CronacaPolitica

Redistricting e gerrymandering – Il Risiko dei distretti USA

Gerrymandering

Tra poco più di un anno, gli elettori americani saranno nuovamente chiamati alle urne per il parziale rinnovamento del Congresso e per assestare un primo giudizio sulla seconda amministrazione Trump. In previsione di questa tornata chiave, i partiti si scontrano sul ricorso alla strategia del gerrymandering, sempre più diffusa tra i governatori dei singoli Stati, e che rischia di influenzare seriamente non solo il risultato di queste elezioni, ma la credibilità della democrazia americana.


La rincorsa verso le nuove elezioni presidenziali

Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni del novembre 2024, sono immediatamente cominciate ad inseguirsi le voci su chi guiderà la prossima corsa alla Casa Bianca nel 2028. Il Partito Democratico spera di lasciarsi alle spalle l’ultima disfatta, in cui Kamala Harris non è riuscita ad aggiudicarsi nemmeno uno dei sette swing states.

Diversi i nomi circolati, dall’ex segretario ai trasporti Pete Buttigieg, alla governatrice del Michigan Gretchen Miller, fino ad un ritorno in scena proprio di Kamala Harris, che si è tirata fuori dalla corsa alla carica di governatore della California, lasciandosi quindi la possibilità di guidare nuovamente la campagna presidenziale del 2028.

Dall’altra parte dello schieramento le gerarchie sembrano più delineate, con il vicepresidente J.D. Vance che dovrebbe provare a succedere a Donald Trump.

Sempre che il Tycoon non tiri fuori una nuova sorprendente mossa, dando seguito a quelle che finora sono state solo provocazioni, in cui ha paventato una sua terza campagna presidenziale.

Donald Trump mostra a Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaigian in visita alla Casa Bianca, merchandising per una possibile nuova campagna presidenziale (fonte: il Messaggero).

Voci, speculazioni e un’amministrazione il cui operato non sta di certo passando in silenzio potrebbero dunque distrarre dal fatto che gli elettori americani si avvicinano ad una tornata elettorale in programma già il prossimo anno, che avrà effetti di grande rilevanza sugli equilibri dei due grandi partiti Democratico e Repubblicano (e, di conseguenza, sulla libertà di manovra del Presidente).

Proprio per questo sono già emerse numerose polemiche e feroci scontri tra le leadership.

Cosa sono le midterm elections?

Il sistema elettorale statunitense è diverso da quello italiano, sia per la distribuzione dei poteri che per i criteri e le tempistiche con cui i rappresentanti vengono eletti.

Se la Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica Italiana hanno gli stessi poteri (si parla infatti di bicameralismo paritario o perfetto) gli organi corrispondenti del Congresso americano, Camera dei Rappresentanti e Senato, rappresentano un esempio di bicameralismo imperfetto, in cui le funzioni dei due organi sono diverse e complementari.

Gli equilibri di potere al Congresso statunitense (fonte: National Journal).

Diverse sono anche le tempistiche e le modalità: in particolare, la Camera dei Rappresentanti è un organo estremamente dinamico, in quanto viene rinnovata ogni due anni. Il Senato, di contro, rappresenta la componente più stabile, in quanto i senatori servono per sei anni, seguendo uno schema per cui ogni biennio viene rinnovato un terzo dell’assemblea: di conseguenza, ogni volta che viene eletto un nuovo Presidente si ha anche il rinnovo degli equilibri di potere nelle due camere del Congresso.

Ma questi equilibri possono cambiare appena due anni dopo l’inizio del mandato del nuovo Presidente, in quelle che vengono appunto chiamate midterm elections (elezioni di metà mandato).

Nell’ultima tornata, quella in cui Trump ha trionfato per la seconda volta, il Partito Repubblicano ha acquisito la maggioranza sia alla Camera che al Congresso. E le midterm elections costituiscono una tappa fondamentale per la tenuta del potere Presidenziale: qualora confermino il risultato dei due anni precedenti questo ne esce rafforzato, sia dal punto di vista parlamentare che mediatico.

