“Adelaida” (Nutrimenti, 2024) di Adrián Bravi è uno dei dodici libri candidati al Premio Strega 2024. Al centro dell’opera, la figura dell’artista italo-argentina Adelaida Gigli, con cui Bravi strinse un’amicizia solida e duratura all’ombra della Torre del Passero Solitario.
Nata nel 1927 a Recanati, il “natio borgo selvaggio” di Giacomo Leopardi, Adelaida Gigli – rigorosamente con la “a” finale – è stata un’artista straordinaria. Difficile racchiudere in poco più di cento pagine la storia, i tormenti e le speranze di una donna in bilico fra Italia e Argentina negli anni cruciali delle dittature.
Malgrado l’amicizia e l’affetto profondo che ha legato Adelaida a Bravi per tanti anni, sono molti i buchi e le zone d’ombra impenetrabili che l’autore ha affrontato nel ricostruire la vita dell’artista. E l’ha fatto egregiamente, trasmettendo il suo personalissimo ricordo di una donna ancora troppo poco conosciuta.
Le storie nella Storia
Il racconto di Bravi inizia nel 1976, anno cruciale per l’Argentina, destabilizzata dal colpo di Stato militare che instaurò la dittatura del generale Jorge Rafael Videla.
Sebbene gli argentini facessero i conti da almeno dieci anni con le tensioni politiche che attraversavano tutto il Sudamerica – basti ricordare il golpe del 1966, che rovesciò il presidente Illia e limitò fortemente la libertà di stampa – il 1976 rappresenta una ferita insanabile che dà inizio a un’emorragia da cui l’Argentina fatica a riprendersi.
In quegli anni, in cui persino insegnare ai bambini delle villas miserias a leggere e a scrivere era un atto sovversivo, l’Argentina, da Paese che accoglieva gli esuli, si è trasformata in una patria di esiliati e desaparecidos.
In un destino tragico e assurdo per cui i genitori sopravvivono ai loro figli, Adelaida appartiene al primo gruppo, esule nel suo Paese natale, Recanati; mentre Mini e Lorenzo Ismael, i figli di Adelaida, spariscono nel nulla.

La Storia e le storie si intrecciano in maniera indissolubile, arrivando quasi a confondersi. La lotta contro la dittatura di Videla, gli arresti e il dramma dei desaparecidos non sono lo sfondo delle vicende della famiglia di Adelaida, bensì la linfa vitale, la ragione per cui lottare: il sogno di un Paese libero.
Adelaida: le parole e la creta
Irriverente e anticonformista, Adelaida si è da sempre contraddistinta per il suo impegno politico e sociale, dalle riviste militanti, fra cui Contorno, di cui è stata indiscussa protagonista, all’adesione al Frente de Liberación Homosexual.
Era questo che combatteva e per cui si esponeva in prima persona: la mancanza di rispetto nei confronti della diversità e delle scelte individuali, politiche e sessuali.
Adrián Bravi, Adelaida (pp. 37-38).
Adelaida era contraria a ogni forma di violenza: non solo a quella del regime, ma anche a quella dei gruppi di lotta armata, come i montoneros, di cui facevano parte i figli Mini e Lorenzo.
Al dolore e alla violenza lei reagisce “colorando le sue ferite” (p. 77) con sagace ironia e con l’arte, appresa dai quadri del padre e riscoperta a Mérida, in Venezuela, mentre osservava la popolazione indigena intenta a realizzare ceramiche.
Adelaida “cercava la vita attraverso le parole e la creta” (p. 103): consacra la sua vita all’arte e si affida al suo potere terapeutico. I racconti, le poesie e le ceramiche le consentono di sublimare il dolore e trasformarlo in bellezza, “una ferita aperta” (p. 12).
In bilico fra Italia e Argentina
L’identità di Adelaida è sospesa fra due Paesi: l’Italia, con l’amena Recanati, e l’Argentina, con la frenetica e immensa Buenos Aires.
Bravi e Adelaida hanno affrontato spesso nelle loro conversazioni il tema dell’esilio, di cosa significhi essere latino-americano in Europa, per parafrasare le parole di Julio Cortázar.
Mi rendo conto, dopo molti anni, di scrivere tutto questo in una lingua diversa rispetto a quella che usavo con lei, la lingua in cui mi dettava i suoi racconti e con la quale si appellava ai ricordi, alle vecchie foto o ai quadri del padre.
