Nelle ultime settimane, la Global Sumud Flotilla è salpata con una settantina di imbarcazioni e circa 800 civili a bordo – tra i quali giornalisti, medici e insegnanti – per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Un’azione pacifica, tra le più imponenti degli ultimi anni, che si scontra con il ricordo dei tanti tentativi precedenti repressi violentemente da Israele. Questo gesto di solidarietà ci invita a riflettere: mentre noi ci perdiamo nei piccoli ostacoli quotidiani, altrove la vita è segnata dalla guerra. Ma cosa possiamo fare per non restare indifferenti? La Storia, infatti, ci insegna che le proteste civili e la lotta nonviolenta possono davvero cambiare il corso degli eventi.
Le proteste civili possono davvero cambiare la Storia? Le donne sovversive: le suffragette
Uno degli esempi di proteste civili della Storia contemporanea in cui le donne si batterono per i propri diritti e per trasformare la comunità fu la mobilitazione delle suffragette, verificatasi sulla scia della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) di Olympe de Gouges – intellettuale francese attiva durante gli anni della Rivoluzione del 1789. Olympe contrastò la ‘maschile’ Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) rivendicando l’uguaglianza civica, politica ed economica tra ambo i sessi.
Dopo di lei, Mary Wollstonecraft pubblicò A Vindication of the Rights of Woman (1792), in cui denuncia l’educazione patriarcale come causa dell’oppressione femminile e sostiene che tutte le persone, avendo le stesse “capacità razionali”, dovessero avere pari accesso all’istruzione e alla vita pubblica. Sulle orme di queste idee, si sviluppò la prima ondata femminista, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, simbolicamente inaugurata oltreoceano dalla Convenzione di Seneca Falls del 1848, organizzata da Elizabeth Cady Stanton e altre attiviste americane.
Nel 1869, le riflessioni di poche e grandissime intellettuali si trasformarono in un movimento di massa. Nel Regno Unito il fronte suffragista era diviso in due fazioni: la linea moderata e pacifica di Millicent Garret Fawcet e quella di Emmeline Pankhurst, sostenitrice di azioni radicali, che portarono il suo gruppo ad essere in più occasioni arrestato per rivolte, anche violente.
Che conseguenze ebbero le suffragette?
Le donne scesero nelle piazze, manifestarono nelle roccheforti del potere per portare l’attenzione ai problemi che avevano accompagnato la situazione femminile per secoli: essenzialmente rivendicarono la parità salariale, i diritti delle lavoratrici, l’accesso all’istruzione e alla cultura e la giustizia sociale, diventando un vero e proprio emblema di come le lotte civili potessero davvero ottenere dei risultati.
In Inghilterra, nel 1919, Nancy Astor fu la prima donna britannica a sedere alla Camera dei Comuni. La sua presenza in un luogo di potere riservato per secoli agli uomini rappresentò non solo una vittoria politica, ma anche un segnale di svolta per l’ingresso femminile nella vita pubblica.

Gandhi e la marcia del sale: la non violenza che cambiò una nazione
Il motivo che spinse il politico e filosofo indiano Gandhi a mettere in atto una serie di proteste fu il monopolio britannico sul sale: tasse e divieti proibivano agli indiani di produrlo liberamente, costringendoli a comprarlo a prezzi spropositati. Con un atto pacifico, Gandhi trasformò una marcia di contestazione in una campagna di massa, in quanto il sale era un bene trasversale, un denominatore comune, essenziale per tutte le fasce della popolazione.
Gandhi partì il 12 marzo 1930 da Sabarmati Ashram insieme a 78 compagni, con il progetto di camminare verso la costa. La marcia durò 24 giorni e il piccolo gruppo iniziò a crescere sempre di più, fino ad arrivare a migliaia di persone.
All’arrivo a Dandi, Gandhi raccolse una manciata di sale sulla spiaggia, infrangendo la legge e dando il via a un movimento di disobbedienza della comunità, poiché l’obiettivo del politico non era provocare scontri, ma dimostrare quanto la forza morale potesse combattere una legge ingiusta.
