CronacaPersonale

Contro le proteste, cioè contro la storia

Contro le proteste Federica Corso copertina

Disillusi, atomizzati e sviliti, ci siamo dimenticati che l’unione fa la forza. Ma, soprattutto, ci siamo dimenticati di chi si è unito per dare forza a noi.


Al giorno d’oggi, non si sente parlare d’altro che di scioperi e cortei.

Fridays For Future da un lato, 8 marzo dall’altro, gay pride, e chi più ne ha più ne metta.

Un lusso per lo studente che vuole saltare un giorno di scuola, un incubo per quello che non sa come raggiungere l’università, bloccato nel traffico o in attesa di un autobus che non passerà mai. Strade bloccate, polizia in ogni vicolo, frastuono ovunque, gente che ridicolizza il genere umano. Un delirio, insomma.

Eppure, tra un giudizio ed una lamentela, bisognerebbe ricordarsi che è solo grazie a proteste e rivoluzioni se oggi viviamo in uno Stato (più o meno) libero. Democrazia, libertà, diritti: privilegi che ci dimentichiamo esser tali, dati per scontati, sono in realtà conquiste di lotte che altri hanno affrontato per noi.

Per noi, che cerchiamo ogni scusa per screditare chi continua a lottare, chi non si è ancora arreso e si batte per un mondo migliore, in cui non si debba più assistere a genocidi da studiare nei libri di storia.

Foto: Kosho Kunii da Unsplash.

Per noi, che ci siamo chiesti cosa facesse la popolazione tedesca mentre Hitler sterminava gli ebrei, e intanto discutiamo sulla legittimità del blocco stradale attuato durante il corteo per la liberazione della Palestina – sia mai che disturbi troppo.

Probabilmente non si riconosce più l’importanza e l’utilità delle manifestazioni, ridotte a momenti storici da lasciare nel passato, forti di (non si sa quali) altri metodi per migliorare lo status quo.

Soprattutto, si è perso il senso civico, la fede nei propri ideali, l’idea della potenza della mobilitazione di massa.

Forse, si è persa solo la speranza, che si è portata via tutto il resto.

È importante, allora, ricordarci quali sono i nostri diritti, qual è la nostra storia, e soprattutto qual è la nostra forza.

Cosa è uno sciopero? Cosa è una manifestazione?

Uno sciopero è una “astensione organizzata dal lavoro di un gruppo più o meno esteso di lavoratori dipendenti, per la tutela di comuni interessi e diritti di carattere politico o sindacale”, e, per estensione, una “interruzione volontaria dell’esercizio della propria attività, attuata da professionisti o esercenti come forma di rivendicazione, di protesta, di pressione”. In base alla natura e ai fini, uno sciopero può essere attuato per motivi di ordine economico (ad esempio per questioni relative al salario, agli orari di lavoro), politico (per esercitare pressioni sul potere politico), di protesta (contro provvedimenti o avvenimenti), di solidarietà (attuato non per i proprî interessi, ma per sostenere quelli di altri lavoratori).

A partire dalla definizione, si può evincere che lo sciopero è un gesto compiuto specificatamente per creare disordine, per disturbare, senza che ciò implichi atti strettamente violenti.

È il fiume che si crea dopo che il vaso trabocca, saturo dell’ennesima goccia; un fiume che vuole coinvolgere, ma non travolgere.

Quasi nessuno sa che il primo sciopero di cui si ha testimonianza risale addirittura all’Antico Egitto, durante il regno di Rames III nel XXII secolo avanti Cristo.

Gli operai del faraone avevano capito che boicottare la costruzione di tombe avrebbe permesso loro di ottenere la mancata paga e gli unguenti necessari a proteggersi dal sole; e così fu. Tanto si lodano gli egizi per la costruzione delle piramidi, quanto poco per il loro coraggio!

L’importanza di scioperare era ben nota anche nel 1948, quando i costituenti inserirono il diritto allo sciopero nella Costituzione Italiana, sancito dall’articolo 40: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”.

Prima seduta dell’Assemblea costituente della Repubblica italiana (Foto: Wikimedia).

Così formulato, e in mancanza di tali leggi, non sono ancora previste le modalità di attuazione dello sciopero. Così, inizialmente veniva ritenuto illegittimo qualsiasi sciopero che recasse un danno al datore di lavoro che fosse maggiore del sacrificio sopportato dai lavoratori che scioperavano, fino al 1980. Successivamente, con la sentenza n. 711, la Corte di Cassazione ha dichiarato legittima qualsiasi modalità di sciopero che non costituisca reato, e cioè che non leda altri diritti tutelati dalla Costituzione.

