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Anversa, capitolo primo – Acclimatamento

anversa ricerca tesi copertina

Un’autrice di Giovani Reporter, Federica Lainati, racconta il suo primo approccio a una nuova esperienza: un soggiorno di ricerca tesi all’estero, nello specifico ad Anversa, in Belgio. Con sguardo attento e sincero, mette in luce gli aspetti nostalgici e quelli spensierati dell’allontanarsi da casa, descrivendo immagini tanto personali quanto collettive


Mi trovo ad Anversa, nelle Fiandre, per svolgere una parte della ricerca per la mia tesi magistrale. Sono arrivata il 20 settembre e ripartirò il 9 novembre: un soggiorno breve, sette settimane, poco meno di due mesi. 

Non è la mia prima esperienza di studio all’estero, o in generale lontano da casa: ho trascorso il primo semestre dell’ultimo anno della triennale in Erasmus a Madrid, e per la magistrale mi sono trasferita a Bologna da Milano, la città da cui provengo. 

Perciò, ormai, ho una certa familiarità con tutta una serie di dinamiche che accompagnano queste esperienze.

Ad esempio, so quanto sia importante partire portando con sé qualcosa che dia una minima apparenza di ‘casa’ alla stanza spoglia di un appartamento sconosciuto e condiviso con estranei in cui ci si ritroverà catapultati all’improvviso: le foto dei propri amici, familiari e/o partner con cui tappezzare le pareti; una fila di lucine da appendere sopra la testiera del letto; i propri libri preferiti, da tenere accanto a sé sul comodino o da disporre con ordine sugli scaffali della libreria, se disponibile. 

La finestra e la vista dal mio salotto ad Anversa.
La finestra e la vista del mio salotto ad Anversa.

Saranno oggetti utili che diventeranno simbolo di una presenza, a cui volgere uno sguardo disperato nei momenti di sconforto, in quei giorni di profonda tristezza e immensa solitudine che si fatica ad ammettere anche a sé stessi di star vivendo. Perché queste nell’immaginario comune sono esperienze belle, eccitanti e life-changing: “Che figata l’Erasmus a Madrid, ti starai spaccando tutte le sere!”, “Pazzesca la magistrale a Bolo, vedrai quante birrette ti scolerai e come riscoprirai la techno!”.

E invece no: all’inizio, e forse per un po’ – il primo mese è sempre di assestamento – un senso di solitudine e di non appartenenza ti accompagnerà quasi quotidianamente, appollaiato sulla tua spalla sinistra oppure seduto composto al centro del tuo petto, con la testa che ti fa capolino in fondo alla gola. 

Sarà più forte nei momenti convenzionalmente deputati alla socialità: il venerdì e il sabato sera, o la domenica pomeriggio. Al principio cercherai di colmarla accontentandoti di compagnie raffazzonate, e andrai a feste mostre serate e picnic con persone che non c’entrano niente con te, sconosciuti a cui ti sei accodata per caso e che non rincontrerai mai più, ma di cui, del resto, fin dall’inizio non ti importava granché. 

Un giorno, camminando da sola su una strada un po’ in pendenza, di ritorno da una lunga passeggiata pomeridiana protrattasi quasi fino a sera, mentre improvvise folate di vento sollevano da terra cumuli di foglie secche e ti spingono ad alzare con un brivido la cerniera della felpa, penserai: che strano che la solitudine possa essere così dolceamara; che strano desiderare di condividere con qualcuno questo momento, questa luce, quest’allegria che vibra nell’aria e, allo stesso tempo, provare un certo segreto godimento nello stare un po’ con i propri pensieri, nel poter scegliere davvero cosa fare o anche di non fare nulla, soltanto camminare per ore per una città nella quale sembra davvero di non riuscire a trovare il proprio posto. 

Arriverai a casa, ti siederai alla scrivania, accenderai la luce della lampada da tavolo e annoterai sul tuo diario: “Oggi mi sento molto triste e sola”. 

Qualche giorno dopo, per caso, incontrerai per strada una tua compagna di corso, una parigina alta e snella con la frangetta bionda e le mani affusolate. Deciderete di andare insieme a vedere un film di Wes Anderson in un piccolo cinema d’epoca, e all’uscita lei ti dirà: “Vieni con me a bere il vermut”. 