In caso contrario, l’iniziativa legislativa (Camera dei Rappresentanti) e l’intraprendenza in politica estera (Senato) dell’amministrazione risulteranno estremamente limitate: in poche parole, il Presidente rischierebbe un immobilismo che potrebbe avere gravi ripercussioni per sé e per il proprio partito alle successive elezioni.

Non per niente, le midterm elections vengono spesso definite il primo giudizio sull’operato dell’amministrazione da parte del popolo americano. In aggiunta a ciò, le elezioni di metà mandato segnano anche il rinnovo della carica di governatore per ben 36 stati su 50.

A poco più di un anno dalle elezioni di metà mandato, dunque, i due partiti stanno già tentando di sfruttare ogni possibile vantaggio per aumentare le proprie possibilità di vittoria. In alcuni casi, anche attraverso operazioni dalla correttezza discutibile.

Redistricting: da strumento democratico ad arma politica

La ridefinizione dei distretti per l’elezione dei rappresentanti al Congresso nasce, in teoria, come uno strumento fondamentale per garantire un processo il più equo possibile: la sua istituzione come requisito obbligatorio risale al 1964, quando la Corte Suprema si è pronunciata sul caso Wesberry v. Sanders, in cui un cittadino della Georgia lamentava la grande sproporzione demografica del proprio distretto rispetto a quelli circostanti.

Da quando i giudici hanno deliberato che il redistricting costituisce una componente fondamentale per l’implementazione dell’Articolo 1, Sezione II della Costituzione degli Stati Uniti – per cui, nella misura del possibile, il voto di una persona deve essere uguale a quello di tutti gli altri – gli Stati sono tenuti a compiere un censimento decennale.

Sulla base delle informazioni ottenute, la legislatura dello Stato (o, in alcuni casi, una commissione indipendente) ha il compito di ridisegnare i confini dei distretti elettorali, in modo tale da assicurare una distribuzione il più equa possibile.

I problemi emergono quando questo strumento viene distorto e utilizzato per fini esclusivamente politici.

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Situazione di fatto analoga a quella al centro della questione sollevata da Wesberry, in questo caso relativa ad una recente distribuzione inefficace per lo Stato dell’Indiana (fonte: IBRC, using U.S. Census Bureau data).

Il gerrymandering è una pratica diffusa già da ben prima che il redistricting fosse reso obbligatorio: vi si fa riferimento per la prima volta nel 1812. Per capire di cosa si tratti, basta osservare l’immagine di sotto.

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È facile intuire come, avendo il controllo di una legislatura, si possano ridisegnare i confini dei distretti elettorali a piacimento: seguendo lo schema corretto, è matematicamente possibile ottenere una larga maggioranza dei seggi avendo a disposizione un numero di voti irrisorio. Si tratta di una pratica evidentemente sleale, che falsifica e distorce il processo democratico, ma a cui tutti e due i grandi partiti americani hanno fatto abbondantemente ricorso negli anni.

Gerrymandering: chi tiene traccia del processo?

Dal 2021, in preparazione alla tornata di midterms in programma per l’anno successivo, una squadra guidata dal Professor Sam Wang dell’Università di Princeton ha lanciato il Gerrymandering Project, un’iniziativa di monitoraggio che valuta la correttezza delle suddivisioni distrettuali.

Ad ogni Stato viene assegnato un voto da A ad F, sulla base di una serie di criteri definiti: la struttura geografica e la suddivisione interna della mappa distrettuale, l’influenza delle minoranze etniche (questa sezione presenta a sua volta diverse suddivisioni interne), l’equilibrio della composizione politica (dato dallo studio di elezioni passate) e della demografia dei partiti.

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La mappa dei punteggi assegnati dai ricercatori del Princeton Gerrymandering Project (fonte: Priceton Gerrymandering Project).

