Cronaca

Da “Mia Moglie” a Phica.net – L’emergenza della violenza di genere online


Erano 32.000 gli uomini iscritti al gruppo Facebook “Mia Moglie” che hanno dato in pasto ad Internet immagini di compagne, sorelle e sconosciute ignare di essere fotografate e diffuse. Più di 800.000 quelli che condividevano o guardavano foto e video di donne, celebri e non, diffuse a loro insaputa su un sito Internet aperto da più di vent’anni. Il suo nome era Phica.Net, e sebbene oggi sia stato chiuso a seguito di migliaia di denunce segnalate in tutta Italia, non c’è proprio nulla da festeggiare.  


Nelle ultime settimane, in Italia, il tema del sessismo e della misoginia online ha raggiunto un punto di non ritorno con due casi eclatanti, che contano migliaia di uomini colpevoli. Il primo è il gruppo Facebook “Mia Moglie”, dove circa 32.000 uomini scambiavano come figure di foto intime e non delle proprie compagne, ignare, per il piacere di commentarle con sconosciuti.

Il secondo è, il forum Phica.Net, che – nonostante il nome non lasci molto all’immaginazione – è riuscito ad operare indisturbato per anni, diffondendo foto rubate dai social di donne provenienti da ogni parte d’Italia, più o meno note.

Phica.net – L’ennesimo caso di violenza digitale

Il forum Phica.net, che distribuiva e commentava in modo violento immagini di donne ignare, è stato chiuso dopo vent’anni di foto rubate e persone violate. Al contrario di ciò che ci si aspetterebbe, la chiusura di Phica.Net non è avvenuta per merito delle forze dell’ordine, ma per volontà dello stesso amministratore, che ha deciso di spegnere i server nel momento in cui il caso stava iniziando a ricevere sempre più attenzione mediatica.

È bastato un comunicato, pubblicato comodamente dal suo PC, in cui con una scusa banale ha definito i contenuti del sito “privi di malizia“, per poi congedarsi con un inquietante e beffardo: “A presto”.

Phica.net era nato nel 2005 come sito per adulti dedicato alla pornografia amatoriale, dove gli utenti potevano caricare foto e video espliciti che li ritraevano in prima persona, dopo essersi registrati nell’area privata.

Si tratta di una pratica che ruota attorno al piacere di essere osservati da sconosciuti durante rapporti sessuali e, che – di per sé – non configura un reato secondo la legge italiana.

Phica.net
Il logo di Phica.net (Fonte: Linkedin).

Tuttavia, fin dai suoi albori, il forum ha mostrato anche un altro volto: era rapidamente diventato un luogo in cui gli iscritti condividevano foto di mogli, fidanzate, ex, sorelle, ma anche di donne sconosciute o celebrità, ritratte in qualunque contesto e senza il loro consenso.

Venivano pubblicati anche contenuti postati dalle stesse vittime sulle proprie pagine social, rubati per essere esposti a commenti abominevoli e misogini: da Giorgia Meloni ed Elly Schlein a Chiara Ferragni, tutte le donne che godono di più o meno notorietà in Italia avevano una propria sezione dedicata su Phica.Net. 

Ciò che più inquieta, soprattutto in un’epoca molto interconnessa come quella attuale, è che spesso le foto trovate sui social media venivano modificate con software basati sull’intelligenza artificiale, così che le donne apparissero ‘denudate’, dando vita a versioni pornografiche tanto false quanto incredibilmente realistiche. 

Lo scopo di Phica.net, in sostanza, era quello di commentare insieme ad altri uomini questi contenuti in modo violento, umiliante ed esplicito. Molti dei messaggi incitavano senza timore anche alla violenza sessuale, con frasi come: “Se la incontrassi per strada non penso riuscirei a trattenermi”. 

Nonostante nel corso degli anni diverse ragazze avessero già sporto denuncia, non era mai stata presa alcuna misura efficace, soprattutto perché il sito permetteva l’iscrizione in forma anonima, rendendo impossibile risalire alle vere identità degli utenti.

Mary Galati ha portato avanti con forza la battaglia per la chiusura di Phica.net (Foto: Compaesano).

In particolare, nel 2023 Mary Galati, una ragazza siciliana che ha scoperto che anche le sue foto erano state caricate sulla piattaforma, aveva avviato una petizione per far chiudere il sito, ma solo negli ultimi giorni, grazie all’appello di donne note che si sono esposte sui social, la raccolta firme è riuscita ad ottenere una visibilità mediatica significativa. 

