È possibile immaginare qualcosa di più abominevole di un safari umano? All’improvviso tornano le immagini dell’assedio di Sarajevo condotto tra il 1992 e il 1996, il più lungo della Storia. Cinque anni di terrore, in cui è accaduto qualcosa di macabro. Le testate giornalistiche hanno presentato la notizia del safari umano come una scoperta sconvolgente. Sconvolgente lo è senz’altro, ma è una notizia solo per quell’Europa da cui questi mostri provenivano.
Sarajevo: la città del Novecento
Sparare a Sarajevo non è mai banale, lo si impara sui libri di storia.
Questa città è tra le meno ‘europee‘ secondo chi ha sempre visto questo angolo del continente come luogo esotico dove perdersi in pratiche sufi, magari sfogando le proprie pulsioni.
Nulla di diverso da ciò che hanno fatto per secoli nobili e facoltosi europei, affascinati dal feticcio di quell’orientalismo descritto magistralmente da Edward Said. Qui inizia l’Oriente, non a Istanbul, nemmeno a Damasco o Baghdad; poco oltre Trieste si è già in un altrove in cui tutto è ammesso.
L’hanno chiamato safari umano: uomini occidentali facoltosi che si godevano qualche giorno sulle colline della città assediata sparando sui civili, con tanto di ‘guida turistica‘.
Il confronto con i VIP di Squid Game, che osservano compiaciuti i partecipanti del loro gioco e alla fine decidono di prendere loro stessi le armi, ci fa dubitare del confine tra realtà e fantasia.

Questa notizia, forse, sconvolge le nostre coscienze. Ma provate a chiedere a un uomo di Sarajevo, all’epoca bambino. Vi guarderà stupito, come se gli aveste chiesto se il cielo è blu o se l’acqua del mare è salata. Le prede sapevano. Hanno sempre saputo.
L’inchiesta di Milano
Tutto è partito da un’inchiesta per omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti aperta dalla Procura di Milano a carico di ignoti a seguito di un esposto dello scrittore e giornalista Ezio Gavezzini. Sarebbero coinvolti cinque italiani nelle vicende a cui, con ogni probabilità, hanno partecipato decine di altre persone, provenienti da vari Paesi dell’Europa.
Uomini di mezza età e facoltosi, con la passione per le armi: questo il profilo medio di chi intraprendeva i viaggi.
Immaginatevi un medico o un imprenditore italiano che passa il confine per trascorrere il weekend a sparare ai civili stravolti dalla guerra, magari con un fucile da caccia in valigia, di quelli che si usano con i cinghiali o gli orsi.
Parte da Trieste, ma non per andare a caccia tra i boschi della Slovenia, cosa che – per quanto contestabile – è legale e regolarizzata.
Non tornerà con in valigia salami o bistecche di selvaggina. Non tornerà con nulla, nemmeno i sensi di colpa.
Quanto costa la vita di un bosniaco? Di ‘quelli lì’, che tanto europei non sono perché musulmani, perché deboli? Dipende, e il fatto non deve sorprendere.
In questa macabra caccia non poteva mancare un tariffario. Per un bambino si paga di più, per una giovane ragazza carina anche; a un vecchio, invece, puoi sparare gratis. Fai solo un favore alle Tigri di Arkan e alla milizia di Ratko Mladić.
E forse non tutti pagano. Tornano ora in mente le vicende raccontate da Eduard Limonov, quando egli stesso racconta di essere stato a Sarajevo in quegli anni insieme ad Arkan, di cui possiamo dire essere stato amico.
D’altronde, il buon costume balcanico non avrebbe mai concesso di chiedere dei soldi a un ospite. Non ammetterà mai e poi mai di aver sparato, e morirà senza che di questo si abbia certezza.