Dalle analisi condotte dal gruppo, risulta chiaro come il gerrymandering sia una grossa spina nel fianco del corretto funzionamento delle istituzioni democratiche in numerosi Stati americani. È anche per questa ragione che alcuni Stati vengono percepiti come ‘roccaforti’ di un dato partito: l’Illinois, mostrato in una mappa di sopra, è una garanzia per i Democratici, poiché per quanto le aree rurali possano sposare la causa repubblicana, difficilmente potranno controbilanciare il peso di Chicago (notoriamente democratica), che da sola conta ben sette distretti.

Lo stesso discorso vale per il Texas, che, al contrario, non elegge un rappresentante democratico dal 1994. Sicuramente la forte identità conservatrice dell’elettorato locale è un fattore chiave, ma allo stesso tempo gli attuali confini distrettuali rendono l’ascesa di un’alternativa quasi impossibile.

Proprio il Texas è stato recentemente al centro di un feroce scontro tra i partiti, a causa di un nuovo, palese tentativo di ridisegnare i confini distrettuali per puro vantaggio politico, dando il via ad una catena di eventi che rischiano di catalizzare la crisi della democrazia americana.

Cinque di più, cinque di troppo

L’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato costituisce una seria preoccupazione per l’amministrazione Trump e per il partito Repubblicano. I sondaggi più recenti mostrano come il Presidente abbia attraversato un’estate complicata, tra le controversie legate ai dazi contro i Paesi alleati, la decisione di schierare la guardia nazionale nella capitale Washington DCpaventando di fare la stessa cosa per altre grandi città controllate dal Partito Democratico – e soprattutto lo scandalo relativo ai file su Jeffrey Epstein, su cui la Casa Bianca non ha fatto chiarezza, dando di conseguenza corda a voci e sospetti.

Lo schieramento della Guardia Nazionale nella Capitale (fonte: USA Today).

USA Today mostra come il tasso di approvazione per l’operato di Trump sia scivolato al 37%. Questo ha portato la leadership del Grand Old Party a temere una débâcle politica il prossimo anno: la decisione più clamorosa presa per prevenire questo scenario è stata quella intrapresa dal governatore del Texas Greg Abbott, che ha annunciato una nuova serie di modifiche nelle mappe distrettuali per assicurare cinque seggi aggiuntivi al Congresso per il Partito Repubblicano, nel caso in cui i Democratici dovessero realmente raggiungere i numeri necessari per riacquisire la maggioranza alle Camere.

La gravità di questa decisione, oltre che per il suo chiaro fine politico, è amplificata dal fatto che avviene nel bel mezzo del decennio che dovrebbe passare tra un censimento della popolazione e l’altro, eccezione che trova il suo unico precedente nel 2002 (in cui gli Stati protagonisti furono il Colorado e lo stesso Texas).

La reazione dei legislatori democratici locali a questa decisione è stata la fuga verso altri Stati, con l’obiettivo di bloccare il processo di approvazione della proposta. L’amministrazione del Texas ha risposto disponendo mandati d’arresto per i parlamentari assenti, oltre ad una multa di 500 dollari per ogni giorno di assenza. Dopo alcune settimane, i Democratici hanno fatto ritorno alla Camera di Austin, promettendo battaglia su questo piano di strumentalizzazione del redistricting.

La risposta più forte alla mossa del Texas voluta da Trump, però, è arrivata da un altro Stato, l’equivalente democratico del Texas per dimensioni e peso politico: la California.

L’ascesa di Gavin Newsom

Nella lista dei possibili contendenti democratici alla Casa Bianca per il 2028 abbiamo omesso un nome, quello che negli ultimi mesi è emerso come principale alternativa a Donald Trump per il suo forte carisma e per la sua aperta sfida al Presidente: il governatore della California Gavin Newsom.

Fin dall’inizio, Newsom è stato una vera spina nel fianco per l’amministrazione: ha criticato aspramente il Presidente per la sua campagna di disinformazione durante gli incendi che hanno devastato la California alla fine dello scorso gennaio, ha adottato una strategia comunicativa sui social esplicitamente diretta a deriderlo, e ha risposto con forza alla mossa dei Repubblicani per difendere il controllo del Congresso.

