Cultura

Ri-leggere la “Trilogia di New York”, in ricordo di Paul Auster

Paul Auster Trilogia di New York

Il mondo della letteratura è stato recentemente scosso dalla scomparsa del celebrato scrittore statunitense Paul Auster, nato nel 1947 a Newark, New Jersey. Verso la fine del 2023, in seguito alla diagnosi di cancro ai polmoni, è stato pubblicato Baumgartner (Einaudi, 2023). In un’intervista al Guardian dichiarava senza mezze misure: “questo potrebbe essere il mio ultimo libro”; una previsione che si è tristemente rivelata vera. La Trilogia di New York è senza dubbio una delle sue opere più originali e intriganti.


Libro primo: Città di Vetro 

La carriera letteraria di Paul Auster inizia con la pubblicazione della Trilogia di New York tra il 1985 e il 1986: è considerato uno dei suoi più importanti lavori ed è costituito da tre brevi romanzi, per un totale di 300 pagine. 

Trilogia di New York. Central Park.
Veduta dall’alto di Central Park a New York. Foto: The Telegraph.

La prima parte della trilogia si intitola Città di Vetro. La storia è caratterizzata da un ritmo frenetico, mantenuto tale per tutta la sua durata. A ciò si aggiunge la musicalità della narrazione, uno degli elementi caratteristici della scrittura di Auster.

Le molteplici identità dei suoi personaggi dominano nel romanzo: il protagonista si chiama Daniel Quinn, fa lo scrittore e pubblica sotto lo pseudonimo di William Wilson. Il personaggio principale dei suoi romanzi è Max Work, il classico investigatore geniale e donnaiolo. Quinn vive da solo: non ha amici, la moglie e il figlio sono morti. Una sera suona il telefono, una donna sta cercando un certo Paul Auster, detective privato.

Quinn, dopo una serie di chiamate da parte della stessa donna, decide di impersonare il detective, per vivere sulla sua pelle le storie di cui scrive. Spacciandosi per il fantomatico Paul Auster, accetta l’incarico che gli viene proposto: proteggere Peter Stillman, un uomo malato di mente, dal padre che vuole ucciderlo. Peter non sa interagire con i suoi simili e si perde nelle numerose identità in cui è intrappolato:

Per ora, sono ancora Peter Stillman. Questo non è il mio vero nome. Non so dire chi sarò domani. Ogni giorno è nuovo, e ogni giorno nasco di nuovo. Vedo speranza ovunque, anche nell’oscurità, e quando morirò forse diventerò Dio.

Paul Auster, La Trilogia di New York (p. 25).

Questo caso e le ulteriori scoperte di Quinn lo porteranno alla pazzia: la sua vita crollerà sotto il peso delle folli teorie religiose del padre di Stillman, al punto di diventare una specie di uomo primitivo. Sarà proprio il vero Paul Auster a trovare le ultime tracce di Quinn: il suo quadernino di appunti. Ma che fine abbia fatto lo scrittore, nessuno lo sa. 

Identità

I temi di Città di Vetro sono tanti: il lutto, la solitudine, il rapporto padre-figlio, gli eccessi della religione. A dominare, tuttavia, è la questione dell’identità, che tormenta tutti i personaggi di questo libro.

Ad esempio, il protagonista sceglie come nome d’arte William Wilson, che è al tempo stesso il titolo di un racconto scritto da Edgar Allan Poe su un uomo che scopre l’esistenza di un suo doppelganger.

In alcuni casi viene ulteriormente esplicitata la questione dell’identità, come quando il Paul Auster personaggio spiega a Quinn la sua teoria sul Don Quijote di Cervantes: e se, invece di una storia sulla follia di un uomo, il romanzo spagnolo fosse una finzione architettata da Don Quijote stesso per far sì che le sue avventure venissero documentate da Sancho Panza?

Il frontespizio della prima edizione di Don Quijote di Cervantes (1605). Foto da: Wikipedia.