Da quel momento, in tutta l’India i cittadini iniziarono ad agire tramite le campagne di arresti volontari, il boicottaggio dei beni inglesi, la promozione dei tessuti locali e la rinascita dell’artigianato tradizionale: gesti all’apparenza insignificanti, ma che nella pratica cominciarono a intaccare il potere coloniale.
L’importanza dell’eco internazionale della Marcia del Sale
Se la polizia rispose duramente, utilizzando la violenza contro la gente comune, l’eco internazionale degli abusi fu più forte, creando una rete di solidarietà. Nel 1931, infatti, venne stretto il Gandhi-Irwin Pact, in cui l’Inghilterra si impegnò a dare concessioni – ad esempio quella di poter raccogliere il sale per uso domestico – in cambio della sospensione delle proteste, che stavano continuando anche dopo l’arresto di Gandhi.
La marcia funzionò perché il sale era un elemento quotidiano, essenziale a tutto il popolo, ma anche perché la mobilitazione di massa toccò sia contadini, sia intellettuali, sia molte donne che parteciparono attivamente alla mobilitazione. La scelta della nonviolenza, inoltre, aiutò la società indiana proprio perché portava allo scoperto la repressione inglese. Questo tipo di sabotaggi economici e azioni rappresentative danno un esempio di come ognuno nel proprio piccolo possa essere essenziale nel mutare un sistema.

La segregazione razziale: Rosa Parks e (non solo) il posto sull’autobus
Se pensiamo a Rosa Parks come una semplice sarta che per caso si oppose alla segregazione razziale, trasformando un posto sull’autobus in un vero e proprio simbolo, stiamo commettendo un grande errore. Nata nel 1913 in Alabama, crebbe in una famiglia dichiaratamente antirazzista: un aneddoto ci racconta che da bambina aiutò il nonno a difendere la casa dalla crudeltà del Ku Klux Klan. Da adolescente scelse di non rimanere indifferente ai soprusi ed entrò nei movimenti radicali, collaborando con E. D. Nixon e Johnnie Carr, per fermare linciaggi, stupri e ingiustizie ai danni della popolazione nera.
Si formò con Ella Baker, Septima Clark e Myles Horton; per questo, quando rifiutò di cedere il posto a una donna bianca, non si trattò di un gesto isolato, ma della scelta consapevole di una persona che lottava da anni. La sua opposizione accese un movimento di massa che durò più di un anno e che le fece perdere il lavoro e cadere in povertà. Trasferita nel Michigan, si accorse subito che le discriminazioni erano le stesse del Sud e continuò a portare avanti la sua protesta.

Le manifestazioni popolari per il lavoro e la libertà di Martin Luther King
Rosa Parks ammirava sia Malcolm X che Martin Luther King, il quale nel 1963 radunò attorno sé duecento mila persone, a Washington, in occasione della Marcia per il lavoro e la libertà. La sua iniziativa diventò ben presto una delle più grandi mobilitazioni politiche nella storia americana.
L’obiettivo di King era quello di sostenere una legge contro la segregazione razziale e chiedere giustizia economica in un clima di forti tensioni e ricco di manifestazioni civili, sia pacifiche, sia violente. Il corteo, però, si svolse in maniera ordinata e culminò con il noto discorso I have a dream. Nonostante i timori del presidente Kennedy, dei media e della stampa, la mobilitazione si rivelò un successo: si concluse senza incidenti e con appena tre arresti di uomini bianchi.
Kennedy, che già mesi prima aveva presentato il Civil Rights Act per porre fine alla discriminazione razziale, accolse Martin Luther King alla Casa Bianca per riconoscere l’importanza di quell’evento. I progressi arrivarono lentamente: disoccupazione e disparità salariale continuarono a colpire la comunità nera, ma il corteo fu una sorta di scintilla che diede inizio a un processo necessario alla collettività nera. King ne era pienamente consapevole e, nel 1964, ricevette il Premio Nobel per la Pace.

