CronacaCultura

Il caso delle chat delle influencer tra decontestualizzazione, diritto alla privacy, incoerenza e piedistalli

lucarelli chat influencer

L’ultimo articolo di Selvaggia Lucarelli sulle chat delle influencer ha sollevato un polverone: corsa degli influencer a giustificarsi e contrattaccare; tra i loro followers, orde di indignati e schiere di irriducibili supporters. La verità è che le falle nel sistema sono tante, e (ci) coinvolgono tutti


Venerdì 31 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Selvaggia Lucarelli dal titolo Le ‘sorelle di chat’: gli insulti-influencer a Murgia, Sala & C. Lucarelli ha riportato il contenuto di una chat di gruppo e, in misura minore, di altre chat private di influencer e attivisti impegnati in battaglie politiche e civili.

In queste chat, i suddetti influencer e attivisti – tra cui figurano Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte, Flavia Carlini, Karem Rohana e Giuseppe Flavio Pagano – si esprimevano con parole pesanti e toni violenti contro Lucarelli stessa, ma anche Mattarella, Michela Murgia, Chiara Valerio e Cecilia Sala.

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Selvaggia Lucarelli ha firmato l’articolo sulle chat delle influencer (Foto: Stefania D’Alessandro/Getty Images via Elle).

Il materiale che Lucarelli ha diffuso è parte degli atti dell’indagine, chiusa qualche giorno fa, a carico di Fonte e Vagnoli, denunciate per aver molestato due persone (Serena Mazzini e A.S.) e accusate di stalking. 

Sui social, gli influencer hanno subito reagito, profondendosi in appassionate auto-apologie e, in alcuni casi, passando anche al contrattacco

Allo stesso tempo, sotto i loro post – in merito a questa questione e non – si sono riversate valanghe di commenti: chi li osannava ed esortava a continuare a fare il proprio lavoro a testa alta, chi mostrava nei loro confronti incredulità, delusione e indignazione.  

Chi ha torto e chi ha ragione ma è davvero questa la domanda giusta?

Sulla rivista Lucy. Sulla cultura, Irene Graziosi ha espresso il proprio punto di vista sulla vicenda in un breve pezzo intitolato Sulla storia delle chat delle influencer hanno tutti torto.

Il pezzo in sé mi ha lasciata un po’ perplessa, tra i grandi giri di parole e la lunga tirata nostalgica sul Novecento; tuttavia, credo che l’idea di fondo costituisca un ottimo spunto da cui partire per analizzare la questione. 

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Irene Graziosi (fonte: Wired).

Questo avvenimento ha messo in luce una serie di falle nel sistema che coinvolgono tutte le parti in causa. Non è mia intenzione affermare, sulla scia di Graziosi, che “hanno tutti torto”, né insinuare che tutti abbiano commesso ‘sbagli’ della stessa entità. Ritengo, però, che da tutti possiamo trarre qualcosa su cui riflettere

Da Lucarelli, che ha reso pubblicidecontestualizzandoli – dei messaggi privati.  

Da Vagnoli, Fonte, Carlini “& C.”, che pubblicamente si ergono a paladine dei diritti, combattendo con acredine battaglie transfemministe, antirazziste e anticolonialiste, mentre in privato, con la stessa acredine, si lasciano andare ad affermazioni misogine, razziste e violente

Infine, dal pubblico social, sempre pronto a esprimere sentenze, a esaltare o condannare, vittima della passione per la gogna mediatica e di una certa tendenza manichea alla cieca idealizzazione o alla sistematica demolizione altrui. 

L’importanza del contesto, i pericoli della decontestualizzazione

Non avendo alcuna formazione in ambito giuridico, non dispongo degli strumenti adatti per discutere con competenza la condotta di Lucarelli in relazione al trattamento delle chat private. Rimando gli eventuali interessati alla consultazione dell’art. 329 del Codice penale, nella versione aggiornata vigente dal 14 dicembre 2021

Storia postata su Instagram da Giuseppe Flavio Pagano, sui social dejalanuit.

