Cultura

La libertà di morire in pace – L’eutanasia e la nonviolenza raccontate da Pat Patfoort

Pat Patfoort

Nel suo diario “Mamma viene a morire da noi domenica – Eutanasia e nonviolenza” (Infinito Edizioni, 2016), Pat Patfoort racconta l’eutanasia della madre Bam come un atto di nonviolenza e di amore estremo, riflettendo sulla sottile linea che separa la cura dall’annullamento di sé. Attraverso la teoria dell’Equivalenza, l’autrice mostra come anche la morte possa essere vissuta in armonia con la dignità umana. Oggi, in Italia, Il suo racconto torna a interrogarci su cosa significhi davvero vivere – e morire.


Nel 2010 si tenevano i mondiali di calcio in Sudafrica, scoppiava la Primavera araba, e la madre di Pat Patfoort, amorevolmente chiamata Bam, chiedeva l’eutanasia pur non essendo malata terminale.

Nel Belgio di quindici anni fa, il processo per ottenere il fine vita – come descritto dall’autrice – è tediante, lungo: un vero e proprio calvario per la richiedente e i suoi caregiver.

Patfoort in quell’anno tiene un diario con annotazioni quasi giornaliere sugli eventi che riguardano l’eutanasia e sulle emozioni che ne conseguono, e lo pubblica nel 2016 con il titolo Mamma viene a morire da noi domenica – Eutanasia e nonviolenza (Infinito Edizioni, 2016).

Questa estate le parole ‘eutanasia’, ‘suicidio assistito’ e ‘fine vita’ hanno fatto particolare notizia, specialmente con i casi di Laura Santi e Martina Oppelli, e con il nuovo disegno di legge proposto dal governo il 2 agosto sulla morte medicalmente assistita. Alla luce di tutto ciò, il libro dell’autrice belga si dimostra tristemente attuale.

Pat Patfoort, Mamma viene a morire da noi domenica – Eutanasia e nonviolenza (Infinito Edizioni, 2016).

Conflitto e nonviolenza: due sistemi a confronto

Il titolo del libro già introduce una delle parole più emblematiche sia dell’opera sia della vita stessa di Patfoort: nonviolenza. Ma che cos’è esattamente la nonviolenza? L’autrice si occupa di antropologia e risoluzione nonviolenta dei conflitti fin dagli anni ‘80, sviluppando la teoria riguardante l’esistenza di due sistemi: il sistema Maggiore-minore e il sistema di Equivalenza

In breve, il primo sistema è caratterizzato da una visione binaria del conflitto – giusto/sbagliato, vincitore/perdente, normale/anormale – per cui l’istinto primordiale di autoconservazione serve a dimostrare la superiorità della propria posizione sugli altri.

Pat Patfoort
Pat Patfoort illustra il sistema Maggiore-minore (Foto: pressenza.com).

Naturalmente, un sistema in cui il potere viene utilizzato per imporre il proprio punto di vista sull’altro non può che portare a un’escalation della violenza, destinata così a perpetuarsi – ciò si nota non solo a livello dei conflitti interpersonali, ma anche dei conflitti tra Stati

Al contrario, il sistema di Equivalenza parte da un semplice presupposto: non esiste giusto o sbagliato, poiché ogni essere umano ha pari dignità; ragion per cui le differenze devono essere riconosciute senza apporre giudizi di valore. Secondo questo sistema, più punti di vista possono coesistere senza che, necessariamente, uno prevalga sull’altro, così il conflitto viene risolto tramite la cooperazione e il compromesso

Uno stile di vita nonviolento

Per Patfoort non si tratta solo di una teoria accademica, ma di un vero e proprio stile di vita, al quale tenta di attenersi il più possibile nonostante le pressioni esterne.

Ma vivere secondo i precetti della nonviolenza significa applicarli non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi: il libro diventa così un viaggio sulla linea sottile che divide l’altruismo dalla noncuranza di sé, domìni che si possono sovrapporre con molta facilità, specialmente in un caso delicato quanto l’accompagnamento di un caro nel percorso di eutanasia.

Pat Patfoort (Foto: eirenefest.it).

Per l’autrice, quindi, nonviolenza è “prendersi cura degli altri, ma anche di noi stessi”, una frase che può sembrare quasi banale, ma che nasconde delle implicazioni che, a noi cresciuti nel sistema Maggiore–minore, creano un forte dilemma morale.

