Sono passati quasi due anni dal 7 ottobre 2023 e dall’inizio del massacro dei palestinesi nella Striscia di Gaza. Eppure, l’Occidente sta reagendo in modo tiepido e lento, senza imporre a Israele sanzioni significative per la tragedia umanitaria in corso, anzi, riconfermando i patti di collaborazione già in vigore. Una sconfitta morale che peserà sui nostri governanti e su chiunque sia stato anche solo in parte complice e non si sia ribellato.
Quando la Russia invase l’Ucraina nel febbraio del 2022, l’Unione europea e gli Stati Uniti reagirono con tempestività, applicando sanzioni economiche mirate. Congelamento dei beni, isolamento finanziario, embargo energetico: l’arsenale delle misure punitive fu immediato e senza precedenti.
Quasi due anni dopo il 7 ottobre 2023 e la conseguente reazione di Israele, la risposta dell’Occidente al massacro in corso nella Striscia di Gaza si sta rivelando ben diversa.
Il governo di Netanyahu ha risposto all’eccidio di 1.200 cittadini israeliani da parte dei terroristi di Hamas con un’offensiva spropositata che ha lasciato sul terreno oltre 64.000 civili palestinesi, di cui 18.500 bambini. Alle vittime delle bombe si sommano nell’ultimo periodo 313 morti per fame, di cui 119 sono bambini. Una tragedia umanitaria di proporzioni immani, che tuttavia non ha scalfito il muro di protezione diplomatica e politico-economica attorno a Israele.

L’inazione dell’Europa
La risposta dei politici e delle istituzioni europee al massacro sistematico di civili palestinesi è stata, per mesi, quasi completamente assente.
Solo di recente, dopo quasi due anni dall’inizio dell’offensiva dell’IDF nella striscia di Gaza e lo sterminio di 60 mila civili, i governi di alcune nazioni europee (Francia, UK e, molto tiepidamente, anche l’Italia) hanno condannato le azioni di Israele prendendo provvedimenti. Il presidente Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà ufficialmente uno Stato palestinese durante l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre, azione a cui potrebbe unirsi il Regno Unito di Keir Starmer.
Tuttavia, guardando le immagini televisive viene da chiedersi cosa resti da riconoscere. Infatti, stando ad un rapporto dell’UNOSAT (United Nations Satellite Centre), due terzi dell’infrastruttura nella Striscia è stata distrutta, il 90% della popolazione gazawi (1.9 milioni di persone) risulta sfollata e un numero consistente di civili versa in condizioni disastrose a causa della carestia e delle malattie diffuse.
C’è del marcio in Danimarca
Il 29 e 30 agosto scorsi, al vertice di Copenaghen (il cosiddetto Gymnich), dove si riuniscono tutti i ministri degli esteri dell’UE, i Paesi nordici guidati dalla Danimarca hanno spinto per effettuare sanzioni concrete a Israele. Tuttavia, dall’altra parte del tavolo si sono alzati i soliti veti: Germania e Italia.

Berlino persegue da decenni la sua protezione politica nei confronti di Israele, probabilmente per i motivi storici legati alla seconda guerra mondiale e per la sua responsabilità nell’Olocausto. Di conseguenza la Germania ha adottato un rigido orientamento diplomatico che ignora le violazioni del diritto internazionale compiute dallo Stato ebraico.
L’Italia si unisce al lungo elenco di Paesi che non prendono una chiara posizione e preferiscono tacere riguardo ai crimini compiuti dal governo di Netanyahu. Ma più delle parole, sono l’economia, l’export di armi e gli accordi commerciali tra Italia e Israele a parlare della posizione che assumiamo nello scenario internazionale: siamo dalla parte sbagliata.
L’ipocrisia italiana
L’ipocrisia e la voluta miopia della nostra classe politica sono senza vergogna.
Durante un incontro ufficiale a Gerusalemme con Netanyahu il 10 febbraio 2025, Matteo Salvini ha sottolineato l’amicizia tra Italia e Israele e dichiarato di sostenere “ogni iniziativa utile per portare pace, stabilità e prosperità in Medio Oriente”. Inoltre, il ministro ha duramente criticato la Corte Penale Internazionale definendo “indecente” il mandato di arresto nei confronti del Premier israeliano e mettendo in dubbio l’utilità stessa dell’istituzione.