Mi limiterò, quindi, a una semplice osservazione. Tra i messaggi riportati da Lucarelli, ce n’è uno di Pagano che recita: “Odio gli ebrei”. In una storia sul suo profilo Instagram, l’attivista ha pubblicato il contesto in cui era inserito quel messaggio: non parole sue, ma l’affermazione di “una scrittrice pro Pal” – di cui Pagano censura il nome – “che a luglio finì nella bufera perché in un video disse” …la frase incriminata.

Siamo quindi di fronte alla cara, vecchia estrapolazione e decontestualizzazione di parole e gesti: una grave minaccia per un giornalismo serio e degno di questo nome.

(Il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo, Lucarelli ha proceduto a correggere la propria ‘svista’ nell’attribuzione della frase: “Me ne scuso con l’interessato e con i lettori”, ha scritto sempre sul Fatto Quotidiano). 

Sfoghi giustificati o violenza inaccettabile?

Sono venuta a conoscenza dell’articolo di Lucarelli dalla giornalista Cecilia Sala, che in un post su Instagram ne ha riportato alcuni stralci e ha commentato

“Ci siamo fatti spiegare i diritti umani da quelli che godono quando l’Iran rapisce una giornalista. E augurano la morte al presidente della Repubblica italiana perché cita la giornalista nel discorso di Capodanno. 

Ci siamo fatti spiegare le molestie dagli indagati per stalking. Il bodyshaming da quelli che non fanno altro. Il femminismo da quelli che descrivono le donne che lavorano come «scendi-cazzi». E il razzismo da quelli che «odio tutti gli ebrei»”. 

Cecilia Sala (fonte: vrtnuws).

Mi sono subito chiesta come avessero reagito all’articolo i diretti interessati. Ho cercato i loro profili e, con vago imbarazzo, li ho ascoltati arrampicarsi sugli specchi, accampando la scusa di “sfog[hi] momentane[i] tra amici” e affermazioni a caldo su persone da cui avrebbero subito ripetute vessazioni e angherie. “Sapete, uno dopo anni in cui si vede spalare merda addosso pubblicamente è stanco, molto stanco”, dice Carlini in un video postato sul suo profilo. 

Ma dare a una donna della scendi-cazzi non è accettabile né giustificabile. Non sarebbe accettabile in alcun caso, men che meno da parte di chi ogni giorno, da anni, con veemenza e (apparente) convinzione, combatte pubblicamente battaglie femministe. 

E non è neppure giustificabile: non lo è alla luce della rabbia, né della stanchezza o della frustrazione, e neppure del contesto – uno scambio a caldo e senza filtri tra amici.

Ho discusso di questa vicenda con due mie amiche molto sagge – una chat di gruppo privata che non avrei alcuna remora a rendere pubblica. Una delle due, a proposito di questa espressione a dir poco infelice, ha scritto: “Condanniamo costantemente gli uomini per il cameratismo schifoso che avviene spesso nella sfera privata, non vedo perché noi [donne] dovremmo essere esenti dal discorso”. 

Allo stesso modo, non ritengo accettabile né giustificabile su alcuna base nessuno degli altri insulti che, a quanto pare, circolavano in quelle chat: “Latrina”, “Faccia di cazzo”, “La odio visceralmente”, parlando di Lucarelli; “vecchio di merda”, rivolto a Mattarella; “sull’orlo del baratro” a Cathy La Torre, e via dicendo. 

“Falsi moralisti”

La passione, il vigore e l’intransigenza con cui in pubblico ci si fa portatori di certi ideali indurrebbero ragionevolmente a pensare che quegli ideali li si sposi davvero, che li si incarni nel profondo, e che di conseguenza non si venga loro meno neanche nella propria sfera privata. 

Naturalmente non penso che ergersi a paladini di nobili ideali significhi essere senza macchia. In quanto esseri umani, siamo per natura predisposti a una certa dose di incoerenza e passibili di errori, e sarebbe sbagliato aspettarsi il contrario. 