Nel bar vi imbatterete in una delle sue coinquiline, anche lei francese; salirete un po’ brille nel loro appartamento, le altre saranno già lì con alcuni amici, e piano piano scenderà la sera e si cucinerà una torta salata nel forno di una microscopica caotica cucina e si berrà vino rosso e tinto de verano, e quando, a notte fonda, saluterai tutti per tornare a casa, penserai con un timido palpito di gioia infantile che senza neanche rendertene conto ti sei fatta degli amici.

Scorcio di una via del centro di Anversa.
Scorcio di una via del centro di Anversa.

Anversa, dicevo. Diversi aspetti di questa città me la rendono fin da subito estranea. In primo luogo, la lingua: a Bologna, com’è ovvio, non ho avuto questa barriera; a Madrid neppure, perché conosco lo spagnolo. Qui leggo parole che non comprendo – scissione radicale di significante e significato: sento suoni e vedo raggruppamenti di lettere a cui non so associare un senso.

È straniante e fonte di svariati disagi, soprattutto al supermercato, quando intendo controllare la lista degli ingredienti di certi prodotti per verificare che non contengano carne, pesce e preferibilmente neanche uova o latticini (sono vegetariana, ma se posso cerco di mangiare vegano), e neppure arachidi (questi, invece, per una banale allergia).

A volte, di ritorno dall’università, mi fermo all’Albert Heijn accanto alla stazione, che sta sullo stesso piano della metro, e dove quindi il mio telefono non prende: non potendomi avvalere della tecnologia per ovviare alla mia ignoranza dell’olandese, sono costretta a importunare qualche povero malcapitato per chiedergli di fornirmi una rapida traduzione. 

Un secondo aspetto che mi stranisce di questa città è il suo silenzio. Abituata alla folla vociante di via Festa del Perdono a Milano e alla variopinta e chiassosa zona universitaria di Bologna, al viavai giornaliero di turisti, pendolari e scolaresche in Piazza Duomo e ai nugoli di ragazzi che si radunano ai Giardini Margherita non appena si palesa una giornata di sole, mi ero trovata perfettamente a mio agio anche nel traffico della Gran Vía, nell’atmosfera perennemente festosa del parco del Retiro, nel caos del mercato domenicale del Rastro e nel vociare squillante che dilagava per le vie e gli edifici della ciudad universitaria madrilena. 

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Prinsesstraat, una via della zona universitaria.

Qui, invece, le strade sono immerse in un silenzio ovattato e quasi surreale, come Bologna ad agosto o Milano sotto la neve. Appena si esce dal reticolo del centro, ci si scontra con questo muro di silenzio: sollievo e riposo per le orecchie, ma, alla lunga, anche fonte di una vaga, sorda inquietudine.

Non ho ancora sentito un clacson suonare. Persino le bici si sorpassano a vicenda sfrecciando sulle piste ciclabili senza mai avvisare con il campanello: si ricorre a questo mezzo di comunicazione solo in casi estremi, per esprimere particolare fretta o un ormai incontenibile disappunto. 

Ma ciò che davvero mi sconvolge di questo luogo è il meteo, e più nello specifico il suo mutare con sconcertante rapidità. Un giorno mi è capitato di assistere, nelle sole cinque ore che separano la colazione dal pranzo, all’avvicendarsi delle seguenti condizioni atmosferiche: pioggia battente, che mi ha salutata appena sveglia; nell’ora successiva, asciutto e piatto grigiore; all’improvviso sole caldo, che prima ha fatto capolino timoroso nella foschia, poi si è imposto al centro di un cielo d’un tratto assurdamente limpido; infine, vento frizzante e poderoso, accompagnato da grossi, spessi nuvoloni bianchi che incupivano l’aria quando passavano davanti al sole.

Le Fiandre ricordano molto da vicino l’Olanda: per la lingua, il meteo, il paesaggio naturale e architettonico, i lievi tratti autistici dei loro abitanti e la quantità di bici. Nelle ore di punta le piste ciclabili sono quasi più trafficate delle corsie per le macchine.

La mia proprietaria di casa mi ha messo a disposizione la sua vecchia bici, che di tanto in tanto utilizzo per andare in università. Pregi di questa opzione: è gratis. Difetti: arrivo a destinazione in un bagno di sudore. 

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Il parcheggio delle bici alla stazione di Berchem.

