L’autrice di questo breve racconto ritorna dopo anni nella località di mare in cui, nelle estati della sua infanzia, era solita trascorrere le vacanze con la sua famiglia, e registra con sgomento e tristezza la distanza tra lo scintillio dei suoi ricordi e la desolante realtà che oggi ha davanti agli occhi.
Arrivo al tramonto. A quest’ora di solito il sole scompare alle mie spalle, in fondo alla linea dell’orizzonte che chiude un’immensa distesa di campi coltivati a pomodori e prati dall’erba secca. Stasera, invece, sopra di me si allarga un cielo color petrolio, e una macchia più scura avanza da nord-ovest, frantumando ogni confine in una pioggia ancora lontana che però minaccia di avanzare fino a qui.
Percorro lentamente il lungo rettilineo su cui si affacciano le villette colorate, i condomini con piscina, la chiesetta e le sue finestre, maldestre imitazioni delle vetrate di antiche cattedrali, le giostre abbandonate. Sono anni che il cavallino non fa più un giro di trotto, i tappeti elastici hanno perso l’abitudine di armonizzare il salto di piccoli piedini irrequieti, e dalla vaschetta le paperelle protendono gli occhi grandi e il becco arancione, implorando di essere acciuffate ancora una volta dall’amo.
Il paese è una tipica località di mare dell’alto Adriatico, vicina alla città, ma isolata e perfettamente autosufficiente se ci si contenta dell’essenziale: locali che a pranzo friggono pesce misto e la sera fanno girare le cosce di pollo sullo spiedo, tre pizzerie e qualche gelataio, un minimarket e vari bazar (la cui varietà sta nel numero più che nella sostanza), la guardia medica, un campeggio che attrae vacanzieri pallidi e biondi e, nell’entroterra, un ristorante un po’ più pretenzioso che, dopo una certa ora, si reinventa come discoteca.
Agli occhi della me bambina, il campeggio era il miraggio di un divertimento fuori dall’ordinario, col suo grande parco giochi con le altalene e la carrucola dove avevamo il permesso di andare solo una volta ogni estate; il gelataio era la scusa per un’uscita serale, per concederci il lusso di una coppetta al limone che mangiavamo giocando a campana o ad acchiapparella; la discoteca un posto buio e misterioso, frequentato nelle ore notturne dai ragazzi più grandi della spiaggia e circondato, nei discorsi degli adulti, da un’aura di riprovazione.
Sui marciapiedi, un tempo strabordanti di passeggiatori serali, non cammina più nessuno – fatta eccezione per una famiglia di sandali con le calze, un anziano col cane, una ragazzina in bicicletta. Tutto ciò che mi sembrava luccicare e scintillare quando ero bambina, ora lo vedo per quello che è: un tendone verde sbiadito dal sole, un palazzo scuro con i balconi stretti e la vernice scrostata, il getto d’acqua di una fontanella in mezzo alla piazza vuota, le sedie di plastica bianca di un bar immotivatamente ancora aperto.

Tutto è cambiato, e insieme è mutato anche il mio sguardo. L’atrio del nostro condominio, il Miramare, nei miei ricordi è lungo e immenso, e il suo soffitto profondo fa risuonare le risate di noi bambini che corriamo per assicurarci un posto nell’ascensore; oggi quell’atrio lo attraverso in otto passi, apro la porta a vetri smerigliati – che, unica rimasta fedele al passato, oppone ancora una certa resistenza al mio braccio – ed entro nell’angusto ascensore che negli anni abbiamo occupato in cinque, prima bimbetti paffuti e vispi, poi preadolescenti brufolosi e adolescenti allampanati. Oggi ci siamo solo io e mia madre, strette tra le nostre valigie, che ci guardiamo nello specchio senza parlare.
La casa mi appare più piccola e infinitamente più triste. Dentro non ci sono più retini per prendere i granchi, fogli pennarelli e matite per tenerci calmi la sera, infradito con cui tentare incoscienti gare di lancio della ciabatta, brandine per dormire sul balcone quando la casa è troppo affollata, sgabelli per i quali lottare e da cui poi, immancabilmente, cadere, chiassose tavolate domenicali da apparecchiare con prosciutto, melone e bossolà.
Oggi ci sono solo due vecchietti con la pelle caramellata e incartapecorita dal sole, gli zigomi ossuti, le chiome bianche e rade e la testa dolente per i bernoccoli o le lunghe veglie notturne. Al di là dei vestiti ‘da mare’ che ancora indossano – gli stessi di tanti anni fa, riposti con cura negli armadi alla fine di ogni estate, in modo da poterli ritirare fuori come nuovi il giugno successivo –, sono la copia sbiadita dei nonni sorridenti e giovanili che un tempo ci accoglievano al nostro arrivo. Dicono “fai quel che vuoi”, “metti le cose dove desideri”, “scegli tu che cosa fare”, ma la nostra intrusione nella loro quotidianità li disorienta, la novità che portiamo li rallegra e contemporaneamente li confonde.
Sistemo le mie cose in un angolo, poi scendo nel ristorante sotto casa e ordino una pizza. “Dieci minuti bambola”, mi rispondono. Nell’attesa mi faccio portare una birra fredda, che sorseggio appoggiata con mezza chiappa alla sedia davanti al bancone. Sotto il tendone bianco i tavoli sono quasi tutti pieni, occupati da famigliole, coppie sposate e gruppi di ragazzini. Le cameriere, due donne non più giovani vestite di nero e con i capelli biondi legati in una coda di cavallo, portano acqua e cestini di pane; la più tatuata si ferma al bancone, lamentando l’afa e la maleducazione di un cliente.
