I dati ISTAT relativi al 2023 hanno registrato in Italia 79.875 divorzi, pari a circa uno ogni 1.000 abitanti. Ad oggi consideriamo naturale porre fine a un vincolo matrimoniale per qualsiasi motivo, dall’incompatibilità alla violenza. Spesso diamo per scontata la facilità con cui è possibile sciogliere un’unione. Ma com’era la situazione in Italia prima che il divorzio venisse legalmente riconosciuto? Lo documenta l’archivio storico di Noi Donne.
Prima del 1970
Prima del fatidico 1970, in Italia il matrimonio era considerato un vincolo indissolubile. La visione della famiglia italiana tradizionale, strutturata su forti basi patriarcali, era ancora pienamente dominante, e alle donne erano concessi pochi diritti in quest’ambito.
I rapporti familiari erano regolati dall’articolo 262 del Codice civile del 1942, che attribuiva al marito la potestas dominii, ossia il potere di decisione all’interno della famiglia, conferendogli di fatto il ruolo di capo indiscusso di tale nucleo.

La moglie, di conseguenza, era subordinata al marito a livello non solo sociale, ma anche giuridico, in quanto in possesso di limitate possibilità di autonomia economica e personale. Inoltre, alle donne non era consentito sciogliere legalmente un’unione infelice o pericolosa, neppure in caso di violenze o abbandono.
Le donne sposate vivevano in una condizione di dipendenza totale dal proprio compagno, senza tutele effettive in caso di maltrattamenti o di incompatibilità di coppia. La separazione legale, già prevista dal Codice Civile del 1942, consentiva ai coniugi di vivere separati, ma non permetteva lo scioglimento definitivo del matrimonio – né, tantomeno, la possibilità di risposarsi.
Per di più, tale istituto era riservato a casi gravi e richiedeva un procedimento giudiziale, il che ne rendeva complessa l’applicazione. La separazione legale rappresentava quindi più un limite che un aiuto, perché non permetteva lo scioglimento definitivo del matrimonio, né la possibilità di rifarsi un’altra vita con un altro partner.
L’inizio del cambiamento
A presentare il disegno della legge sul divorzio in Parlamento fu Loris Fortuna, deputato del Partito Socialista Italiano, che nel 1965 avanzò una proposta di legge per introdurre il divorzio nel nostro ordinamento giuridico. Fortuna ricevette anche il sostegno del liberale Antonio Baslini, assieme a cui nacque una storica alleanza trasversale tra socialisti, radicali, liberali e comunisti.
Dopo un acceso dibattito sia parlamentare che sociale, la proposta divenne finalmente legge nel 1970 con l’approvazione della cosiddetta Legge Fortuna-Baslini (Legge n. 898 del primo dicembre 1970).

Essa costituì l’inizio del vero cambiamento, perché introdusse il divorzio come istituto giuridico e la possibilità di sciogliere definitivamente il matrimonio dopo un periodo di separazione legale. Questa legge rappresentò una vera rivoluzione culturale e sociale, e sancì il diritto alla libertà personale e alla scelta in campo matrimoniale.
Nel 1974, un referendum confermò la validità della legge nonostante la forte opposizione conservatrice, segnando una vittoria storica per i movimenti femministi e laici.
Successivamente, nel 1975, la riforma del diritto di famiglia sancì la piena parità giuridica tra marito e moglie, ed eliminò l’autorità maritale. Ci si avvicinò pian piano ad un modello familiare più equo per i diritti di entrambi i coniugi. Questi cambiamenti legislativi rappresentarono tappe fondamentali per il riconoscimento e l’affermazione dei diritti delle donne in Italia.
Noi Donne al centro della lotta
A documentare la vicenda in prima linea vi furono le scrittrici del quotidiano Noi Donne, voce storica dell’Unione Donne in Italia (UDI). Al centro del dibattito politico che accompagnò l’iter legislativo del divorzio, sin dagli anni ‘60 la redazione denunciò le ingiustizie che colpivano le donne intrappolate in matrimoni forzati o violenti, senza via d’uscita legale.
In un’Italia ancora profondamente legata alla morale cattolica, il giornale rappresentò un punto di riferimento per le battaglie civili e l’emancipazione femminile, offrendo voce e visibilità a chi chiedeva libertà, dignità e autodeterminazione.
Con articoli, inchieste e testimonianze, Noi Donne contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi, e a creare consenso attorno alla necessità di una legge sul divorzio.

1969 – Noi Donne diventa cooperativa editoriale
Il 1969 rappresentò un anno cruciale per la redazione di Noi Donne. Il 18 marzo il giornale divenne una cooperativa editoriale, con il chiaro e ambizioso e obiettivo di ottenere piena indipendenza economica e politica. A sostenerne la nascita furono migliaia di lettrici e redattrici, che contribuirono attivamente alla raccolta delle quote sociali.
Questa trasformazione non fu solo organizzativa, ma profondamente politica: Noi Donne conquistò autonomia editoriale, sottraendosi alle influenze di partiti e finanziatori esterni, rompendo con le logiche verticali tipiche della stampa di partito.
Il giornale divenne così uno strumento collettivo, partecipato, femminista e indipendente, – espressione diretta delle istanze del movimento delle donne.