Leggendo le note giornaliere scritte da Patfoort, infatti, un pubblico poco avvezzo al sistema di Equivalenza potrebbe storcere il naso, criticare le azioni dell’autrice e giudicarle ingiuste

Pat Patfoort eutanasia
Una manifestazione nonviolenta (Foto: Altreconomia.it).

Tra solitudine e aspettative: quanto pesa il giudizio degli altri?

Le pagine sono pregne di conflitto: Bam, ormai incapace di prendersi cura di sé, è diventata una madre pretenziosa di attenzioni e premure, mentre Pat ed Eliane, sua sorella, non sono solo incapaci, ma soprattutto non sono disposte a provvedere ai suoi bisogni. 

Un esempio è la sistemazione di Bam: vive in una casa di cura che chiama il suo ‘Inferno’, obbligata dagli infermieri a camminare, anche se ciò le provoca un immenso – oltre che inutile – dolore fisico.

Vive praticamente in preda alla solitudine e alla frustrazione di chi sopravvive solo in virtù delle cure che gli altri le concedono, e di chi vive soltanto quando i suoi cari le fanno visita. Le visite non sono sporadiche; anzi, l’unico giorno in cui Bam non ne riceve è il mercoledì.

Tuttavia, per una persona che si percepisce isolata e priva di autonomia, anche la compagnia di amici e familiari non è mai abbastanza. La sua frustrazione è talmente evidente che è inevitabile provare pena, chiedendosi: perché non sono le sue figlie, Pat ed Eliane, a prendersi cura di lei a tempo pieno, invece di sottoporla a tanta sofferenza durante i suoi ultimi giorni? 

O ancora, quando giunge il momento di scegliere una data per la fatidica eutanasia, Eliane impone che si attenda la fine di settembre per potersi godere le vacanze estive in serenità.

In questo passaggio, Pat non critica la richiesta della sorella, anzi sottolinea l’importanza di considerare i suoi bisogni, seppur all’apparenza futili, per vivere secondo i principi della nonviolenza.

Non mettersi in pericolo come simbolo di nonviolenza verso se stessi

Dalla sola narrazione di questi eventi, è quasi impossibile non provare pena per Bam e  condannare Pat e Eliane con sdegno. Ed è esattamente ciò che si aspetta da noi il sistema Maggiore–minore: un giudizio polarizzato, tra le cui lenti è tutto nero o bianco. Eppure, Patfoort ci spiega che per mettere fine alla violenza è necessario abbandonare questo sistema, per quanto confortevole sia ai nostri occhi, e accettare che nessun essere umano ha bisogni più importanti di un altro.

In questo caso, dedicarsi completamente a qualcuno, anche se questi è in punto di morte, è un atto di violenza contro sé stessi, perché arreca conseguenze che si protrarranno oltre il loro decesso e il nostro lutto.

Patfoort si chiede dunque se valga davvero la pena di diventare martiritrascurando le proprie carrierepassioni e relazioni, affinché un nostro caro possa continuare a vivere – e la risposta dell’antropologa è no. Non si tratta di dare maggiore importanza alla propria vita rispetto a quella della madre, ma di metterle sullo stesso piano.  Così, si dedica a Bam secondo la legge per cui “non si deve aiutare qualcuno in pericolo di morte, se ci si mette a nostra volta in pericolo”. 

Parliamo di necessità

L’autrice è consapevole che mettere sullo stesso piano necessità di portata così differenti può essere controverso, perciò afferma prontamente: “Può sembrare disumano, ma no, è l’applicazione della nonviolenza”. Come se un libro sull’eutanasia non portasse già in tavola sufficienti quesiti di matrice culturale, morale e religiosa, Patfoort fa un passo avanti e afferma di fronte ai propri lettori che non ha alcuna intenzione di immolare il proprio spazio e la propria salute mentale ai desideri della madre, in nome non di un gretto egoismo, ma della nonviolenza verso se stessa

Cos’è la vita? Quando eutanasia e nonviolenza si sovrappongono

Nel corso del libro, Patfoort applica la nonviolenza specialmente nei confronti di due personese stessa e sua madre. Se essere nonviolenta nei propri confronti significa preservare i suoi spazi, esserlo con Bam, una donna novantenne, impossibilitata dal dolore a compiere qualsivoglia movimento, e quasi completamente cieca e sorda, vuol dire solo una cosa: accompagnarla nel processo di eutanasia.