La maggior parte, comunque, erano clienti, che sborsavano una cifra equivalente a circa 100.000 euro. Per una somma simile, oggi, in Africa si può sparare a un elefante – come se non fosse anch’esso un crimine.
John Jordan e il safari umano
Eppure le testimonianze non mancano, come quella di John Jordan, un pompiere americano volontario a Sarajevo. Chiamato a testimoniare dal Tribunale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia nel 2007, Jordan dirà di aver riconosciuto alcuni soggetti palesemente estranei al contesto aggirarsi tra le colline della città.
Abiti a volte civili, altre volte militari; ma soprattutto quei passi incerti di chi ha bisogno di una guida perché si trova in un luogo ignoto, e le armi da caccia, ben diverse da quelle in dotazione alle milizie.
La testimonianza di Jordan offre un dettaglio raccapricciante. In quanto volontario a sostegno della popolazione civile, racconta di essere intervenuto diverse volte per mettere in salvo delle famiglie il cui membro più giovane era ferito. Nel farlo si sofferma su un particolare:
Una cosa che si insegna a un cecchino militare è che l’uccisione non è necessariamente il fine ultimo; la distruzione lo è.
John Jordan
Un puro divertimento quindi, un gioco della domenica da svolgere all’aria aperta. Con la morte, il giocattolo si rompe; se invece si trascina ferito, magari sorretto dai suoi familiari, l’euforia della disperazione dura di più.
Anche i servizi segreti italiani sapevano, e avrebbero posto fine a questi viaggi. Tuttavia, questo non ha mai portato a un’indagine. I motivi restano ignoti e gettano ombre su molti elementi di questa vicenda.

Oggi, i clienti di questi safari umano saranno forse degli amabili e rispettati pensionati dalle carriere impeccabili. Magari dei signori distinti, non privi di un certo spessore culturale.
Altri saranno morti, ripensando nei loro ultimi giorni a quelle vite spezzate. C’è da chiedersi se con il sorriso o con qualche, seppur inutile, parvenza di rimorso. A volte è meglio rimanere nel dubbio.
Se mai questi soggetti rilasceranno qualche dichiarazione, non mi sorprenderebbe sentirli dire che, se non li avessero uccisi loro, ci avrebbe pensato qualcun altro. Magari sghignazzerebbero al pensiero che, se non fossero morte per strada, avrebbero potuto incontrare quelle giovani ragazze bosniache qui in Italia, su qualche altra strada, di notte.
Potrebbero anche dire che, in fin dei conti, hanno fatto solo un favore all’Europa, minacciata da quei futuri terroristi islamici sotto forma di bambini innocenti di cui non bisogna mai fidarsi. Perché loro sanno che un Selim, un Amir, un Enes, anche se ancora in fasce, è destinato a portare terrore.
Una percezione disumana e abominevole, ma che in questo periodo abbiamo visto essere ben radicata. Cambiano i luoghi, ma i nomi dei bambini che muoiono sono sempre gli stessi.
A tutto questo si cerca infine di mettere una pezza, ma a distanza di decenni che farsene? Così, il compito nobile della giustizia rischia di trasformarsi in un atto per certi versi umiliante. Com’è umiliante ricordare, a chi l’ha vissuto, un trauma addormentato.
Una pietà a scadenza
Di fronte alla notizia dei safari umani l’informazione europea si è mostrata sconvolta, ma quanto durerà? Quanto ancora la nostra coscienza, la nostra umanità saprà indignarsi e reagire di fronte a certe immagini? Già un altro conflitto – quello in Palestina – ha dimostrato che sappiamo abituarci a tutto. I video scorrono senza sosta, e l’algoritmo si diverte.
Ora osservi un bambino ucciso o un edificio crollare sotto le bombe; dieci secondi dopo ridi per un reel simpatico o ti preoccupi di come schierare la formazione al fantacalcio.
I mezzi che abbiamo a disposizione invertono i loro effetti. Un’immagine, anziché accrescere la nostra indignazione e stimolare l’orrore, finisce per collaborare a quel processo di assuefazione che rischia di spegnere o deformare la nostra percezione della realtà.
E finiamo per rimanere indifferenti. Al massimo scriviamo qualche commento frettoloso, o ripubblichiamo il post nelle storie.

Non ci avviciniamo all’abisso per la paura di trovarci di fronte a quello stesso orrore che ha condotto Kurtz, il personaggio di Cuore di tenebra, alla pazzia. La vita va avanti – almeno la nostra.
Jon Mucogllava
(In copertina Sarajevo in fiamme nel 1994, foto: Reuters/Peters Andrews)
Safari umano a Sarajevo – Almeno non stupiamoci più è un articolo di Jon Mucogllava. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