Guerra in Vietnam: il ‘68, le proteste civili e il servizio di leva
La guerra in Vietnam – conflitto che vide scontrarsi Vietnam del Nord, sostenuto da URSS e Cina, e Vietnam del Sud, sostenuto dagli Stati Uniti – segnò una svolta per la società degli anni Sessanta e fu una delle cause che fecero scatenare le rivolte giovanili in Occidente.
Le operazioni belliche, viste come segnale di sopraffazione e ingiustizia, generarono proteste, assemblee e fiaccolate nel nome dello slogan “Yankee go home”, un grido di protesta contro l’imperialismo americano. Figure come Noam Chomsky e Martin Luther King si schierarono contro le campagne militari, contribuendo a nuove prese di coscienza collettive e favorendo l’intreccio tra movimenti culturali diversi, come le correnti cattoliche e i giovani statunitensi.
Migliaia di giovani americani si rifiutarono di combattere, molti scappando in Canada, altri proclamandosi obiettori di coscienza. Da loro nacque una manifestazione civile pacifica che trovò molti sostenitori anche in Italia; un esempio è Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana, che difesero pubblicamente gli obiettori seguendo il principio del “mi importa” (“I care”).
Tra i disertori ci fu anche Muhammad Ali, che rifiutò di arruolarsi e venne arrestato per obiezione di coscienza. La sua scelta, coraggiosa ed emblematica, lo trasformò in un’icona di rivoluzione popolare e culturale e diventò un punto di riferimento per la comunità nera.
La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera. Siete voi il mio nemico, il mio nemico è la gente bianca, non i Vietcong, i cinesi o i giapponesi. Voi siete i miei oppositori se voglio la libertà, siete voi i miei oppositori se voglio giustizia. Siete voi i miei oppositori se voglio uguaglianza. Voi non mi sosterrete mai in America per il mio credo religioso. E volete che vada da qualche parte a combattere. Ma difenderete mai, voi, me qui a casa?
Muhammad Ali.
Vietnam: una guerra che cambiò il modo di fare giornalismo
È interessante, inoltre, notare il ruolo dell’informazione e della stampa: se il cosiddetto giornalismo embedded – giornalisti che accompagnano le truppe in zone di battaglia – fu codificato a partire dal conflitto in Iraq del 2003, in realtà già in Vietnam la copertura dei media fu determinante alla formazione dell’opinione pubblica.
I reporter si muovevano liberamente e poterono documentare le atrocità e le contraddizioni del conflitto. Il racconto dei giornalisti influenzò profondamente il pubblico e dimostrò come informazione e disappunto possano modificare le sorti di una guerra o, quanto meno, sollevare obiezioni morali e politiche.

Perché giugno è il mese del Pride? I moti di Stonewall
Negli anni ‘50 e ‘60 la repressione omosessuale negli Stati Uniti era spropositata: nel clima del maccartismo e del Lavender scare, le retate nei locali gay erano frequenti, così come gli arresti per determinati ‘reati’ – era contro la legge baciare una persona dello stesso sesso, ma anche bere alcolici o indossare abiti associati al genere opposto.
A New York, lo Stonewall Inn operava come bottle bar, un locale senza licenza che veniva tollerato per via degli accordi con la criminalità organizzata. Un evento che cambiò le sortì della storia si verificò il 28 giugno 1969, passata l’una di notte, quando la polizia fece irruzione arrestando persone transgender e dipendenti del locale. Tra i presenti c’era Stormé DeLarverie, che incitò la folla gridando: “Perché non fate qualcosa?”. Qualcosa, però, accadde davvero: duemila civili si ribellarono a circa 400 poliziotti, iniziando una manifestazione durata tre giorni, con arresti e numerosi feriti.
Quell’estate, nel luglio 1969, nacque a New York il Gay Liberation Front, presto imitato in altri Paesi, compresa l’Italia (1971). Un anno dopo, il 28 giugno 1970, si svolse la prima marcia del Pride da Greenwich Village a Central Park, con circa 15.000 partecipanti. Non fu solo una protesta, ma un momento di orgoglio collettivo, un atto di visibilità dopo decenni di discriminazioni, che contribuì a dare vita al moderno movimento LGBTQIA+.
