CronacaCultura

Patriarcato e violenza di genere: una crisi culturale da fermare

Patriarcato violenza sulle donne

I femminicidi non sono gesti di follia o esplosioni di amore malato: sono il risultato estremo di una cultura che insegna agli uomini a possedere e alle donne a stare al loro posto. Partiamo dai nomi più recenti – Ilaria, Sara, Martina – per parlare di un sistema che continua a produrre vittime. Dai titoli dei giornali al silenzio delle istituzioni, fino alle storie d’amore tossiche che ci hanno cresciuti, tutto contribuisce a normalizzare la violenza. E intanto ci si dimentica della radice del problema: un patriarcato che educa al dominio, non al rispetto.


La violenza di genere come problema strutturale

Sono passati ormai quasi cinque mesi dai due femminicidi che hanno scosso l’Italia. Ilaria Sula e Sara Campanella sono morte per mano di chi diceva di amarle e di un intero sistema culturale che costituisce la struttura su cui si basa il mondo. Poi è stata la volta di un caso simile ad Afragola: Martina Carbonaro, quattordici anni, è stata uccisa dall’ex appena diciottenne.

A distanza di così poco tempo i loro nomi echeggiano come un ormai lontano, doloroso ricordo. Personaggi influenti, telegiornali e gente comune parla incessantemente dell’accaduto per i primi dieci giorni, per poi farlo progressivamente svanire nel nulla.

Si spendono tante parole contro atti crudeli come questi; si sollecitano le donne a “fare attenzione”, a denunciare ogni minimo comportamento sospetto; ci si limita a un “vogliamo che sia l’ultima” da parte dei civili che protestano in piazza ma anche da parte di personalità influenti che dovrebbero pensare invece a come risolvere in maniera concreta un problema enorme, da sempre istituzionalizzato nella società, anche se in forme diverse. 

Siamo arrivati al punto in cui sentire una notizia del genere è considerato quasi normale e non ci sconvolge più. 

L’Osservatorio nazionale Femminicidi, Lesbicidi, Transcidi (FLT) di Non Una Di Meno registra 75 vittime dall’inizio di quest’anno, secondo i dati aggiornati in data 8 settembre 2025. Perché un femminicidio dovrebbe essere un atto surreale ma effettivamente non lo è? Come siamo arrivati a questo punto e come si può risolvere il problema?

Il processo del victim blaming nella cultura patriarcale

Perché l’essere umano arriva a tanto? Tutti, di fronte ai casi di femminicidio, si pongono la stessa domanda, ma nessuno va a scavare veramente nelle fondamenta del sistema sociale in cui viviamo. 

Partiamo innanzitutto dalla stampa. I giorni dopo la morte di Sara Campanella sono uscite notizie con titoli del tipo: “Sara Campanella, Stefano Argentino è il killer: invaghito da due anni, lei lo ha sottovalutato” (su Leggo, 01/04/2025).

Patriarcato violenza di genere 3.

Questa narrazione distorta, che sposta il focus della violenza subita alla condotta della vittima parlando di un uomoinnamorato non ricambiato”, è gran parte del problema. Sicuramente è il motivo per cui tante donne non denunciano: perché sanno che, oltre al dolore, dovranno affrontare anche il sospetto, il giudizio, la colpevolizzazione, la critica di non aver capito, di “avere sottovalutato”.

Stefano Argentino viene descritto come “un ragazzo introverso con la passione per la danza” (La Sicilia, 01/04/2025), mentre Sara sembra colpevole per una scritta postata sui social: “Mi amo troppo per stare con chiunque”. La stampa commenta: “un’affermazione di indipendenza che potrebbe esser[l]e stata fatale” (Corriere della Sera, 01/04/2025).

Patriarcato violenza di genere 2.

Ancora peggio sono i commenti girati sui social dopo questi casi di cronaca.

Pensiamo anche al caso di Martina Carbonaro. Troppi sono stati i commenti del tipo “a quattrodici anni non ci si fidanza con uno di diciotto”: sempre a colpevolizzare la vittima.

Il padre del suo assassino ha cercato di giustificare il figlio dicendo che lui era troppo innamorato di Martina e che vedere la chat con un altro l’ha sconvolto. 