Non ritengo neppure che la scissione tra volto pubblico e privato sia discutibile e preoccupante in sé e per sé: mi pare ovvio che esista uno scarto tra come ci si esprime con i quattro amici di una vita e davanti a una platea di migliaia di persone. 

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René Magritte, Il doppio segreto (fonte: Wikioo.org).

Diventa preoccupante, però, quando si tratta di una scissione radicale, anzi, di un vero e proprio ribaltamento: quando, cioè, il volto privato incarna esattamente ciò che il personaggio pubblico metterebbe alla gogna senza esitazione. 

“A me i falsi moralisti mi fanno un po’ cacare”, afferma sempre Carlini nel video. Allora però forse bisognerebbe che lei e i suoi quattro amici ripartissero tutti da un bell’esame di coscienza.

Essere messi su un piedistallo, o salirci da sé

C’è un ultimo aspetto di questa vicenda su cui voglio soffermarmi perché degno di nota, ed è la “flagellazione pubblica” che ne è derivata – così la definisce ancora Carlini. 

La flagellazione pubblica, la gogna mediatica, l’umiliazione collettiva ai danni di un individuo o di un gruppo di individui appaiono fenomeni intrinseci ai mass media e, in modo particolare, ai social. Si tratta, credo, di una dimostrazione della polarizzazione delle coscienze a cui il discorso su queste piattaforme rischia talvolta di portare. 

La mia impressione da utente e osservatrice è che la (auto)rappresentazione di personaggi con un certo seguito sui social tenda ad assumere solo due forme, l’una radicalmente opposta all’altra: l’idealizzazione e il culto della personalità, da un lato; l’affossamento e la spietata denigrazione, dall’altro. 

Mi viene in mente il famoso ‘Pandoro Gate’, che alla fine del 2023 ha visto protagonista – e vittima – Chiara Ferragni. Per diversi mesi, i post dell’influencer sono stati assaliti da commenti di un odio e una brutalità eccessivi, accaniti e francamente allarmanti.

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A sinistra, un’immagine tratta dal video postato da Chiara Ferragni sui suoi profili social a seguito dello scandalo. A destra, il pandoro Balocco “Pink Christmas” brandizzato Ferragni (fonte: Life In Italy).

Chi fino a quel momento aveva messo Ferragni su un piedistallo di bontà e trasparenza lamentava la propria delusione e il proprio rammarico; chi non l’aveva mai tollerata approfittava dello scandalo per rovesciarle addosso con livore insulti irripetibili. 

Qualcosa di molto simile, come ho già detto, è accaduto sui profili degli influencer a seguito della pubblicazione dell’articolo di Lucarelli. 

In medio stat virtus

Le persone non sono né eroi o divinità da adulare, né sacchi di spazzatura senza dignità né sentimenti. Riconoscere la naturale disposizione all’errore di ognuno dovrebbe ammonirci a non incensare gli altri quando ci appaiono perfetti e a non fustigarli quando invece, sbagliando, rivelano le loro inevitabili imperfezioni. 

Lo stesso, del resto, dovrebbero fare per primi coloro che si costruiscono un’immagine pubblica, sui social come nella vita vera: ricordare che la realtà è fatta di sfumature, e che l’intransigenza che mostrano verso gli altri potrebbe, un giorno, ritorcersi loro contro

Ma se mettere – o mettersi – su un piedistallo è controproducente e ingiustificato, cercare di agire coerentemente con i valori che si professano è invece cosa buona e giusta, e aspettarselo dagli altri – addirittura, talvolta, pretenderlo – è più che legittimo. Memorandum per chi, con le lotte su valori e diritti, ci fa carriera.

Federica Lainati


Il caso delle chat delle influencer tra decontestualizzazione, diritto alla privacy, incoerenza e piedistalli è un articolo di Federica Lainati. Clicca qui per altri articoli dell’autrice.

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