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Parole Nomadi 1×05. “Nuvole bianche”, di Lorenzo Cavazzini


Il quinto racconto del podcast di Lorenzo Cavazzini, “Parole Nomadi”, un progetto di scrittura nato su Instagram e basato sull’idea che l’arte possa generare arte. In questo episodio “Nuvole bianche”, la storia di un viaggio introspettivo che porta il protagonista ad accettare le proprie fragilità contornato da un cielo trapunto di nuvole bianche.


A guardarlo bene, il cielo non sembra mai voler rivelare perché nasconda tanti segreti dietro nuvole che danzano eteree: amanti stesi sopra prati di margherite, ridendo, in esse cercano l’aspetto del proprio futuro, ma queste assumono prima la forma che essi desiderano, poi quella che ancora non sanno di sognare. Se ci si pensa davvero, a volte, certi misteri è meglio non provare a risolverli, anzi spesso conviene che rimangano avvolti nella meraviglia.

E lui, che il cielo l’aveva negli occhi e che nelle nuvole vedeva solo portatrici di uragani, camminava assorto sotto i portici, osservando cinico la vita che in essi crogiolava frenetica. Inoltrandosi nei suoi pensieri, a stento si era reso conto che la sua camminata era accompagnata da arcate che, ad uno sguardo attento, regalavano paesaggi di volta in volta diversi, come se un pittore indeciso avesse scelto di dipingerli cambiando stile, per poter così soddisfare il gusto universale dell’umanità intera.

Ma ciò che lo distraeva, quello che lo teneva confinato nelle sue introspezioni, era qualcosa che, come le stelle, si mostrava solo quando apparentemente nulla avrebbe dovuto annunciare tempesta: gli era sempre mancata la capacità di sentirsi totalmente completo anche nei momenti spensierati, poiché la felicità gli era parsa solo un’illusione della sua giovane età. Perciò, il disincanto con cui la sua corazza si era formata nel corso degli anni, l’aveva sì protetto per lungo tempo, ma ora lo stava trascinando a fondo, impedendogli ogni movimento dell’anima necessario a portarlo in salvo.

Questo sentirsi un po’ a pezzi l’aveva accompagnato lungo il corso della sua giovinezza, lasciando strascichi anche nei momenti in cui qualcuno aveva provato a ricucire ogni strappo, ed ora che sopra di lui anche il soffitto rovinato dal tempo stava lentamente cadendo in frantumi, tutto sembrava così dannatamente pericolante che, dentro il suo petto, il bisogno di un rifugio si faceva sentire prepotente.

Così, salendo delicatamente quei gradini che ormai da una decina di minuti stavano accompagnando i suoi pensieri, gli era venuto in mente che nessun posto gli era mai sembrato sicuro, e che se veramente ne avesse dovuto scegliere uno, allora l’avrebbe cercato nei panorami di una di quelle arcate che dolcemente l’avevano accompagnato e che non cessavano di cambiare aspetto. Quello che gli interessava era il cielo con le sue sfumature, non tutto quello che sotto di esso lottava inutilmente per non apparire artificiale, e stava iniziando a capire che se davvero completo non si sarebbe potuto sentire mai, per lo meno avrebbe dovuto guardare verso l’alto per cercare risposte o svelare misteri che, come lui, sentivano la necessità di essere risolti.

L’illusione di poter essere un giorno appagati fino in fondo, l’utopia di voler trovare il pezzo mancante, come se si potesse realmente toccare con mano i bordi lacerati dallo strappo, gli era sempre parsa infantile, poiché l’immensità non può essere colmata con nulla, ma solo occultata dietro belle apparenze: ogni notte, le nuvole tentano invano di oscurare il firmamento, ma sono destinate a fallire, perché le stelle, da qualche parte nel mondo, indicheranno la via a chi, indomito, vorrà cercare la strada di casa.

Ma lui, che quel giorno aveva intrapreso una lunga camminata proprio per potersi spogliare da ogni cinismo, ora aveva voglia di rinnovarsi e di trovare la grande bellezza anche in ciò che fino a quel momento gli era sembrato nocivo. Dunque, fermandosi finalmente davanti a quello che gli pareva essere il paesaggio perfetto e prendendo dal suo vecchio zaino rosa una penna e un taccuino, iniziava a dare vita ad ogni suo mistero: questo era il suo modo di rivelarsi fragile, per la prima volta, anche a sé stesso.

Infatti, lui spoglio da ogni disincanto non lo era mai stato, poiché aveva sempre cercato pericoli in tutto, sperando perciò di prevedere ogni singolo dolore, e rimanendo ogni volta deluso anche in questo. Ma alcune cose, oltre che scritte, devono essere dette ad alta voce e con tutto il fiato in corpo, quasi che qualcuno, da lontano, possa ascoltare e perdonare, e così, facendo scorrere una lacrima lungo lo zigomo e rivolgendosi a quel cielo illuminato da un sole che superbo stava affermando il suo dominio sulle tenebre, si trovava a dire:


“Per tutti questi anni, come un folle, ho pensato che il vuoto che sentivo nel petto, così come la mia immensità, non potessero essere davvero colmati. Ed ora, davanti a me, queste nuvole che si muovono impalpabili e che impetuosamente tentano di ricoprire tutta la volta celeste, mi insegnano per la prima volta che solo mutando forma alle proprie emozioni, adattandole allo spazio che le circonda, si possa sperare per qualche istante di sentirsi completi. Il vero segreto non risiede nella speranza che quel momento possa durare in eterno, ma nell’abbandonare l’idea che le nostre cicatrici possano renderci vulnerabili, perché esse sono la prova stessa del cambiamento che ci permette di evolvere. Ma, soprattutto, ho imparato come la fragilità non sia un disvalore, bensì il segno che saremmo disposti ad andare in pezzi pur di rinnovarci. Perciò eccomi qua, davanti a tutto questo mondo, ad urlare che se mai ce ne fosse il bisogno, seppur io abbia una tremenda paura di ciò che accadrà, sarò disposto ad accogliere l’uragano, se questo saprà trasformarmi in quello di cui necessito per sentirmi, anche per un fugace attimo, finalmente, davvero completo”.


Dicendo così, il ragazzo continuava la sua camminata in direzione ostinata e contraria, lasciandosi alle spalle quel quadro pazzesco che tanto aveva saputo insegnargli. Perché in fondo, a guardarlo veramente bene, il cielo non sembra mai voler rivelare perché nasconda tanti segreti dietro nuvole che danzano eteree. Ma prestando davvero attenzione, il vento saprà comunque sussurrarci qualcosa all’orecchio, regalandoci così l’occasione d’andare leggeri per la nostra via.

Nuvole bianche, un racconto di Lorenzo Cavazzini
(In copertina fotografia di Luisa Catani)


Il quinto racconto di Parole Nomadi, Nuvole bianche: un progetto di scrittura creativa che si fonda sull’idea che l’arte generi arte: partendo da fotografie, poesie, disegni (e altre forme d’arte) nascono così racconti che si legano con la creazione artistica originaria.

Grazie alla collaborazione con Giovani Reporter, questo progetto è diventato anche un podcast: ogni mese viene narrato un testo ispirato ai contenuti donati nel corso degli anni.

Per approfondire, puoi trovare Nuvole bianche e gli altri racconti (con le rispettive forme d’arte a cui è ispirato) anche su Instagram (@parole.nomadi) e su tutte le piattaforme (Apple Podcast, Amazon Music, Google Podcast e Spotify). 

Parole nomadi.
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