Questa potrebbe essere una ulteriore chiave di lettura del romanzo, dato che il Don Quijote è il romanzo preferito di Daniel Quinn, e, come lui stesso dice una volta, i due condividono le iniziali del nome (D.Q.).

Il personaggio tragico di Peter Stillman, la cui identità è stata distrutta, contiene in sé una terribile domanda: chi non ha più una identità è ancora un uomo? La traduzione del cognome Stillman porta proprio a queste due parole, ‘ancora’ (still) e ‘uomo’ (man).

Libro secondo: Fantasmi

La seconda parte della Trilogia di New York di Paul Auster, Fantasmi, è completamente diversa dalla prima. È quasi uno shock per il lettore passare da una storia che, nonostante le strutture di narrazione postmoderne, è ben delineata, a Fantasmi, dove invece diventa tutto astratto e irriconoscibile.

Non ci sono più dei personaggi definiti, ma al contrario appesantiti da più nomi che si sovrappongono: troviamo soltanto delle pedine identificate con i colori: Mr. Blue, Mr. White, Mr. Black… Auster sopprime la divisione in capitoli ancora presente in Città di Vetro e sforna un testo unico di 70 pagine che non lascia mai pause al lettore, stordendolo così più e più volte.

Le prime pagine sono pervase da un forte senso di immobilità: Mr. Blue, investigatore privato, ha ricevuto l’incarico, da parte di un certo Mr. White, di tener d’occhio tutto il giorno un uomo di nome Mr. Black. Allora Mr. Blue interrompe tutto ciò che fa nella vita per seguire questo caso, smette addirittura di parlare con la sua fidanzata.

Black non fa niente tutto il giorno, rimane sempre in casa e ogni tanto legge un libro, Walden di David Thoreau. Blue lo spia da una finestra di un palazzo accanto e anche lui rimane immobile tutto il giorno.

Questa sensazione viene veicolata anche dallo stile della scrittura di Auster, che, con maestria, porta allo sfinimento e al soffocamento.

Paul Auster Trilogia di New York 3.
Benjamin D. Maxam, Ritratto di Henry David Thoreau. 1856. Foto di pubblico dominio.

La lunghezza dei paragrafi e la mancanza di dialoghi fanno perdere di vista il punto della storia: il lettore naufraga nel mare di parole e non capisce che cosa stia succedendo.

La tragedia dell’inazione

Una delle poche volte in cui Black esce di casa si dirige in una libreria e Blue, che nel frattempo lo sta pedinando, ne approfitta per comprare anche lui una copia di Walden, sperando di ottenere una qualche risposta al suo strano caso. Blue si sente sempre più in simbiosi con Black, gli sembra di poter sapere che cosa stia facendo in ogni momento anche senza osservarlo.

Il detective è sempre più esausto e finalmente arriva il momento di rottura che scuote l’inerzia del romanzo: Blue incontra la sua fidanzata in compagnia di un altro uomo e quest’ultima, subito dopo averlo riconosciuto, si infuria e lo picchia a sangue. In questo momento Blue si rende conto di dover fare qualcosa, di dover agire.

L’assenza di azione, che domina in senso tragico la prima parte di questo romanzo, implode fragorosamente e Blue decide di parlare con Black a tutti i costi. Durante il loro incontro i due parlano di Walden e di Wakefield, un racconto di Nathaniel Hawthorne, e così viene svelato il significato del romanzo: Walden è la storia di un uomo che si rinchiude per due anni in una capanna in mezzo alla natura, descrivendo tutto ciò che vede al suo esterno; Wakefield, invece, parla di un uomo che a un certo punto decide di abbandonare tutti, moglie compresa, per nascondersi in una stanza affittata per decenni e che tutti credono morto. 

È così che Blue capisce di essere stato vittima di un qualche strano esperimento sociale ordito da Dark e White. Il motivo di ciò rimane però oscuro. 
E i fantasmi? I fantasmi sono tutti questi personaggi, sono i morti di cui abbiamo i ricordi, sono gli scrittori che dedicano la loro vita alla solitudine per riempire dei fogli di parole. I fantasmi sono ovunque

Libro terzo: La stanza chiusa

Lui era un fantasma che avevo conservato dentro di me, un’allucinazione preistorica, un qualcosa che non era più reale.