Se scelgo di andare in università in bici, nel mio percorso devo attraversare una parte del quartiere ebraico ortodosso della città. Sui marciapiedi camminano uomini barbuti vestiti con l’abito tradizionale: cappotto nero, camicia bianca, scarpe nere; in testa, oltre alle due caratteristiche trecce che scendono ai lati del viso, portano degli strani, ingombranti copricapi, fatti – mi pare – di capelli umani. 

Bimbetti rasati con i ciuffi delle trecce ancora corti aspettano accanto a me che il semaforo diventi verde. Un ragazzo giovane, all’incirca della mia età, si ferma davanti alla porta di un edificio e, ondeggiando come in stato di trance, si china ripetutamente prima verso uno stipite, poi verso l’altro. Piccoli gruppi di donne con foulard e lunghe gonne scure senza calze si dirigono insieme verso casa, spingendo ciascuna il proprio passeggino. 

Chiedo informazioni in merito alla mia proprietaria di casa: mi spiega che Anversa è famosa per la presenza di un’ampia e radicata comunità ebraica ortodossa, che tuttavia non è affatto integrata nella vita della città. Si tratta di un isolamento volontario e autoimposto: gli ebrei ortodossi hanno le proprie scuole, i propri negozi, i propri ospedali, i propri centri di aggregazione. 

Un’altra cosa che il popolo fiammingo condivide con quello olandese è il totale disinteresse per la propria privacy. Gli edifici hanno grandi finestre, le stanze all’interno sono illuminate e le tende spesso non tirate, cosicché qualunque passante o dirimpettaio può agevolmente sapere cosa accade nelle case altrui. 

Quando vado a correre, tra le sei e le sette e mezza – l’orario di cena a queste latitudini – intravedo coppie affaccendate in cucina e famiglie riunite intorno alla propria tavola. Una sera, rientrando dall’università, in una delle vie circostanti alla mia mi sono imbattuta nel seguente quadretto: al piano terra di una palazzina di mattoni rossi, tre ampie finestre facevano da cornici a un salotto dalle pareti bianche arredato con gusto; nel mezzo della stanza, un ragazzo sulla trentina suonava con trasporto uno strumento a fiato – un clarinetto, un oboe, o piuttosto un ottavino. 

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Milly sul divano del mio salotto.

Io vivo con la mia proprietaria di casa, Nathalie, una donna di cinquantatré anni nel pieno di una midlife crisis che mi affitta il primo piano della sua villetta.

C’è anche un’altra inquilina, Milly, una gattina nera che ogni tanto sale da me per miagolarmi un saluto, dormicchiare acciambellata sul mio divano o fare pipì nella mia valigia vuota.

Nel corso della mia prima settimana di permanenza qui, io e Nathalie organizziamo una cena nella sala da pranzo al piano di sotto. Cucina lei: zuppa calda di patate cipolle e cetrioli – mi ci sono approcciata con perplessità, ma devo ammettere che era molto buona –, verdure miste grigliate, couscous, falafel, hummus e salsine varie. Dietro sue indicazioni, apparecchio la tavola con due tovagliette di sughero e piatti di ceramica colorata. 

Chiacchieriamo sorseggiando vino rosato dolce in calici a forma di fiori. Nathalie ha messo della musica dall’impianto stereo della sala, e mentre parliamo sento distrattamente passare una bella canzone. “È Mia di Gorki”, mi dice lei, “Una delle canzoni belghe più famose. È uscita negli anni Novanta, prima che tu nascessi; eppure, nella classifica annuale delle canzoni più ascoltate in Belgio è sempre ai primi posti”. Per qualche minuto la ascoltiamo in silenzio: nonostante l’olandese non sia una lingua propriamente soave, la melodia è molto piacevole. 

Dopo cena sparecchiamo insieme e io mi offro di aiutarla con i piatti: lei lava, io asciugo. La cucina si affaccia sul retro della casa, e dalla finestra vedo la fila di luci colorate tesa tra due alberi del giardino accendersi con uno sfarfallio, illuminando fiocamente la tiepida notte belga. In sottofondo, Gorki canta: Sterren komen en sterren gaan / Alleen Elvis blijft bestaan / Mia heeft nooit afgezien / Ze vraagt: kun jij nog dromen?, “Le stelle vanno e vengono / Solo Elvis rimarrà / Mia non ha mai provato dolore / Chiede: riesci ancora a sognare?”.

Federica Lainati

(Foto in copertina e nell’articolo di Federica Lainati)


Anversa, capitolo primo – acclimatamento è un racconto di Federica Lainati. Clicca qui per altri articoli dell’autrice.

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