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Il nuovo secolo americano, secondo Francesco Costa

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Domenica 24 marzo, presso l’Oratorio di San Filippo Neri (Bologna) si è tenuto un doppio incontro a tema Stati Uniti. Ospite della serata Francesco Costa, vice direttore del Post e curatore del podcast Da Costa a Costa, che, assieme a Riccardo Lupoli, ha presentato il suo ultimo libro, “Frontiera” (Mondadori, 2024). Iacopo Brini ha avuto occasione di porgli alcune domande sul palco del San Filippo Neri.


Iacopo Brini: Il numero di lavoratori statunitensi che aderiscono agli scioperi è decuplicato in appena due anni: erano 47mila nel 2021, sono diventati 468mila nel 2023. Tutti i sondaggi di opinione degli ultimi anni sulla popolazione statunitense mostrano un grande aumento della popolarità dei sindacati, su livelli che non si vedevano dagli anni Cinquanta, mentre i loro omologhi europei attraversano una crisi di reputazione e credibilità senza precedenti. Sembra che i sindacati stiano risorgendo?

Francesco Costa: I sindacati, in questo momento, negli Stati Uniti guadagnano iscritti, e lo fanno sostanzialmente perché ottengono risultati; e questo succede perché, negli USA, quando si decide di scioperare, si smette di lavorare e si rimane fuori dalle fabbriche anche un mese, due mesi, finché non si arriva a qualcosa. Lo abbiamo visto con gli sceneggiatori di Hollywood, e poi più di recente nel caso dei lavoratori del settore dell’auto: non hanno fatto un pomeriggio, una giornata, un venerdì di sciopero, anzi!

Si sono messi lì e hanno interrotto il loro lavoro fino al raggiungimento di un accordo. E, così facendo, ottengono dei risultati. Alla fine, i lavoratori dell’auto hanno ottenuto un rinnovo di contratto con un aumento di stipendio del 25% – che non è niente male.

Secondo me c’è molto da imparare non solo nella rilevanza dei sindacati, ma anche rispetto a cosa si possa fare per raggiungere dei risultati.

Forse, semplicemente, il nostro “formato” – in cui scioperiamo una volta al mese, ci vediamo alle 14:00 in piazza, e alle 18:00 è finito tutto – può essere utile a farci sentire testimoni di qualcosa, ma di fatto non serve a molto. Quando è stata l’ultima volta che uno sciopero in Italia ha prodotto di fatto una vittoria sindacale?

Scioperare significa accollarsi dei rischi; e non intendo che noi non siamo in grado di farlo, però il principio della lotta politica fatta con il proprio corpo è anche quello: accettare le conseguenze. In più, ci sono i sindacati stessi, che danno una mano, e ci si aiuta a vicenda. Non è poco.

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Iacopo Brini: Sul tema dell’identità americana, il movimento più significativo degli ultimi anni è probabilmente il Black Lives Matter: nel libro racconti la sua parabola – almeno per quanto riguarda i fondatori –, i suoi punti di forza e le sue contraddizioni. Possiamo dire che in questo momento BLM sia in fase discendente del suo percorso?

Francesco Costa: Allora, Black Lives Matter è tre cose diverse:

  • Un hashtag, prima di tutto, perché nasce come tale nel 2014 dopo l’omicidio di un ragazzo afroamericano, Michael Brown a Ferguson (Missouri), e in poco tempo diventa il simbolo di chi contesta la violenza indiscriminata della polizia.
  • Una galassia di movimenti locali, i cosiddetti Chapter di Black Lives Matter, che si trovano in tutte le grandi città americane e che hanno ottenuto grandi risultati soprattutto dal 2020 (nella quantità di persone non bianche assunte dalle aziende, nei corsi di formazione e attività mirate al progresso della società intera, etc.).
  • Una grande fondazione che ha una storia molto americana di fondi raccolti e destinati non si sa bene a cosa; sappiamo che a un certo punto hanno comprato un’enorme villa a Los Angeles da 6 milioni di dollari, dove però i fondatori hanno fatto solo le loro feste di compleanno…

Da quando è nato, Black Lives Matter ha preso tante strade diverse – alcune evidentemente benefiche, altre più compromettenti per l’immagine del movimento in generale (e sono spesso i Chapter locali a muovere critiche nei confronti della fondazione principale) –, e c’è qualcosa da imparare anche rispetto a come sono fatti questi movimenti e a cosa succede quando muore qualcuno come George Floyd (25 maggio 2020).

Vi ricordate il quadratino nero che pubblicavamo in quel periodo, anche in un certo senso per lavarci la coscienza? Lo sforzo era zero, ma ci faceva sentire parte di qualcosa di più grande. Ecco, l’equivalente del quadratino nero, per le grandi aziende americane fu dare dei soldi, e lo hanno fatto con una tale foga che ci fu una fondazione chiamata Black Lives Matter ma non collegata a quel soggetto lì – e neanche alle lotte contro il razzismo –, che ricevette donazioni da decine di milioni di dollari da Apple o Google che si erano sbagliate. Inviarono denaro alle prime realtà che avevano trovato sui motori di ricerca, senza neanche controllare se fossero effettivamente quelle giuste.