Come possiamo risolvere un problema tanto grande se la colpevolizzazione della vittima parte già da chi dovrebbe proteggerla?

Le istituzioni si dimostrano spesso assenti di fronte a casi di denuncia, sottovalutano la pericolosità di certi atteggiamenti. Non si può intervenire quando una donna è già morta.

Patriarcato violenza di genere 4.

Una dis-educazione letteraria: il caso di Lisabetta

Si tratta innanzitutto di un fatto culturale: le radici profonde del patriarcato hanno modellato per secoli comportamenti, linguaggi e immaginari collettivi. Non sorprende, allora, che perfino la letteratura – strumento privilegiato di riflessione e liberazione intellettuale – risulti irradiata di sessismo e violenza di genere. I libri, del resto, sono anche memoria: specchi di società cambiate nel tempo, ma segnate da una costante tragica: di uomini che non hanno mai smesso di uccidere le donne.

Pensiamo al caso di Lisabetta da Messina, nella celebre novella del Decameron di Giovanni Boccaccio (IV giornata, novella 5).

Qui la protagonista viene travolta – e in fondo annientata – dal potere maschile, esercitato in nome del controllo e dell’onore familiare. L’intera vicenda ruota attorno al dolore di Lisabetta e alla violenza dei suoi fratelli, che incarnano perfettamente la logica patriarcale del loro tempo.

È vero: a morire è anche Lorenzo, l’amato di Lisabetta. Ma la sua sorte non è che una conseguenza collaterale di quel meccanismo di potere. Il cuore del racconto rimane la condizione di Lisabetta, prigioniera di un sistema che non le concede libertà né scelta.

Lisabetta da Messina Patriarcato.
William Holman Hunt, Isabella e il vaso di basilico, 1868.

Lorenzo paga con la vita la sua povertà e il suo amore. Lisabetta paga la colpa più grande: quella di essere donna in un mondo governato da uomini.

Da Shakespeare a Twilight

Caso analogo è la tragedia di William Shakespeare, Romeo e Giulietta. La storia è emblema della cultura patriarcale perché mostra una giovane donna costretta a ribellarsi all’autorità del padre e a un matrimonio imposto, che trova nell’amore e nella morte l’unica via d’uscita. In entrambe le storie, l’amore femminile è punito e il potere maschile controlla il destino delle donne.

Ma più che i classici della letteratura, vero emblema diseducativo sono state le storie d’amore dell’adolescenza, come After di Anna Todd (2014) o Twilight di Stephenie Meyer (2005; per approfondire leggi anche questo articolo). Questi libri e film, che hanno alimentato la cultura pop degli anni 2000, all’epoca sembravano raccontare storie d’amore travolgenti. Oggi, a distanza di anni e con una consapevolezza sociale diversa, ci accorgiamo che rappresentano relazioni tossiche, modelli sentimentali che, più che far sognare, ci fanno rabbrividire.

In entrambe le saghe citate ritroviamo un personaggio femminile debole”, che soccombe a un personaggio maschile manipolatore e irascibile, capace di controllarne la vita in modo inquietante e ossessivo. Il motivo per cui, durante la nostra adolescenza, questi contenuti ci affascinavano e venivano prodotti in serie è semplice: consideravamo normali certi comportamenti in una relazione.

Molte di queste storie sono finzioni, sì, ma non nascono dal nulla. Sono invenzioni radicate nella realtà, specchi affilati di ciò che accadeva allora e continua ad accadere oggi. La letteratura ci restituisce in forma d’arte ciò che già bruciava nel mondo. Quelle donne nei racconti morivano perché desideravano, sceglievano, disobbedivano. Esattamente come oggi: cambiano le forme, non le radici.

Il femminicidio non è un gesto isolato né una follia improvvisa: è l’estremo volto di una cultura che per secoli ha assegnato all’uomo il diritto di giudicare, possedere e punire.

L’importanza di un’educazione sessuale e affettiva

Non vogliamo più piangere per chi non c’è più, né soluzioni prese quando è già troppo tardi. Serve un cambiamento radicale, che parta dall’educazione e arrivi fino alla modifica del Codice penale. Insomma, serve una cultura del consenso che distrugga una volta per tutte quella dello stupro.