Da “Mia Moglie” a Telegram – i gruppi online che odiano le donne

 “Questa è mia moglie”, “vi piace?”, “Cosa ci fareste?” è il genere di frasi che accompagnava le immagini pubblicate sul gruppo Facebook “Mia Moglie” da più di sette anni. Una dinamica che esponeva il corpo femminile come un trofeo da mostrare alla comunità maschile, alla ricerca della sua approvazione.

Il gruppo è stato finalmente rimosso da Meta il 20 agosto 2025, ma soltanto dopo una forte pressione pubblica. In particolare, è stato il post dell’attivista Carolina Capria, che ha denunciato il fenomeno su Instagram, a scatenare una valanga di segnalazioni, e a far scattare l’intervento ufficiale di Meta.

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Immagine: Mark Aliiev/Unsplash.

Quest’ultimo ha dichiarato di aver chiuso il gruppo per “violazione delle nostre policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti”, ribadendo che il social non tollera contenuti che minacciano o promuovono violenza o sfruttamento sessuale sulle proprie piattaforme. Tuttavia, il gruppo è rimasto attivo per anni e ha continuato ad agire indisturbato, per questo sono sorti diversi dubbi sull’efficacia della moderazione preventiva da parte della piattaforma.

Questo tipo di fenomeni non sono affatto una novità: i dati report dell’Osservatorio Permesso Negato testimoniano che nel 2022 in Italia erano attivi almeno 231 canali Telegram dedicati alla diffusione di pornografia non consensuale, destinati esclusivamente a un pubblico italiano.

Telegram resta infatti la piattaforma preferenziale per abusare di donne online. Da anni vengono segnalati canali con più di 100.000 iscritti, all’interno dei quali si condivideva materiale intimo, minacce di stupro, username Instagram delle vittime, numeri di cellulare e indirizzi di casa.

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Screenshot di alcune delle chat su Telegram (immagine: Corriere della Sera).

Ciò è possibile perché i controlli sul materiale intercambiato sono affidati unicamente agli admin degli stessi canali; ma la cosa che più di tutte permette alla piattaforma di sopravvivere è la possibilità di mantenere l’anonimato.

In tal modo, infatti, i responsabili hanno la certezza che la loro identità rimarrà nascosta, e che, anche se un gruppo viene chiuso, si ha la possibilità di riaprirne uno nuovo altrettante volte.

Giochi virtuali ed innocenti” o “complimenti per esaltare la bellezza delle nostre donne”: queste sono alcune delle giustificazioni più ricorrenti da parte di chi alimenta simili pratiche, nel mascherare quella che, a tutti gli effetti, resta una forma di violenza, anche se esercitata da dietro uno schermo

E la legge, cosa dice?

Le conseguenze di queste forme di violenza vanno ben oltre l’umiliazione online: possono provocare nelle vittime isolamento, stigma sociale e depressione. Per questo è fondamentale essere informati sui diritti che la legge tutela, così da difendersi e denunciare. Non si tratta di bravate o di goliardia, come molti già le hanno definite, ma di veri e propri reati punibili penalmente.

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Foto: Sasun Bughdaryan/Unsplash.

Una foto, sebbene sia condivisa su un profilo social pubblico, non può essere diffusa senza il consenso dell’autore e men che meno scaricata, modificata e condivisa altrove o fuori contesto; diversamente, si tratta a tutti gli effetti di una violazione della privacy.

La legge italiana è molto chiara in merito: chi diffonde immagini o video privati senza autorizzazioni può essere perseguito penalmente.

In particolare, l’articolo 167 del Codice della Privacy punisce con la reclusione chi tratta dati personali in modo illecito e con l’intento di recare danno. Se si parla invece di contenuto a sfondo sessuale, entra in gioco l’articolo 612-ter del Codice Penale, meglio conosciuto come revenge porn: la diffusione non consensuale di materiale intimo è punita da uno a sei anni di reclusione, oltre a una multa fino a 15.000 euro, anche se la persona ritratta aveva in origine acconsentito allo scatto o alla registrazione.

In materia di offese, commenti sessisti o minacce, si può inoltre parlare di diffamazione aggravata e molestia, con ulteriori sanzioni. Le vittime hanno il diritto alla rimozione dei contenuti, rivolgendosi in maniera diretta alle piattaforme, al Garante della Privacy o alla Polizia Postale.