Dentro questa grande storia di progresso ci sono tante piccole storie che mostrano altri lati dell’identità americana.


Iacopo Brini: Un’identità americana che si basa, appunto, anche sulla loro provenienza geografica. Nell’ultimo capitolo di Frontiera parli di come gli americani negli ultimi tempi si stiano spostando anche internamente; l’immigrazione non è un problema soltanto esterno, ma anche interno al Paese. Cosa sta succedendo?

Francesco Costa: Esatto, gli americano ultimamente si spostano via dalle grandi città governate dai Democratici, verso città più piccole, più in crescita e governate dai Repubblicani, e non certo perché questi brillino per capacità di governo.

In realtà ci sono due questioni che determinano questo tipo di spostamenti:

  • Per prima cosa, il costo delle case, perché negli Stati governati dai Repubblicani si costruisce tantissimo – e dove costruisci, di base, i prezzi restano bassi, come nel caso di Austin (Texas) –, mentre nei posti governati dai Democratici non si costruisce molto, soprattutto per ragioni ambientali, anche se farlo in verticale sarebbe molto più funzionale e sostenibile rispetto all’attuale modello di sviluppo orizzontale;
  • In secondo luogo, ormai negli Stati Uniti ci sono sempre più tossicodipendenti in strada, e a New York, a Manhattan e nei luoghi governati dai Democratici c’è una grande tolleranza nei confronti di questi fenomeni. In realtà, bisognerebbe prendere queste persone e aiutarle, cioè coinvolgerle in percorsi che le portino a guarire da quella che è a tutti gli effetti una malattia: non usare più sostanze non dipende dalla loro forza di volontà. Serve quindi un processo ampio e stratificato, e nelle grandi città è vissuto con grande sofferenza.

Il risultato è che ti ritrovi a vivere in un posto come San Francisco e alla fine te ne vai.

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Iacopo Brini: Per concludere, torniamo a Frontiera, il cui sottotitolo è “Perché sarà un nuovo secolo americano”; secondo te, sarà un nuovo secolo americano di grandi cambiamenti in cui l’America si dovrà reinventare o un secolo americano per cui ha già trovato delle risposte, magari anche senza saperlo?

Francesco Costa: Questa è un’ottima domanda e mi permette di fare un discorso più ampio. Quando parliamo del Novecento, lo definiamo spesso “secolo americano”, perché sappiamo che tutto il periodo – a partire soprattutto dalla Seconda guerra mondiale – è segnato dal ruolo centrale della grande potenza statunitense.

Questo significa che gli USA erano perfetti e non avevano alcun problema? Ovviamente no: c’era la segregazione razziale, per dirne una su tutte. Questo vuol dire che non hanno creato disastri in giro per il mondo? Certo che no, dal Sudamerica al Vietnam, hanno subito anche sconfitte catastrofiche. Questo vuol dire che nel corso di tutto il Novecento la potenza americana non era contestata da nessuno? Assolutamente no, c’era la Russia – l’abbiamo chiamata Guerra fredda per un motivo.

Quando dico che sarà un nuovo secolo americano, non penso né che gli americani non faranno più errori – ne faranno di sicuro, forse già alle prossime elezioni –, né che la loro potenza non sarà contestata da qualcun altro (la Cina resterà il loro principale rivale), né che saranno un Paese modello, come non lo sono stati nel Novecento. Quello che dico è che resteranno la superpotenza che sono, e che il sorpasso della Cina, raccontato fino ad ora come inesorabile, non avverrà nel breve periodo.

Questo è semplicemente nuovo, visto che da trent’anni ci raccontiamo un’altra storia, anche perché ci piace molto parlare di declino americano, e perché loro mostrano in modo evidente tutte le loro fragilità e tutti i loro limiti. Ecco, nonostante questi limiti, sarà un altro secolo americano.

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Intervista a cura di Iacopo Brini.
Coordinamento editoriale di Davide Lamandini, con la collaborazione di Gabriele Cavalleri.

(In copertina Francesco Costa e Iacopo Brini; foto di Francesco Faccioli)


Un ringraziamento particolare ad Alice Rosellino, che ha reso possibile questa intervista a Francesco Costa, realizzata in collaborazione con l’Oratorio di San Filippo Neri e Mismaonda.

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Sull'autore

Classe 2003, mi sono trasferito da Bologna a Milano per studiare Legge e soprattutto per sfuggire alle ire dei caporedattori dopo aver sforato una scadenza di troppo. Mi appassiono facilmente degli argomenti più disparati, invento alfabeti nel tempo libero e ho la strana abitudine di presentarmi in giacca e cravatta anche ai pranzi con gli amici.
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