Dal pass vedo un uomo e una donna sulla sessantina affaccendarsi ai fornelli e mi chiedo che tortura debba essere lavorare d’estate in una cucina come quella. “Pronto! Linguine allo scoglio e risotto ai frutti di mare!”, e la cameriera sollecita va a prendere i piatti, colpendomi con la coda di cavallo quando passa alle mie spalle. La radio diffonde a volume molto alto una canzone dei primi anni Duemila. Le bottiglie di superalcolici mi guardano, lucide e tristi, dagli scaffali.
Dopo cena mi offro di andare a buttare la spazzatura. Un sessantenne seduto fuori dal bar mi segue con lo sguardo fino ai cassonetti. Con un piede apro quello del misto: i miei nonni non fanno la differenziata. Nella gelateria-yogurteria sotto casa – che quando ero piccola era una pizzeria, e nelle sue siepi un’ape mi aveva punta, e mio zio mi aveva tenuta in braccio urlante e piangente mentre salivamo in fretta in casa per estrarre il pungiglione – una coppia di mezz’età lecca stancamente un cono gelato.
Nella via parallela alla nostra, di fronte alla friggitoria, un locale con le lampade cinesi rosse tese nel cortile esterno offre il massimo divertimento della serata: esibizione di un duo stonato che esegue in modo discutibile canzoni italiane di quarant’anni fa; a seguire karaoke, in cui si dilettano talenti canori non migliori dei primi due; infine, balli sfrenati al ritmo di Danza Kuduro, I Gotta Feeling dei Black Eyed Peas e Sexy Bitch di David Guetta. Stesa nel letto con la pala della ventola che gira sopra di me producendo un ticchettio sommesso, assecondo la musica della festa come fosse una ninnananna e piano piano scivolo nel sonno.

La realtà è scadente rispetto ai miei ricordi. Quando ero piccola, a mezzogiorno la via che conduce alla spiaggia brulicava di bambini con canotti e coccodrilli gonfiabili; i genitori trasportavano ombrelloni, borse frigo e sacche piene di palette e secchielli, gli anziani rientravano in fretta per sfuggire alla canicola. Noi sostavamo per prima cosa dalla fruttivendola, una donna dai ricci biondi che ci riforniva di albicocche, uva e cetrioli; poi facevamo la fila al minimarket per comprare soppressa affettata sul momento, pane arabo e biscottini a forma di animali della fattoria con il retro di cioccolata. La vetrina della boutique all’angolo ammiccava nella nostra direzione e attirava il nostro sguardo con i suoi costumi colorati, i prendisole osé e gli allestimenti che cambiavano di settimana in settimana.
Appena prima dell’ingresso alla spiaggia c’era una piccola pescheria, il cui odore sgradevole e mordace ci assaliva le narici quando la superavamo correndo e rischiando di inciampare nei gradini. Al già citato bar sotto casa vedevamo adulti bere l’aperitivo prima di pranzo e bambini mangiare gelati confezionati nell’ora della siesta, ma la nostra famiglia non ci andava mai. Nei giorni di pioggia facevamo lente passeggiate fino al limitare del paese, andata e ritorno, e quando adocchiavamo delle lumache le prendevamo delicatamente per il guscio, le sistemavamo sul palmo delle nostre manine e cantavamo: lumaga lumaghin, tira fora i tò curnin!
Risalendo dal mare ci fermavamo a una certa distanza dal nostro balcone, sperando di veder comparire il muso a chiazze del nostro bastardino affacciato tra le sbarre della ringhiera, oppure la nonna, tornata a casa prima per stendere la biancheria lavata, o il nonno, che fumava appoggiato alla balaustra, o ancora i nostri genitori, scesi a trovarci per il weekend. Su quello stesso balcone ci accoccolavamo prima dei pasti, con le giovani gambe nude e la pelle calda di sole e striata di salsedine, giocandoci piccoli scherzi e recitando i claims delle pubblicità: “Uliveto e Rocchetta, acque della salute!”. Se ci si accorgeva che mancava qualcosa per la cena, avevamo il permesso di andare a comprarlo insieme a uno dei nostri cugini, noi soli, senza i grandi, e ci andavamo di corsa, fieri della fiducia accordataci, percependo, stretti nei nostri pigiamini estivi, il dolce peso di quella piccola responsabilità.
Era un mondo chiuso e magico, in cui si poteva scendere per strada in pigiama e restare svegli dopo le nove; una parentesi separata dal resto dell’anno e del mondo, di cui ho ancora impressi nella memoria il rosso e il giallo e il blu, il sale che irritava la pelle tra le cosce, le fragili costruzioni di sabbia in riva al mare e Paperissima Sprint che si guardava tutti insieme sul divano-letto della cucina e che segnava il limite ultimo della giornata, prima della preghiera della sera e del bacio della buonanotte.
Oggi la strada è deserta, le saracinesche sono abbassate, la pescheria ha chiuso da tempo, la boutique non cambia la vetrina con la stessa frequenza di prima, le giostre non girano più. Il rosso e il giallo e il blu della mia infanzia sono scomparsi per cedere il posto all’azzurrino slavato delle vecchie tapparelle, al grigio delle nuove palazzine, alle luci al neon color verde acido che la sera si accendono sul terrazzino di fronte. Al rumoroso e variopinto passato che abbiamo condiviso fa da contrappunto questo presente incolore, spento e muto che vivo e processo da sola; il mio sguardo non trova uno specchio in cui rifrangersi e nasce in me un’emozione più flebile, un sentimento più vago, una calma e diffusa malinconia.
Federica Lainati
“Parla, ricordo” – o forse taci è un racconto di Federica Lainati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice.
