Lo spettro dell’isolamento economico minaccia la Russia. Dopo che per anni ha ostentato sicurezza di fronte alle sanzioni occidentali, Vladimir Putin si trova ora di fronte a una realtà che nemmeno la propaganda del Cremlino riesce più a mascherare. Quelli che credeva suoi alleati si rivelano semplici partner commerciali, pronti ad abbandonarlo di fronte alle inflessibili logiche di mercato: la Russia è sola, e il più recente pacchetto di sanzioni sta dando del filo da torcere a Mosca.
Quando le sanzioni funzionano
A distanza di due settimane dalle nuove sanzioni contro Mosca, annunciate il 22 ottobre dal presidente americano Donald Trump, il quadro che emerge è quello di un’economia in affanno, di un impero energetico che si sgretola e di una diplomazia che non trova più appigli. Il fiume di rubli e di petrolio che ha finanziato la guerra in Ucraina potrebbe ora essere in secca.
A essere colpite sono le due principali compagnie petrolifere della Russia – oltre ad una dozzina di società più piccole ad esse legate –: Rosneft e Lukoil. La prima è un colosso a controllo statale, fiore all’occhiello della strategia politico-energetica del Cremlino, mentre la seconda è una società privata, tra le maggiori al mondo per produzione e riserve di petrolio greggio.

(Foto: Andrew Harnik/Getty Images).
All’indomani dell’annuncio di Trump, Putin ha convocato una conferenza stampa improvvisata per assicurare che “la Russia non si piegherà mai di fronte alle pressioni degli Stati Uniti”.
A Washington, il suo emissario Kiril Dmitriev ha ripetuto lo stesso copione: l’unico effetto sarebbe stato l’aumento dei prezzi negli Stati Uniti. Eppure, i numeri raccontano un’altra storia.
Solo nell’ultimo mese, con l’entrata in vigore delle sanzioni, le raffinerie cinesi hanno cancellato ordini per oltre 400.000 barili al giorno, quasi la metà delle forniture provenienti da Mosca.

Una notizia devastante per l’economia russa. Le aziende energetiche russe sono ora costrette a offrire sconti sul loro petrolio pur di restare competitive e continuare a trovare acquirenti.
Il motivo dunque non è politico, ma economico: il rischio di sanzioni secondarie spaventa a tal punto gli ‘alleati’ di Mosca da spingerli a interrompere o ridimensionare i loro rapporti commerciali con la Russia.
Ad essere controcorrente è l’azienda di raffinazione cinese Shandong Yulong Petrochemical che, alle sanzioni di Gran Bretagna e UE, risponde con l’aumento d’acquisto di petrolio russo (circa 350-400 mila barili al giorno solo per novembre). In questo modo, trasforma l’isolamento internazionale in una finestra di opportunità commerciale con Mosca.
Ma tranne rarissimi casi, nessuno sembra voler finire nella lista nera di Washington, anche a costo di bruciare ponti.
Da Pechino ad Ankara: il domino disastroso per Mosca
Ma la Cina non è la sola. Anche India e Turchia, tradizionali acquirenti di petrolio russo, stanno riducendo drasticamente le importazioni.
Per l’India, continuare a comprare significa compromettere le relazioni con gli USA proprio mentre Nuova Delhi cerca di attrarre investimenti americani ed evitare nuove sanzioni.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’India è diventata il principale acquirente di petrolio russo trasportato via mare, con l’importazione media di 1,7 milioni barili al giorno solo nei primi nove mesi del 2025.
E proprio ad agosto di quest’anno gli Stati Uniti, per ‘punire’ questo continuo acquisto, hanno imposto durissime sanzioni (fino al 50%) contro l’India.
Invece, la decisione di Ankara è forse ancora più significativa. Fino a poche settimane fa, la Turchia ha agito come intermediario tra Europa e Russia: importava greggio russo, lo raffinava e lo rivendeva all’Europa lucrando sulla differenza.
Ma ora che anche Ankara teme di finire nel mirino delle sanzioni secondarie di Trump, le raffinerie turche rescindono i contratti con Mosca.

Di queste, due tra le maggiori – la SOCAR Turkey Aegean Refinery e la Tupras – hanno aumentato gli acquisti di greggio non proveniente dalla Russia, diversificando così le proprie forniture per ridurre la dipendenza da quelle russe.
Le petroliere di Mosca vagano per i mari senza destinazione: il volume di greggio russo “bloccato in mare” ha raggiunto livelli superiori a quelli registrati durante la pandemia del 2020, quando il commercio mondiale era paralizzato.
Già a giugno l’UE aveva aggiunto 77 petroliere alla ‘lista nera’ delle sanzioni contro la Russia, portando a 419 il totale delle navi accusate di trasportare illegalmente petrolio russo.
Oggi, due petroliere con circa 1,5 milioni di barili di greggio Urals – una tra le principali miscele di petrolio russo – sono ancorate nei pressi del Canale di Suez, chiaro segnale delle crescenti difficoltà di Mosca nella vendita di petrolio dopo l’inasprimento delle sanzioni dello scorso mese.
La fragilità delle alleanze di fronte al mercato dell’oro nero
Per Putin, il sogno di un rialzo dei prezzi che potesse indebolire la determinazione occidentale si è infranto. Nonostante l’uscita della Russia dal mercato, i prezzi del petrolio sono rimasti stabili intorno ai 60 dollari al barile, grazie all’immediato aumento della produzione deciso dall’Arabia Saudita e dagli altri membri dell’OPEC.
In pratica, alleati del Cremlino e vecchi rivali hanno colto l’occasione per occupare lo spazio lasciato da Mosca.
È la legge del mercato, ma soprattutto una lezione geopolitica: le alleanze non esistono in una bolla di immutabilità, ma sono soggette a cambiamenti repentini e spesso bruschi che non guardano in faccia nessuno.
Nel frattempo, le conseguenze interne per la Federazione Russa sono devastanti. Le grandi compagnie energetiche stanno vendendo asset all’estero per ‘sopravvivere’. Ad esempio, la Lukoil – il più grande gruppo petrolifero privato russo con sede a Mosca – rappresenta circa il 2% della produzione mondiale di petrolio. Il suo principale asset estero è il giacimento iracheno di West Qurna 2.
La società ha visto crollare in pochi mesi il suo impero internazionale: l’Iraq rifiuta di spedire il petrolio estratto nei giacimenti condivisi e le stazioni di servizio in Finlandia sono tagliate fuori dai rifornimenti.
Inoltre, la società statale irachena SOMO ha annullato tre spedizioni di petrolio non raffinato della Lukoil, temendo le sanzioni di USA e Regno Unito.