Il punto di svolta fondamentale nasce proprio dall’educazione familiare. Una bambina non dovrebbe crescere in modo diverso rispetto a suo fratello: può sembrare un’affermazione scontata, ma resta una realtà ancora diffusa. Quante volte sentiamo che una ragazza ha il coprifuoco o meno libertà di uscire rispetto al fratello, solo perché i genitori non glielo permettono? Quante volte ascoltiamo di padri “gelosi” delle proprie figlie, come se la gelosia fosse una forma di protezione e non l’ennesima espressione di possesso?

Spesso ci si rifugia nella scusa che il mondo fuori sia pieno di pericoli per una ragazza, ma rimane il fatto che le donne sottomesse sono persone “comode”, perché possono essere controllate. Non c’è nulla di più pericoloso, per un uomo, di una donna libera che conosce il proprio valore.

Forse il mondo viene percepito come un luogo pericoloso per le donne proprio perché i ragazzi, fin dall’adolescenza, vengono lasciati liberi. Sono senza limiti, a differenza delle loro coetanee, e soprattutto senza alcuna forma di educazione.

“La paura dell’esterno, trasmessa alle ragazze fin dall’infanzia, ha in realtà una funzione sociale volta a sostenere il sistema patriarcale. Quando si descrive l’esterno come un terreno minato per le donne, le si relega allo spazio esiguo della casa (statisticamente molto più letale) ma non si risolve davvero il problema delle molestie e della violenza maschile. […] E propria del patriarcato la pratica di plasmare le preferenze e i comportamenti delle donne, e quindi, a monte, le loro paure e reticenze. Riprodurre le imposizioni sessiste, anche se in maniera premurosa, non fa che mantenere in vita questo stato di cose” (L. Azema, Donne in viaggio, Storie e itinerari di emancipazione, Tlon, 2022).

L’educazione famigliare purtroppo però non può essere controllata come invece può esserlo quella scolastica. L’Italia è uno tra i pochi paesi in Europa rimasto a non istituire un’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Attraverso quest’ultima gli uomini stessi potrebbero essere sensibilizzati a certi temi fin dall’infanzia ed essere portati a farsi un esame di coscienza così da riconoscersi come parte del problema. Interrogando sé stessi, potrebbero educare a loro volta l’altro il proprio fratello, il cugino, il padre o il figlio.

Una rivoluzione culturale del maschile

Serve un grande lavoro da fare sull’ego maschile, figlio di una società che vuole vedere l’uomo come il sesso forte, che non si arrende e non piange mai. Questo lavoro deve partire dalle istituzioni educative, superando ogni tabù che ancora oggi circonda la sessualità e l’empatia maschile. Bisogna educare gli uomini all’accettazione del rifiuto.

Alessio Tucci, così come gli altri uomini che hanno ucciso delle donne, era convinto che il corpo, la libertà e la vita di Martina fossero qualcosa di suo. Qualcosa da afferrare, controllare, punire.

Questo non è amorefragilità: è dominio. È una cultura che non esplode all’improvviso, ma cresce giorno dopo giorno: nella gelosia che diventa sorveglianza, nei messaggi ossessivi mascherati da attenzione, nel controllo spacciato per protezione.

Finché un uomo penserà che una donna non possa lasciarlo, ci sarà sempre una Martina, una Ilaria o una Sara da piangere. Finché non entreremo nelle scuole a parlare di rispetto, desiderio, confini e libertà, continueremo a raccontare il lutto come se fosse un caso isolato.

Non è una tragedia personale: è un problema culturale.

Ginevra Tinarelli

(In copertina il murales “Smash the Patriarchy”, con Giulia Cecchettin e Gisèle Pelicot)

Ti potrebbero interessare
CulturaMusica

L’arte diventa politica - L’halftime di Bad Bunny

CronacaReportage

Le due facce di Milano-Cortina 2026 – Le proteste tramite gli scatti di Leonardo Garavaglia 

Cultura

“Non scrivere di me” di Veronica Raimo – Il trauma come alibi

Cultura

Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – L’eleganza del Tricolore