Adrián Bravi, Adelaida (p. 94).
Le radici italiane e gli anni trascorsi a Recanati non bastano ad Adelaida per sentirsi italiana: lei è argentina. Cambia persino il suo vero nome, l’italiano “Adelaide”, così particolare e legato alle radici italiane – era infatti il nome della nonna paterna – e diventa Adelaida, con la “a” finale dello spagnolo.
Il conflitto, quindi, emerge soprattutto nella lingua, tema caro ad Adrián Bravi: lo spagnolo è la lingua della spontaneità, dei sentimenti più profondi,dei racconti e delle conversazioni più intime; l’italiano, invece, la lingua acquisita e mai dominata con certezza.
Memoria…
Memoria e immaginazione sono i due grandi pilastri che reggono il libro. La prima non rappresenta solo l’esigenza di Adrián Bravi di trasmettere il ricordo di Adelaida a chi non l’ha conosciuta: una testimonianza data non solo dal libro, ma anche dalle opere della Gigli, che l’autore ha donato alla biblioteca di Macerata e all’archivio di Recanati per rendere patrimonio pubblico una memoria che, fino ad allora, era rimasta in gran parte privata.
Oltre che Bravi, la memoria caratterizza anche le persone – più che personaggi – che popolano il libro: dal diario che Mini scrive per sua figlia ai ricordi di Adelaida, divorati dal morbo di Alzheimer nella fase finale della sua vita.
Eppure, nemmeno l’Alzheimer, con la sua azione erosiva, è riuscita ad allontanare dalla mente di Adelaida gli spettri della dittatura: emblematica è la scena in cui intima ad Adrián di tenersi stretto suo figlio perché qualcuno potrebbe portarglielo via.
In primis, dunque, emerge il dovere di ribadire cosa sono stati e come si sono insediati i regimi dittatoriali che hanno dilaniato l’Argentina – e non solo – nel XX secolo.

Per riassumere con le parole dello scrittore italo-argentino Antonio Dal Masetto: recordar, “ricordare”, un imperativo morale che dà il titolo a uno dei suoi racconti, in cui immagina di disporre i corpi di tutti i desaparecidos lungo le strade di Buenos Aires.
…e immaginazione
Poi, ho pensato alla memoria e all’immaginazione, due armi perennemente odiate dalle dittature, per questo amputano l’una e reprimono l’altra. Due armi che si compensano e si integrano, si reinventano e si illuminano reciprocamente. Quando non ricordiamo più certe cose ci appelliamo all’immaginazione; anzi, spesso quello che ricordiamo è stato già reinventato a nostra insaputa.
Adrián Bravi, Adelaida (p. 117).
Come nel racconto di Dal Masetto, quando la memoria non basta, arriva l’immaginazione a prestare il suo aiuto: in quegli spazi si inserisce la scrittura, lo sforzo creativo volto a miscere utile dulci (Orazio, Ars poetica, v. 343).
Bravi, con l’immaginazione, si inserisce nei buchi del passato per scrivere la sua storia di Adelaida: come afferma Franco Ferrucci in un articolo dedicato a Leopardi, “memoria e scrittura si aiutano a definirsi, muovendosi incontro dai rispettivi reami: il già trascorso per l’una, l’immediato fluire per l’altra” (Memoria come immaginazione in Leopardi, p. 502).
E l’immaginazione gioca un ruolo importante anche per Adelaida e la sua famiglia: se c’è una cosa che accomuna lei, suo padre, suo marito e i suoi figli è la capacità di denunciare le ingiustizie provando a immaginare delle alternative possibili tramite un quadro, un libro o aiutando un bambino delle villas miserias.
Attraverso il ricordo affettuoso e sincero di Adelaida, l’autore trasmette l’esempio di una donna che ha saputo rispondere alla sopraffazione e alle ingiustizie con ironia, garbo e gentilezza. Adrián Bravi afferma che, per lui e per chi l’ha conosciuta, Adelaida è stata “una luce che (…) illuminava tutto intorno a sé” (p. 119). Questa stessa luce continua ancora oggi a illuminare la strada da seguire, e attraverso il libro di Bravi, splende ancora di più.
Beatrice Russo
(In copertina Adelaida Gigli, da Wikipedia)
Questa recensione di Adelaida, di Adrián Bravi, fa parte della rassegna di Giovani Reporter in attesa del Premio Strega 2024.