Una manifestazione è una “forma di protesta o espressione dei sentimenti di una collettività o di un gruppo di persone, attuata sfilando per le strade oppure radunandosi in massa in luogo pubblico, e rendendo noto mediante discorsi, slogan, scritte su cartelli e striscioni il proprio atteggiamento relativamente a determinati fatti politici, sindacali, sociali”.

È, dunque, una forma di attivismo, in cui l’opinione che si vuole manifestare prende significato grazie alla moltitudine di persone che la condividono e si radunano per mostrarlo visivamente.

Se il suffragio universale è la mente della democrazia, si può dire che la libertà di manifestare ne sia il cuore.

Anche in questo caso, la nostra Costituzione interviene a proteggere il suo spirito democratico, e garantisce il diritto alla manifestazione tramite il diritto di riunione (art. 17) ed il diritto di manifestazione del pensiero (art. 21).

La Costituzione impone anche che le riunioni sano svolte in modo pacifico e senz’armi, senza però accennare all’obbligo di non disturbare le giornate degli altri cittadini. Chissà perché?

“I have a dream”: la lotta pacifica

Se i nostri padri e le nostre madri Costituenti hanno aggiunto la clausola della non violenza nella costruzione della legittimità della lotta civile, è perché era già conclamata l’efficienza della marcia pacifica.

Infatti, già nel 1930 Ghandi aveva intrapreso la celebre marcia del sale, episodio pragmatico e cruciale della lotta non violenta che ha condotto all’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna.

In risposta all’introduzione della tassa sul sale che colpiva prevalentemente gli strati più poveri della popolazione, il Mahatma guidò milioni di indiani per ben 24 giorni verso le saline presidiate dalla polizia inglese, che si rifiutò di sparare sulla folla.

Anche se più di 60.000 persone furono arrestate, il corteo riuscì ad avvicinare l’opinione pubblica alla propria causa, e diventò l’emblema della disobbedienza civile pacifica.

Raj Ghat memorial, Nuova Delhi (Foto: Vikas Rohilla/Unsplash).

D’altronde, non è forse questo l’obiettivo delle nostre manifestazioni, anche a distanza di un secolo? Anche se l’indipendenza indiana giunse solo nel 1947, qualcuno oserebbe dire che Ghandi perse tempo? Che il suo operato fu del tutto inutile? No, di certo.

Forse lo avranno pensato i suoi concittadini più scettici, forse gli inglesi che ridevano di lui dall’altro lato dell’Oceano – salvo poi doversi arrendere, 17 anni dopo. Ghandi era mosso da un ideale per cui era disposto a battersi, dalla speranza. 

Al pari di Martin Luther King, anch’egli promotore di una marcia, su Washington nel 1963, per i diritti civili degli afroamericani. Magari solo su carta, ma il suo sogno è diventato realtà soltanto un anno dopo, quando fu emanato il Civil Rights Act, la prima delle leggi federali volte ad eliminare la discriminazione razziale negli Stati Uniti.

Qualcuno potrebbe chiedersi: cosa hanno a che fare un indiano ed un americano con la storia europea? Eppure, anche in Inghilterra, già nel 1688, una rivoluzione avvenne senza spargimento di sangue, e sancì il primato del Parlamento sulla corona e l’emanazione del Bill of Rights, un elenco di diritti individuali considerati per la prima volta inalienabili.

Un evento tanto inusuale e trionfale da essere passato alla storia come ‘gloriosa’ rivoluzione.

A chi devi essere grato se stai leggendo questo

Nonostante questi esempi straordinari, l’abbiamo detto, le proteste hanno come obiettivo non secondario quello di creare disagio. Succede ed è successo, ma non per questo devono essere demonizzate o represse.

Infatti, il bagaglio culturale su cui si fonda la nostra società, la nostra intera vita, non esisterebbe senza rivoluzioni.

Non avremmo la democrazia se i parigini non avessero assaltato la Bastiglia.

Non avremmo una nazione se non vi fossero stati i moti del 1848.

E non avremmo il suffragio universale se le suffragette non avessero bloccato eventi pubblici, rotto le vetrine dei negozi, interrotto le linee telefoniche – se non avessero imposto la loro presenza obbligando tutti a guardarle, come fece Mary Richardson quando sfregiò con un coltello un dipinto di Velázquez.

Per poter godere dei privilegi che abbiamo, non basta esserne consapevoli.  Bisogna esserne fieri, lottando per chi non può goderne. In nome di chi l’ha fatto per noi.

Federica Corso

(In copertina e nell’articolo, dove non altrimenti indicato, le foto sono tratte dalle manifestazioni del 22 settembre 2025 a Bologna; immagini di Domenica Laurenzano/Giovani Reporter)


Contro le proteste, cioè contro la storia è un articolo di Federica Corso. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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