È importante raccogliere prove, segnalare gli account responsabili e rivolgersi ad associazioni o sportelli di supporto legale, oltre che, ovviamente, denunciare sempre

Il cambiamento parte dall’educazione    

Il passo fondamentale per avviare un reale cambiamento è la prevenzione, individuabile in un’educazione sessuale e affettiva adeguata che l’Italia, contrariamente alla maggior parte dei Paesi europei, si ostina ancora a non inserire tra le materie obbligatorie a scuola.

Il Governo in carica non solo ignora la questione, ma sembra far di tutto per non nominare mai la parola ‘sesso‘. Il ministro dell’istruzione Valditara preferisce limitarsi a parlare di educazione civica, accennando a un generico “rispetto reciproco”, invece che esporsi in modo esplicito sul problema.

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Dati sulla educazione sessuale in Europa (Elaborazione grafica di Will Media).

Il problema verò, però, è che finché non riconosceremo di trovarci nel mezzo di un’emergenza culturale – e che per questo è urgente adottare misure preventive per riuscire a decostruire la cultura patriarcale in cui siamo immersi e sostituirla con una che educa alla parità e al rispetto – le cose non cambieranno mai. 

Ed è nella mancata educazione al consenso che risiede la radice di questi fenomeni. “Se ti vesti così te la vai a cercare”, “se pubblichi una foto di quel genere non puoi lamentarti se ti trovi sessualizzata su un gruppo online”. Questo tipo di retorica è il cuore della cultura dello stupro, che non mette mai in discussione i carnefici della violenza, ma che colpevolizza unicamente chi la subisce.

Per questo educare al consenso è fondamentale al giorno d’oggi. È necessario insegnare ai più giovani che nessuna interazione – verbale, fisica o emotiva – ha valore se non è libera e reciproca. Eppure, questa consapevolezza è ancora lontana dal dibattito politico. 

Potere o insicurezza?

Casi come “Mia Moglie”, Phica.net o i canali Telegram non sono casi isolati. Queste comunità sono lo specchio della cultura patriarcale italiana nel 2025, che, ancora oggi, strumentalizza il corpo femminile per rafforzare il potere maschile

In questo meccanismo distorto, questi ‘complimenti‘ in realtà riflettono unicamente dinamiche di dominio, e non sono rivolti tanto alla donna, quanto all’uomo che la ‘possiede’, per rafforzare la sua percezione di potere agli occhi degli altri. Una dinamica primitiva, in cui la donna è solo il riflesso del prestigio maschile.

Si tratta di una forma di machismo intenta a ribadire una gerarchia che vede ancora al vertice l’uomo. È come se, percependo la minaccia di fronte a una sempre crescente indipendenza femminile, ci fosse il bisogno costante di riaffermare che le donne, per quanto emancipate, non verranno mai considerate davvero alla pari degli uomini. 

Il punto è chiaro: ogni giorno migliaia di donne parlano, gridano e denunciano. Ma non basta. Se si vogliono cambiare davvero le cose, la lotta contro il sessismo deve diventare responsabilità collettiva, soprattutto maschile

A questo proposito, le parole di Michela Murgia suonano terribilmente attuali:

il femminismo non nasce per essere comodo a tutti. Nasce da una parte della popolazione che sta scomoda dove sta. E chi vive nel privilegio tende a infastidirsi quando questa marginalizzazione viene loro fatta notare, proprio perché non vengono toccati da questo nel quotidiano. Quante volte nel corso della storia, le donne sono state accusate di essere esagerate? Moltissime. Negare la discriminazione dell’altro nei termini in cui lui la vive è un modo per esercitare il privilegio. Se il femminismo non avesse mai dato fastidio a chi vive dentro il privilegio causato dal sistema patriarcale, nulla sarebbe mai cambiato. Se non c’è disagio, non c’è efficacia. 

Michela Murgia

Senza rabbia, non c’è rivoluzione. Ecco perché, di fronte alle raccapriccianti notizie dell’ultimo periodo, nessuno può permettersi di restare in silenzio.

Elena Menghi

(In copertina foto di medimutua)


Da “Mia Moglie” a Phica.net – Emergenza violenza di genere online è un articolo di Elena Menghi. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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