Proprio giovedì scorso la Lukoil annuncia di aver accettato l’offerta di Gunvor – colosso svizzero del commercio di materie prime – per acquistare i suoi asset esteri. Ma la società svizzera ha ritirato l’offerta dopo che il governo degli Stati Uniti ha espresso pubblicamente la sua opposizione – il Tesoro USA ha definito su X la società Gunvor un “burattino del Cremlino”.
Lukoil possiede il 75% dell’impianto di estrazione petrolifera in Iraq, il quale produce circa 480.000 barili al giorno, ma al momento non riesce a mettere le mani nemmeno su un singolo barile.
Il Cremlino in rosso
Il vero problema, però, è nel cuore del sistema. Il 50% del bilancio statale russo dipende dalle entrate petrolifere. E quando queste si riducono, l’intera macchina statale si blocca.
Il governo federale russo ha registrato, nei primi sei mesi del 2025, un deficit di bilancio pari a 3,7 trilioni di rubli a fronte dei 0,9 trilioni di rubli dell’anno precedente nello stesso periodo. Il disavanzo previsto per l’anno in corso è salito a 5,7 trilioni di rubli (circa 63 miliardi di dollari) contro gli 1,2 trilioni stimati in origine.
Dopo il solido +4,3% di crescita del PIL nel 2024, l’economia russa ha subito un netto rallentamento.
Il Ministero dell’Economia ha abbassato la stima di crescita per il 2025 dal 2,5% all’1,5%, mentre i dati trimestrali confermano la tendenza negativa: +1,4% nel primo trimestre e appena +1,1% nel secondo.
L’inflazione, tra le principali criticità dell’economia russa sin dal 2022, nell’agosto 2025 si è attestata all’8,1%, ben oltre il target del 4% fissato dalla Banca Centrale Russa.

Le nuove previsioni del Ministero dell’Economia indicano un’inflazione al 6,8% entro fine 2025, in calo rispetto al 7,6% stimato in primavera, mentre il ritorno all’obiettivo del 4% viene rimandato al 2026.
Gli esperti parlano di un rischio di stagflazione in Russia, ossia una particolare situazione economica caratterizzata da un’inflazione elevata e una crescita economica stagnante o negativa.
Con i prezzi del petrolio bassi e le spese militari alle stelle, il Cremlino ha preso una scelta insolita: emettere debito in yuan per raccogliere liquidità dalle proprie riserve in valuta cinese e colmare un deficit di bilancio in forte aumento, quasi cinque volte superiore alle stime iniziali per il 2025.
Scegliere di emettere debito in valuta straniera può salvare la Russia oggi, ma potrebbe seppellirla domani. Indebitarsi in una valuta che non si controlla e che non stampa espone il Paese al rischio di una crisi che sarebbe difficile da controllare, ovvero la sfiducia da parte di un Paese estero.
In questo caso, la decisione di emettere debito russo in Yuan cinesi porta la Russia ancora più vicina all’orbita cinese e rende Mosca sempre più dipendente dalle decisioni e quindi anche dai ‘capricci’ di Pechino.
La tigre di carta
Putin continua a mostrarsi sicuro nonostante l’economia russa stia subendo perdite importantissime.
Ma dietro la propaganda, la Russia combatte aspramente su due fronti: quello militare, in Ucraina, dove il conflitto ha già ucciso 600 mila soldati russi, e quello economico, dentro casa.
Mentre i droni ucraini continuano a continuano a colpire le raffinerie di petrolio e gas, la popolazione russa affronta la pesante inflazione e le carenze di svariati beni. La Federazione Russa sembra essere una ‘tigre di carta’ e pare che tutto il mondo se ne stia accorgendo.

Cina, India e Turchia, i tre pilastri su cui Putin contava per aggirare le sanzioni occidentali lo stanno abbandonando uno dopo l’altro.
Eppure l’oligarca russo Oleg Deripaska aveva dichiarato al quotidiano britannico Financial Times che:
“L’economia russa ha dimostrato la sua resilienza nonostante gli effetti della guerra e delle sanzioni imposte dall’Occidente”
Oleg Deripaska
Tuttavia, ad oggi l’emorragia di investimenti esteri, l’interruzione di trading bilaterali e la mancata vendita di petrolio e gas sembra essere inarrestabile, e nessuna retorica di ‘resilienza economica’ può più nasconderla.
Potrebbe questo recente e (a mio avviso) inaspettato tracollo economico essere la crepa che, più delle armi e dei morti sul fronte, finirà per porre fine all’ambizione imperialista di Putin ed avvicinare la pace in Ucraina?
Alessandro Donati
(in copertina: ISPI – ll presidente cinese Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin e il premier indiano Narendra Modi)
Cina, India e Turchia abbandonano la Russia è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per altri articoli dell’autore.