Così, nonviolenza ed eutanasia diventano concetti sovrapposti, che portano entrambi al compimento massimo della volontà di Bam. 

Henri de Braekeleer (1876) The Teniersplaats in Antwerp (Immagine: museerops.be).

Patfoort parte dal presupposto del diritto alla vita. Ma se concordiamo che questo diritto sia imprescindibile, che cosa definiamo come ‘vita’? È forse vita dipendere completamente dalle cure di terzi, del tutto impossibilitati a soddisfare i propri bisogni?

Quando anche solo andare in bagno è un calvario? Quando le telefonate dei figli sono la nostra unica compagnia, ma l’udito ci sta venendo a mancare al punto che non possiamo nemmeno riconoscere le loro voci? Si può chiamare ancora vita quando non possiamo più essere fautori del nostro destino e della nostra felicità

Patfoort scrive nel suo diario che per sua madre era ormai impossibile vivere autonoma e felice, e che accompagnarla verso la morte era l’unico modo per provvedere una cura alla donna che si era sempre occupata di lei. E per quanto sia dolorosa la perdita di un genitore, accettarla – e anzi aiutare il processo che condurrà inevitabilmente al lutto – per Pat non è soltanto un atto di nonviolenza, ma un sommo atto d’amore. Perché per Bam, la sua non era più vita, ma un conto alla rovescia verso la liberazione dal proprio inferno

Dall‘eutanasia secondo Pat Patfoort all’Italia: il caso di Martina Oppelli

In un’Italia dove l’eutanasia è ancora illegale e il processo per richiedere il suicidio medicalmente assistito è avvilente, è necessario capire fino a dove si può spingere il concetto di ‘vita’

Il 1° agosto, Marco Cappato ha annunciato in una conferenza stampa come, prima di ricevere l’eutanasia in SvizzeraMartina Oppelli abbia denunciato l’ASUGI per tortura, a seguito del rifiuto dell’azienda sanitaria di concederle l’accesso al fine vita ben tre volte. Quando una persona definisce la propria esistenza un inferno, come Bam, o una tortura, come Martina Oppelli, allora non si tratta più di vita, ma di mera sopravvivenza.

Eppure, il governo ha ora proposto un nuovo disegno di legge che impone ulteriori prerequisiti e precondizioni per accedere al suicidio medicalmente assistito – una cura che, finora, è stata concessa soltanto a dieci persone, ognuna delle quali avrebbe ricevuto un responso negativo se le nuove regole fossero state in vigore. È paradossale quanto ci si ostini a difendere il diritto alla vita senza chiedersi quali sofferenze vengono invece imposte a chi non può accedere all’eutanasia. 

Laura Santi e la vita come simbolo di libero arbitrio

Nella sua ultima lettera, la giornalista Laura Santi, morta grazie al suicidio assistito lo scorso 21 luglio, scrive: “La vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a 100 anni e nelle condizioni più feroci, ma dobbiamo essere noi che viviamo questa sofferenza estrema a decidere e nessun altro”. La citazione riflette esattamente i pensieri elaborati da Pat Patfoort nell’affrontare l’eutanasia di sua madre Bam con nonviolenza: non si può imporre a qualcun altro di vivere per noi.

Pat Patfoort eutanasia
Laura Santi (Foto: Conversazioni sul futuro).

Ciò vale a doppio senso: non possiamo obbligare una persona a restare in vita in nome dei nostri principi morali (e qui Patfoort si domanda dove sia la moralità nell’imposizione della sofferenza), così come non possiamo obbligarla a dedicarci tutte le cure di cui necessitiamo per continuare a voler vivere. Vivere, non lottare: perché la vita non dovrebbe mai essere una lotta – ma quando lo diventa, è fondamentale poter decidere di deporre le armi

Krystal Anne Estrella

(In copertina foto di Italia che cambia)


La libertà di morire in pace – L’eutanasia e la nonviolenza raccontate da Pat Patfoort è un articolo di Krystal Anne Estrella. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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