Leggendo le dichiarazioni di Salvini a Gerusalemme sorge una domanda: la “pace e stabilità” di cui parla hanno a che fare con i diciottomila bambini trucidati dalle bombe israeliane?
La premier Meloni ha alzato la voce solo quando Israele ha colpito una chiesa cristiana a Gaza, mentre il governo italiano continua a fornire le armi e le bombe con cui l’IDF commette i suoi crimini. Carlo Calenda si limita a evocare timide “sanzioni individuali” contro determinati ministri del gabinetto di Netanyahu, di cui non è chiaro né il senso né l’impatto. Il ministro Crosetto continua a permettere che l’Italia (tramite Leonardo) fornisca armi ad Israele, nonostante la legge n. 185 del 9 luglio 1990, che disciplina l’export di armi e vieta chiaramente l’esportazione, il transito o l’intermediazione di armi verso Paesi in stato di conflitto armato.
La carneficina quotidiana
Intanto, a Gaza, la catastrofe assume volti e storie strazianti. Come quella di Marah, bambina sopravvissuta sotto i bombardamenti e trasferita in Italia, dove è morta a Pisa per denutrizione.
Alla Mostra di Venezia di quest’anno si è dato molto risalto alla tragica vicenda di Hind Rajab, la bambina palestinese di sei anni che, a gennaio 2024, rimase per oltre tre ore al telefono con la Mezzaluna Rossa, che tentava di coordinarsi con Israele per inviare un’ambulanza di soccorso tramite un passaggio sicuro.
Verso le 17:40 un mezzo con due paramedici partì dall’ospedale al Ahli, ma non arrivò mai e la comunicazione con Hind si interruppe poco dopo le 18. Dodici giorni dopo il corpo della bambina fu ritrovato insieme a quello dei familiari, mentre l’ambulanza giaceva distrutta a pochi metri da lì, con i paramedici carbonizzati. Il mezzo probabilmente era stato colpito da un carro armato israeliano.

Abbiamo tutti visto i video delle centinaia di civili uccisi mentre si trovavano in fila per prendere il cibo. Non mancano poi le immagini delle violenze compiute dai coloni nella Cisgiordania occupata, dove picchiano i palestinesi, distruggono le loro case, tagliano i loro ulivi (spesso importantissima fonte di sostentamento per gli agricoltori palestinesi). Sui social abbondano i filmati dei soldati israeliani che umiliano i prigionieri palestinesi, o che esultano quando fanno esplodere abitazioni civili nella Striscia.
All’inizio di maggio è circolato un video in cui alcuni soldati israeliani fanno esplodere un palazzo a Gaza e affermano ridendo: “È un maschio”. La battuta fa riferimento alla nube di fumo che si alza dalla palazzina colpita e si colora di azzurro, evocando sinistramente un gender reveal.
Immagini simili, riprese dagli stessi militari, impressionano per il macabro autocompiacimento di questi ultimi.
Due pesi e due misure
Interroghiamoci sinceramente: se quelle stesse immagini fossero arrivate dalla Russia, ogni partito politico di qualunque nazione europea le avrebbe condannate. Ma quando sono i soldati dell’IDF a compiere queste barbarie, si odono poche e timide condanne.
Ciò che colpisce, oltre al nauseante numero di vittime innocenti come civili, minori e operatori sanitari, è la quantità di giornalisti uccisi. La verità in guerra è la prima a morire, ma l’esercito israeliano a Gaza sembra avere l’obiettivo di non farla neanche nascere. Israele ha sulle sue mani il sangue di oltre 270 giornalisti uccisi: questo dato è il più grave mai registrato per i professionisti dell’informazione.

È inconcepibile che l’Occidente tolleri tutto ciò. Un Occidente che da sempre si erge a paladino della libertà di stampa, e che si indigna (giustamente) quando in Russia i giornalisti vengono silenziati o eliminati affinché tacciano i crimini del regime di Vladimir Putin. Con il silenzio delle nostre istituzioni abbiamo permesso che coloro che avrebbero dovuto essere testimoni venissero trasformati in bersagli. Noi, che pretendiamo di impartire lezioni di democrazia e di libertà al mondo intero, abbiamo accettato che il diritto inviolabile di raccontare e informare fosse cancellato sotto il peso delle bombe di Netanyahu.
Al silenzio delle istituzioni si contrappone la voce delle piazze
A denunciare l’inerzia delle istituzioni europee, per fortuna, sono state le migliaia di manifestazioni spontanee che hanno riempito le piazze del continente europeo, e non solo. Inoltre, i civili hanno messo in atto svariate iniziative concrete per portare aiuti umanitari alla popolazione stremata di Gaza.
L’ultima di queste è la Global Sumud Flotilla, che tenterà di forzare il blocco navale imposto da Israele su Gaza per portare cibo e medicinali ai Gazawi.