Nei tweet con cui attacca il Presidente, Newsom riprende volutamente la strategia di Trump, con testi ad effetto, uso eccessivo del grassetto e nomignoli per gli avversari politici (fonte: X).

Lo scorso 22 agosto il parlamento della California ha ratificato l’Election Rigging Response Act (l’Atto di Risposta alla Falsificazione delle Elezioni), indicendo una tornata elettorale per proporre ai cittadini una ridefinizione dei distretti dello Stato volta a garantire cinque nuovi seggi al Partito Democratico, di fatto azzerando gli effetti della mossa del Texas.

Non possiamo vincere giocando secondo le regole tradizionali. [Donald Trump] gioca senza regole… e stiamo rispondendo di conseguenza.

Gavin Newsom
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Il Governatore Newsom annuncia il suo piano di redistricting a Los Angeles (fonte: Los Angeles Times).

La decisione di Newsom segna un precedente non indifferente nel modo di porsi del Partito Democratico nei confronti delle politiche di Donald Trump. Fin dalla campagna del 2016 guidata da Hillary Clinton, Trump era sempre stato additato come un antagonista sleale e in malafede, una pericolosa deriva contro cui i democratici si ergevano ad argine di legalità.

La vittoria a valanga del Tycoon alle ultime presidenziali ha dimostrato come questo approccio, a lungo termine, si sia rivelato fallimentare

Secondo Newsom, dunque, l’unico modo per fronteggiare chi non gioca secondo le regole è riscrivere le regole di conseguenza. Un ragionamento evidentemente condiviso anche dall’ex-presidente Barack Obama, che si è complimentato con il governatore definendo la sua scelta “responsabile”. Ma si tratta davvero della strada giusta da percorrere?

Una nuova identità per il Partito Democratico

La forte reazione di Newsom, che ha affermato di voler “rispondere al fuoco con il fuoco”, ha già scatenato una reazione a catena di proposte da altri Stati americani pronti a ridisegnare i propri distretti congressuali per assicurare più seggi ad uno o all’altro partito.

In particolare, Missouri, Ohio, Illinois, Indiana e Florida hanno già annunciato nuove suddivisioni o hanno avviato la creazione di commissioni parlamentari ad hoc.

Particolarmente controverso anche il caso dello Stato di New York, la cui Costituzione proibisce esplicitamente il gerrymandering e preclude la possibilità di ridisegnare i distretti ad intervalli minori di dieci anni. La maggioranza democratica starebbe valutando di emendare il testo a riguardo.

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Il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker con i deputati democratici del Texas (fonte: Politico).

Oltre a catalizzare la corrosione di un sistema già in crisi, il cambio di passo di un Partito Democratico alla disperata ricerca di un volto da contrapporre allo strapotere di Donald Trump e di una strategia efficace desta preoccupazioni più ampie. L’elettorato americano è diviso come non mai, l’ignoranza e l’estremismo politico sono ormai elementi affermati.

Come titola un articolo di Bloomberg, “We used to disagree. Now we don’t talk to each other” (Prima non eravamo d’accordo. Ora non parliamo più tra di noi ndr). Decisioni che paiono isteriche e finalizzate ad ottenere un vantaggio nel breve termine rischiano di sommarsi a complicazioni già intrinseche in un sistema democratico estremamente delicato, e aumentarne il rischio di collasso.

Bisogna anche riportare che il governatore Newsom si è detto disposto a cancellare la propria proposta (annullando di conseguenza tutte quelle che sono seguite) qualora lo stato del Texas decidesse di riconsiderare la propria decisione.

Ma è proprio questa la questione: se i Repubblicani decideranno di andare avanti per la propria strada, fino a che punto i democratici saranno disposti ad andare in fondo, con il rischio di trascinare con sé lo stesso sistema di valori che dicono di voler difendere?

Matteo Minafra

(In copertina: Ziniu Chen, University Communications. Fonte: The University of Virginia)


Redistricting e gerrymandering – Il Risiko dei distretti USA è un articolo di Matteo Minafra sul problema del gerrymandering negli Stati Uniti. Clicca qui per altri articoli dell’autore.

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