Accanto ai moti di Stonewall, vi furono anche altre azioni di disobbedienza: celebre la cosiddetta ‘sorsata’, organizzata da Dick Leitsch e altri tre uomini gay nel 1966, che entrarono in un bar dichiarando apertamente il proprio orientamento. Non furono serviti, perché all’epoca era illegale vendere alcolici agli omosessuali: un gesto che si ispirava direttamente alle insurrezioni contro la segregazione razziale. Oggi, giugno è celebrato come il mese del Pride in onore di questi eventi.

Ma noi, cosa possiamo fare?
Di fronte a eventi come conflitti o regimi autoritari è naturale sentirsi piccoli, impotenti, come se tutto ciò fosse troppo lontano da riguardarci. Eppure, anche oggi, ci sono esempi che dimostrano il contrario e la Global Sumud Flotilla è uno di questi. Il termine ṣumūd in arabo significa ‘resistenza’ o ‘resilienza’ e infatti gli attivisti – che hanno come obiettivo aprire un corridoio umanitario al popolo palestinese – hanno dichiarato che, qualora non ci sia la possibilità di accedere alla Striscia, rimarranno comunque in acque internazionali.
Anche altre flotte, come la Freedom Flottilla del 2010, tentarono di rompere l’assedio israeliano. L’azione degli attivisti non vuole, però, portare solo un aiuto alle persone incessantemente bombardate da Netanyahu, ma anche sensibilizzare l’opinione pubblica e denunciare l’inazione dei governi.
Ci sono azioni concrete per sostenere la popolazione palestinese e Internazionale ne propone un elenco pratico. Ad esempio, fare una spesa critica, evitando marchi e aziende che sostengono Israele [lista aggiornata]. Il boicottaggio resta una forma di protesta civile nonviolenta, ma capace di colpire l’economia di chi supporta uno Stato oppressore; altrettanto importante è comunicare alle aziende, qualora ci sia possibilità, le ragioni politiche della scelta di non sostenerle. Si può inoltre scegliere una banca etica, non convolta nel finanziamento dell’industria militare, oppure partecipare a mail bombing, petizioni e campagne di pressione sulle aziende.
Non solo boicottaggio: ci sono tante altre possibilità tra le proteste civili
Fondamentale è informarsi bene e con spirito critico, consultando fonti affidabili e seguendo leader politici che si schierano con Gaza, come Francesca Albanese. Importante è unirsi a gruppi attivi nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, supportare le azioni degli attivisti e partecipare alle manifestazioni. Anche le donazioni sono importanti, così come parlare del tema e prendere posizione: insomma, ogni forma di impegno contribuisce concretamente. Azioni che, sommate, mostrano come i civili uniti possano far sentire la propria presenza, come nulla sia davvero distante e i governi non siano così potenti senza il sostegno dei cittadini.
Il passato ci insegna che le rivoluzioni non nascono mai dall’alto, ma dall’impegno e dal coraggio delle persone comuni. Da Rosa Parks ai moti di Stonewall, dalle proteste contro la guerra in Vietnam fino alle mobilitazioni di oggi, ogni gesto individuale può diventare il seme di una trasformazione collettiva.
Ricordare chi ha lottato prima di noi non è solo un atto di memoria, ma un invito a non restare indifferenti: perché anche di fronte a poteri enormi, la voce della comunità può fare la differenza. Sta a noi decidere se rimanere spettatori passivi delle tragedie che ci circondano o diventare parte di quel cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.
Gaia Sacchetti
(In copertina, foto di Internazionale)
Per approfondire il tema Israele e Palestina, leggi anche Cosa dovresti sapere sulle origini del conflitto tra Israele e Palestina di Clarice Agostini, Quel che resta della Striscia di Gaza, tra Israele e Hamas di Mirna Toccaceli, Il diritto internazionale applicato al conflitto tra Israele e Hamas di Clarice Agostini, Il ruolo dell’Occidente nel conflitto fra Israele e Palestina di Eleonora Pocognoli.