Persino alcuni politici e personaggi pubblici hanno apertamente denunciato il genocidio. 58 ex ambasciatori dei Paesi UE hanno inviato una lettera aperta ai vertici politici della stessa Unione. Queste le loro richieste: sospendere gli accordi commerciali preferenziali con Israele; imporre sanzioni mirate; cancellare la sua partecipazione ai programmi di ricerca europei; last but definitely not least, riconoscere lo Stato di Palestina.
Ecco cosa si legge in un passaggio della lettera, che l’autore di questo articolo consiglia vivamente di leggere:
Oggi, tuttavia, assistiamo all’orribile spettacolo di Israele che, quotidianamente, commette atroci crimini contro il popolo palestinese – soprattutto a Gaza, ma anche nella Cisgiordania occupata – in quella che appare come una campagna sistematica di brutalizzazione, disumanizzazione e trasferimento forzato delle popolazioni. L’Unione Europea e quasi tutti i suoi Stati membri non hanno saputo rispondere in modo significativo a questi orrendi eventi.
Lettera aperta di 58 ex ambasciatori dell’Unione europea
Eppure, dal Consiglio europeo non è arrivata una vera svolta. La paralisi politica di fronte ad un governo e ad un esercito che commettono impunemente crimini di guerra contro civili innocenti si spiega solo in questo modo: ai nostri alleati permettiamo azioni e comportamenti che scuotono le fondamenta stesse della nostra umanità e delle nostre coscienze, mentre ai rivali geopolitici nello scacchiere internazionale recriminiamo le infrazioni del diritto internazionale ed esigiamo da loro spiegazioni per ogni vittima.
L’Europa si è indignata e ha colpito con durezza Mosca per i civili ucraini uccisi (13 mila dall’inizio dell’invasione russa), ma non ha avuto la stessa reazione per le vittime palestinesi (64 mila). Due pesi e due misure, che smascherano una scomoda verità: Israele non subisce sanzioni perché, evidentemente, ci sono vite che valgono più di altre.
Reazioni tardive
Un esempio virtuoso di posizionamento reale contro il genocidio l’ha fornito la Norvegia: Il fondo sovrano norvegese, il più ingente al mondo (oltre 1,9-2 trilioni di dollari), ha recentemente ritirato i suoi investimenti da 11 aziende israeliane, per un valore stimato di circa 2 miliardi di dollari. Ad esempio, sono stati interrotti i singoli contratti con le società produttrici dei bulldozer utilizzati dai coloni per le demolizioni e gli insediamenti nei territori palestinesi della Striscia e della Cisgiordania.
Si tratta di azioni concrete, mirate a ostacolare l’operato criminale di Netanyahu a Gaza, ben più utili delle timide condanne dei politici europei. Il 10 settembre scorso Ursula von der Leyen ha annunciato che l’UE sospenderà i fondi bilaterali destinati a Israele, salvaguardando solo quelli alla società civile, e proporrà sanzioni contro i ministri estremisti e i coloni violenti. Nonostante questo sia un passo avanti importante, rischia di restare un’azione meramente simbolica e priva di un effetto concreto.

Una sconfitta morale
L’Occidente resta paralizzato dai calcoli geopolitici e dalle ipocrisie. Netanyahu prosegue indisturbato nella sua strategia criminale, forte di una protezione che nessun altro Paese al mondo avrebbe ricevuto.
Il primo ministro israeliano si sente inattaccabile soprattutto grazie all’appoggio indiscusso di Trump. Infatti, gli USA garantiscono a Israele un sostegno economico senza pari, supportano politicamente la linea autoritaria di Bibi e sono tra i principali fornitori di armi a Israele. Inoltre, il tycoon contribuisce alla narrazione disumanizzante che circola sul popolo palestinese: basti pensare al video generato dall’AI in cui Gaza diventa un resort di lusso.
In conclusione, la domanda da farsi è inevitabile: se oggi non abbiamo il coraggio di sanzionare Israele, con quale credibilità l’Europa un domani potrà indignarsi davanti a un altro genocidio commesso da un Paese che non sia un nostro alleato?
Alessandro Donati
Sanzioni a Israele, il tabù dell’Occidente è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore.