Paul Auster, La Trilogia di New York (p. 202).

La Stanza Chiusa è l’episodio conclusivo della Trilogia di New York di Paul Auster e porta due grandi novità: la narrazione è in prima persona e l’avvio della trama riprende elementi di Città di Vetro e di Fantasmi. Chi sia il narratore non si sa, ma di certo non è un fattore da sottovalutare, come si scoprirà alla fine della storia.

Un uomo, Fanshawe, è scomparso, lasciando la moglie da sola; questo è un chiaro richiamo al racconto Wakefield di Hawthorne, citato nel precedente romanzo. La moglie assume un investigatore privato, chiamato Quinn, per rintracciare il marito, ma fallisce nel tentativo.

Soprattutto, Fanshawe è un fantasma per il protagonista: erano stati molto amici fino ai 17 anni, ma poi Fanshawe si è dovuto trasferire. Non si erano mai più visti e non aveva saputo più niente di lui.

Nathaniel Hawthorne, 1865 ca. Foto di pubblico dominio.

Nemesi

L’unione tra i tre romanzi viene addirittura esplicitata dall’io narrante il cui nome ci è sconosciuto: 

La fine, tuttavia, mi è chiara. Non me ne sono dimenticato, e mi sento fortunato di essermi almeno ricordato della fine. Tutta la storia si riduce a ciò che è successo alla fine, e senza quella fine che è ora dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Vale la stessa cosa per i due libri che lo hanno preceduto, Città di Vetro e Fantasmi. Queste tre storie sono finalmente la stessa storia, ma ognuna rappresenta una diversa fase della mia contezza di ciò che la riguarda.

Paul Auster, La Trilogia di New York (p. 294).

Ma in realtà è soltanto una presa in giro che Auster fa al lettore. Tutti i collegamenti con i due precedenti episodi non ne chiariscono l’interpretazione, anzi: se già era difficile capire a cosa veramente puntasse Auster con ogni singolo episodio, il fatto che i tre vengano esplicitamente collegati tra di loro suscita soltanto più domande nel lettore.

Non c’è nessuna agnizione, alcun tipo di rivelazione conclusiva; ciò rende La Stanza Chiusa il più oscuro dei tre romanzi, soprattutto a causa dell’assenza totale di risposte. Ciò che rimane sono però le sensazioni e le emozioni dei suoi personaggi, che vengono ritratte vivide e tali rimangono nella nostra memoria: lussuria, invidia, paura, perdizione. 

Questo articolo è solo un tentativo di ricordare la prima, e subito grande, opera di Paul Auster. Sono molti altri i riferimenti all’interno del libro su cui ci si sarebbe potuto soffermare, ma è importante capire che la Trilogia di New York non è un romanzo d’investigazione in cui conta raccogliere tutti gli indizi per arrivare a un colpevole: ciò che è importante è rendersi conto di tutto ciò che c’è da apprezzare nella sua lettura.

Il colpevole, infatti, non esiste e non è possibile trovarlo. Sicuramente i libri di Auster saranno letti a lungo e la sua trilogia rimarrà un grande e immortale successo della letteratura americana.

Gabriele Cavalleri

(In copertina, per la Trilogia di New York, Paul Auster, da Audible)


Per altre recensioni visita la nostra sezioni Cultura, in cui troverai, fra le tante, le recensioni dei libri finalisti al Premio Strega 2024!

Ti potrebbero interessare
CulturaPolitica

Fratelli d’Italia e la sua propaganda – Iddio la creò...

CulturaInterviste

Rivendicare la propria fragilità, secondo Donatella Di Pietrantonio

CulturaInterviste

Riccardo La Barbera ci racconta la sua mostra “Duality”

CulturaPolitica

La ‘nuova’ faccia dell’imperialismo – Il concetto di egemonia nel mondo contemporaneo