle Nazioni Unite – è una crisi profonda. Non so se sia strutturale, ma è certamente una crisi significativa, reversibile solo attraverso un ripensamento dell’architettura della governance.
Tuttavia, questa architettura può funzionare solo se i principali attori dell’ordine mondiale vi si impegnano. Se gli Stati Uniti si sfilano dal regime multilaterale creato a Parigi dieci anni fa per rispondere al cambiamento climatico e all’emergenza ambientale, diventa molto difficile per queste istituzioni operare in modo efficace.
Federica Corso: Entrando più nello specifico del suo nuovo libro, “Buio americano”, edito dal Mulino, uno dei capitoli si intitola “Immigrazione, politiche economiche e nemici interni”. Ecco, in riferimento alle politiche di espulsione e rimpatrio, quanto il governo repubblicano ha accentuato una tendenza razzista e quanto invece è il riflesso di un sentimento già latente nel Paese?
Mario Del Pero: La questione razziale è costitutiva degli Stati Uniti, che nascono come coraggioso esperimento repubblicano volto a celebrare libertà universali e autoevidenti, pur essendo un Paese fondato sulla schiavitù.
Questo rappresenta un vulnus, una ferita originaria che il Paese continua a portarsi dietro e che, ciclicamente, tenta di sanare. Poi, certo, hanno visto la guerra civile, gli emendamenti costituzionali, le politiche pubbliche, ma la linea del colore è rimasta.
Ha generato forme strutturali di razzismo sistemico: ancora oggi il reddito medio di una famiglia nera afroamericana è del 30-35% inferiore a quello di una famiglia bianca, e molti altri indicatori confermano questo divario.

Questa storia è anche la storia del conflitto – non sempre complementare – tra due concezioni di ciò che la nazione americana è e dovrebbe essere, due idee diverse di identità nazionale.
C’è un nazionalismo civico, costituzionale, potenzialmente multirazziale, che trova nella Costituzione il principale collante nazionale. È anche un nazionalismo molto ideologico, che in alcuni momenti si è espresso attraverso l’idea del melting pot, capace di unire e “fondere” chi arriva trasformandolo in americano; un modello poi sostituito dall’approccio multiculturalista, quello del mosaico.
In antitesi a questo, esiste un’idea di nazionalismo essenzialista, nel senso che presuppone un’essenza intima, naturale e immodificabile degli Stati Uniti: un’essenza razziale, quella di una nazione bianca, cristiana o giudeo-cristiana.
Con Trump, in una certa misura, assistiamo alla riaccensione della dialettica tra questi due nazionalismi. Trump ripropone una visione fortemente essenzialista e razziale della nazione, fin dai suoi primi ordini esecutivi, dai provvedimenti che hanno cancellato l’insegnamento dello spagnolo nelle scuole pubbliche, e così via.
Lo fa cavalcando un malessere diffuso, una paura, una rabbia nei confronti di forme di immigrazione non controllata che si ritiene abbiano danneggiato il Paese. Negli anni dell’amministrazione Biden, il confine meridionale con il Messico è diventato un confine poroso, e la Casa Bianca ha attivato una serie di politiche di accoglienza per i rifugiati che hanno fatto entrare centinaia di migliaia di persone – molti venezuelani, ad esempio.

Da ben prima dell’emergenza migratoria, se ce ne è stata una, gli Stati Uniti si trovano oggi ad avere tra i dieci e i dodici milioni di persone che vivono, lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola e che tuttavia sono residenti privi di un regolare permesso di soggiorno.
In un Paese ‘normale’ – come in altre fasi della storia americana – esisterebbero meccanismi per regolarizzare la posizione di queste persone, o quantomeno dei loro figli: molti sono arrivati negli USA da bambini, portati dalle loro famiglie.
Invece, per ragioni politico-elettorali, da dieci anni non si riesce a trovare una soluzione di buon senso; e oggi i raid contro i migranti irregolari, finalizzati a espellerli o deportarli, finiscono per colpire anche queste persone: individui che risiedono nel Paese da dieci o vent’anni, ragazzi che sono americani a tutti gli effetti.
Ed è questa, forse, una delle tragedie principali a cui stiamo assistendo.
Federica Corso
(In copertina Mario Del Pero)
Per approfondire l’era Trump, leggi gli articoli della rubrica Strumpalate, a cura di Matteo Minafra.
Intervista in collaborazione con il Mulino; un ringraziamento particolare a Mario Del Pero, Antonella Sambri e Alessia Soverini. Leggi tutte le interviste di Giovani Reporter agli autori e alle autrici del Mulino.