Con questa scelta coraggiosa, Noi donne si era schierato a favore dell’emancipazione femminile e dell’autodeterminazione, rafforzando l’identità politica e culturale della testata. E fu proprio questa rinnovata credibilità e coerenza a rendere Noi Donne una voce autorevole nel sostenere battaglie decisive come quella per il riconoscimento del divorzio.
Nilde Iotti e il discorso simbolo della lotta per il divorzio
Il 25 novembre del 1969, quando l’iter legislativo era ormai alle ultime battute, Nilde Iotti — esponente del Partito Comunista Italiano e prima donna a ricoprire la presidenza della Camera — pronunciò un famoso discorso alla Camera dei Deputati, diventato simbolico nella storia dell’acquisizione dei diritti delle donne all’interno del diritto di famiglia: in esso, Iotti difese con forza l’introduzione di tale pratica come atto di giustizia e libertà individuale. Le parole della deputata si rivelarono moderne ed empatiche: fecero breccia nelle coscienze dei presenti, e risultarono fondamentali per l’approvazione della legge Fortuna-Baslini l’anno successivo.
Secondo Iotti, non era più accettabile che il matrimonio fosse considerato un vincolo eterno e obbligato: “Quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure il fondamento morale su cui si basa la vita familiare”, affermò alla Camera.
Con parole semplici ma taglienti, la deputata rovesciò la narrazione tradizionale, e sottolineò che un’unione fondata sull’assenza di amore o sul dolore non poteva essere considerata né sacra né giusta.

La nuova visione del matrimonio da lei proposta era centrata sulle persone, sulla volontà reciproca e sulla possibilità di ricominciare. La sua idea fu supportata e condivisa da milioni di italiani e, soprattutto, dalle giornaliste di Noi donne.
È stato uno schiaffo – la risposta di Noi Donne al Referendum del ‘74
Il 12 maggio del 1974, con la schiacciante vittoria del NO al referendum abrogativo voluto dal Movimento Sociale Italiano e da esponenti della Democrazia Cristiana, gli italiani scelsero di mantenere il diritto al divorzio, legalizzato nel 1970.

Noi donne riportò con chiarezza e forza il significato di questa lotta. “È stato uno schiaffo”: così la redazione del quotidiano intitola il pezzo numero 21 del 1974, nel quale esulta per la vittoria del NO: uno “schiaffo energico e sacrosanto” dato ai conservatori, clericali e ai moralisti, che avevano condotto “la più retrograda battaglia del secolo”.
Il testo dell’articolo smonta con sarcasmo la retorica antidivorzista, che era solito dipingere la donna come “costola di Adamo” o “coniuge più debole”: figura passiva da zittire, senza possibilità di espressione.
Noi Donne restituisce, invece, un’immagine completamente nuova del ‘sesso debole’: donne come figure attive e consapevoli, che giudicano e votano, volenterose di decidere per sé stesse e per la società in cui vivono e da cui sono oppresse da sempre.
Il divorzio non fu, dunque, solo l’oggetto di una questione legislativa a sé stante, ma il punto di svolta di una lunga e più ampia lotta per l’autonomia e la dignità femminile.
Oggi si è dimostrato che questo rozzo ritratto che gli antidivorzisti hanno delineato della donna italiana è tutto sbagliato. Quello vero, di ritratto, dice che la donna vuole essere più forte nella società e non solo in famiglia, grazie al suo lavoro e a nuove leggi, vuole che le provvidenze sociali la tutelino, ma in quanto cittadina, non in quanto moglie, vuole essere responsabile delle decisioni politiche e sociali che impegnano la sua vita.
Giuliana Del Pozzo, È stato uno schiaffo (Articolo 21, 1974)
Non più ‘costole di Adamo’
La conquista del diritto al divorzio ha costituito un atto di rottura contro un’idea di famiglia costruita sul silenzio e sulla subordinazione femminile. È stato il primo vero riconoscimento del diritto di scegliere: scegliere anche di andarsene e di ricominciare.
Dietro quella legge ci sono volti, voci e battaglie. Ci sono donne che hanno avuto il coraggio di rompere il vincolo dell’obbedienza, di dire no a una cultura che le voleva passive e invisibili. E ci sono uomini che hanno ascoltato e accolto la causa, decidendo di combattere al fianco delle loro compagne.
A far sentire la loro voce fu anche la stampa indipendente, e Noi Donne in particolare: non solo testimone della storia, ma protagonista militante. Se oggi possiamo dare per scontata la libertà di lasciarci quando l’amore finisce o quando il rispetto viene meno, è perché qualcuna prima di noi ha pagato il prezzo di questa scelta. E ha deciso che non sarebbe più tornata indietro.
Elena Menghi
(In copertina, la protesta per la legalizzazione del divorzio, foto di Collettiva).
D come Divorzio e come Diritto è un articolo di Elena Menghi. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
